Il bambino, piuttosto che all'originario, rimanda a una dimensione inabbordabile che la psicoanalisi, con Jacques Lacan, definisce come il reale , che resta cioè fuori simbolizzazione.
Nella pratica clinica con i bambini, s'incontra spesso l'evidenza di questo reale, impossibile da sopportare, che si dispiega entro due poli. Da un lato, la paura di fronte alla questione della propria origine: diverse situazioni come la rianimazione neonatale, l'abbandono o l'autismo possono enfatizzare l'effetto paralizzante che è implicato in ogni nuova vita; dall'altro, la fascinazione per un destino definito in anticipo, per una morte già inscritta e presente nel soggetto fin dal momento della sua nascita: una simile consapevolezza, come dimostrano la clinica del traumatismo, lo sviluppo di bambini affetti da malformazione, il fenomeno psicosomatico, il tentativo di suicidio o l'anoressia, può portare a un allontanamento dalla vita.
Tuttavia, l'apertura del reale comporta, paradossalmente, un potenziale creativo che rende possibile al bambino inventare risposte che disorganizzano e al tempo stesso riorganizzano ciò che lo precede, in un modo ogni volta unico. Facendo dell'esperienza del reale il principio di una possibile libertà, lo psicoanalista impegnato nel campo della clinica infantile deve saper diventare un "praticante dell'imprevedibile": una simile scommessa permette, al confine tra medicina e psicoanalisi, l'approccio a fenomeni che, per struttura, non sempre si lasciano convocare da una pratica della parola.
François Ansermet , psicoanalista, membro dell'École européenne de psychanalyse e della New Lacanian School, è professore ordinario di psichiatria del bambino e dell'adolescente a Losanna, dove si dedica allo studio dei possibili collegamenti tra la psicoanalisi e la pediatria e, in particolare, la medicina perinatale.