L'utopia penitenziale borbonica

Dalle pene corporali a quelle detentive

Autori e curatori
Livello
Studi, ricerche
Dati
pp. 224,      1a edizione  2002   (Codice editore 320.29)

L'utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle detentive
Tipologia: Edizione a stampa
Prezzo: € 27,50
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Codice ISBN: 9788846434135

Presentazione del volume

Il termine "utopia" si colloca in due "ventagli" semantici, che ne accolgono le numerose accezioni e sfaccettature. In uno si trova il significato originario di "luogo che non c'è" (da ou topos ) o di "bel luogo" (da eu topos ): dubbio che Tommaso Moro ha lasciato ambiguamente irrisolto. La sua opera e tutte le altre innumerevoli " Utopie " sono metafore per una critica sociale o politica, con allusivo riferimento a realtà storicamente esistenti. L'altro "ventaglio" semantico è un traslato dal primo e comprende tutti quei progetti (politici, sociali, imprenditoriali, etc.) impossibili da realizzare.

La parola "utopia" si è ormai tanto caricata di valenze negative, che un saggio che la rechi nel titolo, rischia di lasciare, al di là della sua vocazione, un'aleggiante aura di derisione o di bonario paternalismo verso chi quell'utopia ha concepito e coltivato.

Ogni tentativo utopistico di cambiare il mondo ha la sua matrice nella cultura illuministica, così come la conseguente analisi scettica di esso risente della stessa matrice. Voltaire insegna.

È vero che ogni progetto utopico è tale proprio perché prescinde da ogni analisi socio-politica del grado (oggi si dice) di "fattibilità", e perché si fonda su modelli teorici privi di riscontro nella realtà fattuale; mentre ogni idea - per essere tale - deve avere, come Hegel ricorda, "mani e piedi". Ma è altrettanto vero che ogni progetto che si rivela utopico contiene in sé una lezione morale, che si situa al di là di ogni effetto pratico. Il contrario di utopia è la acquiescenza alla vita così com'è; la serenante convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili; l'inerzia appagata e la rinunzia, - ed è la cosa peggiore - elevata a criterio di comportamento esistenziale, a ogni progetto, impegno, o scommessa.

Ben vengano allora le utopie se esprimono, - al di là degli esiti - una tensione morale e una progettualità che siano testimonianza di una presenza nel mondo. Il contrario di utopia non è concretezza: è morte.

I sovrani Borbone furono grandi coltivatori di utopie: per esempio, nel 1773 in un casino di caccia fatto costruire da Ferdinando IV, sulle rovine della chiesetta di San Leucio, su una dorsale tra i fiumi Sabato e Corvo, si venne costruendo una misteriosa colonia filantropica per la manifattura della seta, con relativo statuto, che prese quel nome. Quando la popolazione della colonia si accrebbe, si pensò a una grande Ferdinandopoli "socialisticamente" organizzata, ma per la rivoluzione del 1799 l'esperienza si interruppe. Identico fu il destino della riforma penitenziale.

Giovanni Tessitore insegna Diritto e procedura penale nell'Università di Palermo. In questa collana ha pubblicato Il nome e la cosa. Quando la mafia non si chiamava mafia (1997) e Fascismo e pena di morte. Consenso e informazione (2000).

Indice


L'evoluzione della pena nell'età moderna e il sorgere della questione penitenziaria
Il sistema delle pene nel codice del regno delle Due Sicilie del 1819
Le strutture carcerarie nell'isola all'epoca della fondazione del nuovo Regno delle Due Sicilie
La Vicaria e i luoghi di pena a Palermo
La realizzazione dell'Ucciardone e la fine dell'utopia