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Attraverso la narrazione del proprio incontro con l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), l’autrice presenta la Teoria dell’Elaborazione Accelerata dell’Informazione e il protocollo di Francine Shapiro, usato nel trattamento delle esperienze traumatiche codificate a livello somatico. Sono evidenziate le competenze psicologico-analitiche che valorizzano l’uso di questa metodica e si discute la possibilità di ricorrere, nel trattamento di sintomi resistenti alla terapia verbale, a un setting integrato nel quale l’EMDR rappresenti, tra l’altro, un punto di partenza per l’elaborazione immaginale.
L’articolo descrive alcuni dei criteri utilizzati nell’accompagnamento terapeutico della immaginazione attiva durante la seduta analitica. Una serie di brevi sequenze cliniche è utilizzata in funzione di esemplificazione. Nel corso dell’immaginazione attiva gli aspetti dell’in¬conscio del paziente emergono fenomenologicamente in forma d’immagine e in questo modo viene reso possibile stabilire un dialogo con essi. Durante il processo dell’im¬ma¬ginazione l’immaginante viene coinvolto in un processo esperienziale di relazione con le proprie parti interne, che comprende aspetti di propriocezione fisica, emotiva ed intellettuale. Da una situazione di stasi conflittuale, intrapsichica ed intersoggettiva, si sviluppa così una tensione integrativa che conduce a nuove sintesi relazionali, che si riflettono positivamente sui progressi terapeutici della coppia analitica al lavoro.
Ci sono riflessioni e domande che nascono dall’esperienza, clinica e non. L’articolo si sofferma sullo stupore del momento trasformativo. L’Autrice considera il ritmo analitico, nelle oscillazioni tra continuità e discontinuità, come il fondamento dell’esperienza possibile della scoperta trasformativa. E ne indica come metafora viva la presenza della sabbiera nello studio analitico, quale continuum che rinvia a una stabilità necessaria e quale potenziale che indica il campo intermedio tra concreto e astratto, luogo possibile dell’accadere simbolico.
La creatività degli artisti risiede nel loro rapporto fecondo con l’Inconscio, dalle cui profondità essi traggono le loro immagini, che, proprio per questo, conservano un valore e una validità universali. È così che taluni concetti propri della psicologia analitica sono stati in qualche modo precorsi e anticipati dai grandi scrittori. Dopo una breve premessa, nella quale coglie alcuni elementi dimostrativi a riguardo nelle pagine di C. Dickens e di A. Fogazzaro, l’Autore esamina in questa prospettiva un’opera di Balzac, nella quale riconosce una suggestiva descrizione di una figura-Anima, secondo la psicologia junghiana.
A partire dall’incontro tra le coppie aspiranti all’adozione e lo psicologo analista in veste di operatore in un servizio pubblico, vengono delineate alcune tematiche relative ad adozioni fallimentari o complicate. Si esamina, in particolare, l’aspetto relativo all’immagine archetipica del puer. Viene sottolineata la possibilità di stabilire fin dal primo incontro una relazione sufficientemente buona, utile al fine di una prevenzione.
Le digressioni che la psicoanalisi ha sempre effettuato nel mondo dell’arte sono state caratterizzate, nel tempo, da malintesi e incomprensioni che hanno generato una distanza, a volte incolmabile, tra l’arte moderna e la psicoanalisi. Jung ha vissuto un rapporto sofferto e conflittuale con l’arte del proprio tempo. Eppure, nonostante le limitazioni derivanti dall’as¬sun¬zio¬ne di un rigido e preclusivo atteggiamento antiestetico verso gli esiti della produzione artistica, molte delle sue intuizioni dal concetto di simbolo alla funzione trascendente permettono di avvicinarsi a una comprensione profonda dell’essenza più autentica della creazione artistica. È in questo senso che oggi diventa possibile il recupero di una relazione costruttiva e dialettica fra arte contemporanea e psicologia analitica al di là degli equivoci che, da sempre, hanno caratterizzato questo rapporto.
L’autrice esamina il concetto di istinto di morte in una prospettiva storica. All’inizio del secolo scorso, Stekel e Spielrein furono i primi psicoanalisti ad affrontare tale argomento, che Freud sviluppò solo diversi anni dopo. L’autrice tenta una comparazione di questi pionieristici lavori di Stekel e Spielrein e poi presenta una cornice degli scritti freudiani sulla morte. Nell’ultima parte dell’articolo, l’autrice illustra una sintetica interpretazione del pensiero junghiano relativo al problema della morte.