Nella seconda guerra mondiale circa 600.000 militari italiani furono catturati dagli anglo-franco-americani, circa 500.000 dai russi, circa 650.000 dai tedeschi dopo l'8 settembre. In totale un milione e trecentomila uomini, quasi tutti tra i venti e i trentacinque anni. Di essi un milione e duecentomila rientrarono in Italia tra il 1945 e l'inizio del 1947, ma nessuno ebbe l'accoglienza che, a torto o a ragione, si aspettava: sconcertante l'impatto con le strutture militari e duro quello con il paese.
L'opinione pubblica, le forze politiche, le autorità militari e gli studiosi della guerra continuarono a disinteressarsi delle diverse prigionie anche nei decenni successivi.
Questo lungo silenzio, durato quarant'anni, si è rotto solo ultimamente e il nuovo interesse non si è limitato al campo degli studi e delle memorie, ma ha coinvolto una parte almeno dell'opinione pubblica (si veda l'eco suscitata dal caso Leopoli e dalla commissione d'inchiesta su cui riferiscono in queste pagine Nuto Revelli e Giorgio Rochat). Il volume, che utilizza le relazioni e gli interventi svolti nel Convegno internazionale del 2-4 novembre 1987 a Torino, organizzato dall'istituto storico della Resistenza in Piemonte con la collaborazione del Consiglio regionale del Piemonte, offre un'ampia rassegna delle ricerche compiute o in corso sui prigionieri di guerra italiani. Una vasta sezione dedicata alle fonti (italiane, tedesche, balcaniche, svizzere, francesi, britanniche, statunitensi, australiane, sudafricane) si affianca agli studi basati sulla memorialistica scritta e sulla raccolta sistematica di testimonianze di ex prigionieri.
Si avvia così, come sottolinea Guido Quazza nella prefazione, un primo importante mutamento di marcia in questo campo di studi e di ricerca.