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L’autrice esamina le radici storiche della psicoterapia della demenza precoce, iniziando dalla valutazione degli scritti di Bleuler sulla schizofrenia. Nei primi anni del secolo scorso, l’Istituto Psichiatrico di Zurigo, il Burghölzli, sotto la direzione di Eugen Bleuler, divenne il centro psichiatrico di maggior rilevanza nel vecchio continente. In quel tempo, presso il Burghölzli, operarono assieme Jung ed Abraham, producendo i loro primi, originali ed estremamente anticipatori contributi relativi alla psicoterapia delle patologie mentali gravi. L’autrice tenta una comparazione dei pionieristici scritti di questi due grandi analisti.

Ilaria Begliomini

La natura transculturale dell'archetipo

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 18 / 2003

Jung si è disposto alle prime etnoanalisi della storia della psicologia del profondo, se con questo termine intendiamo un’analisi che si ponga il problema di coniugare i fattori terapeutici tradizionali per la concezione occidentale con quelli tradizionali per culture altre, nel rispetto assoluto delle origini di ciascun individuo. Da questo punto di vista Jung può essere confrontato con l’etnopsichiatra francese Nathan, che risponde alla domanda di cura di migranti, riattivando la forza terapeutica delle pratiche tipiche del villaggio, derivanti direttamente dall’inconscio collettivo e per questo archetipizzabili. Tali individui sono in grado di comprenderle nel loro significato simbolico, mettendosi così nuovamente in relazione con il proprio profondo attraverso i loro referenti culturali. Ci sono, nel pensiero junghiano, alcuni elementi da rileggere in un’ottica etnoanalitca che possono aprire alla riflessione teorica sulla matrice simbolica dell’essere umano e ispirare la conduzione di eventuali terapie analitiche con individui appartenenti a culture altre: il Sé, l’amplificazione, l’immaginazione attiva. Questi consentono un ulteriore confronto, transculturale, del pensiero junghiano con quello dello psicologo cileno Jodorowskj, la cui terapia consiste nell’inviare all’inconscio simboli da decifrare invece di interpretare con il linguaggio corrente i messaggi che l’inconscio produce (sintomi).

Massimiliano Scarpelli

Ritmo e trasformazione: i tamburi parlanti

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 18 / 2003

Il lavoro riflette sul senso che la relazione d’aiuto acquisisce nel contatto con culture altre. Partendo da un’esperienza terapeutica con un giovane tossicodipendente nigeriano, si è giunti a considerazioni più generali sulle modalità di incontro con diverse concezioni del mondo. Si è presa in considerazione una tematica comparsa durante la cura: il tamburo parlante, strumento fondante nella ritualità degli Yoruba. Quest’oggetto, emerso nei sogni e nelle fantasie, ha assunto grande forza evocativa ed stato considerato come un simbolo, secondo un approccio junghiano. L’energia, che accompagna la funzione di mediazione del simbolo ha aiutato a ricomporre il senso della frattura dolorosa connessa alla migrazione.