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Lo scritto blondeliano sulla Doctrine de Kant sur la connaisssance comparée à celle de Hume et de Leibniz del 1885 (pubblicato recentemente dal «Bulletin des Amis de Maurice Blondel») è una testimonianza preziosa delle riflessioni con le quali il giovane Blondel prepara quel modello di conoscenza, proposto nell’Action del 1893, che gli permetterà di individuare l’origine del vincolo causale non nella condizione del puro pensiero, come sembrava aver fatto Kant, senza superare il fenomenismo di Hume, ma, in accordo con la tradizione filosofica inaugurata da Leibniz e precisata da Maine de Biran, nelle necessità pratiche della ragione. Il saggio blondeliano - che ha alle spalle la lettura delle opere più diffuse in Francia sul pensiero kantiano, condotta nella prospettiva della formazione filosofica ricevuta negli anni di liceo e nel periodo dell’École Normale - permette così di far luce su un aspetto assai significativo e poco conosciuto del lavoro storico-filosofico con cui il giovane Blondel va costruendo il suo progetto sull’Action.
Tra le diverse proposte ermeneutiche capaci di dare valore alla critica che Christian August Crusius rivolge al razionalismo leibniziano-wolffiano ce n’è una che pone al centro dell’attenzione la relazione che intercorre tra antropologia e teodicea. Il discorso crusiano intorno all’uomo svolge al suo interno il ruolo di fondamento esplicativo della risposta alla questione del male in un mondo voluto da Dio. La teodicea viene così considerata per quello che è in primo luogo: l’espressione di una visione incentrata sull’essere razionale finito, sulla creatura umana.
Nelle confutazioni di Spinoza composte da François Lamy e da Pierre-Sylvain Régis troviamo interpretazioni tra loro assai lontane della definizione cartesiana di sostanza: mentre Régis evidenzia l'equivocità del termine usato per Dio e per gli esseri finiti, Lamy sostiene l'analogia tra i due tipi di realtà oggetto di conoscenza. Il presente lavoro - che si sofferma sul pensiero di Edmond Pourchot, François Lamy e François Fénelon - intende richiamare l'attenzione su una corrente di pensiero che, nel segno di Cartesio, mentre sostiene la libertà di Dio nel creare e la contingenza delle creature, sottolinea che ogni cosa, nella misura in cui è, è vera e buona, «car il n'y a rien de réel et de véritable que l'être». Si tratta di una corrente cartesiana in cui è viva la presenza, oltre che di Agostino, di Anselmo d'Aosta.
Il cogito fra continuità e successione (di Alberto Pala) - ABSTRACT: Della tesi caretsiana sul continuo pensare in atto viene esaminata l’argomentazione prodotta dal suo autore per sostenerla. Dapprima viene ripreso il ragio¬namento sulla continuità del pensare e del suo essere sempre in atto, e poi si ragiona sulle proposizioni portatrici di quella tesi. Si vedrà che l’enunciato sulla continuità del pensare va incontro a considerevoli difficoltà sia quando afferma che per effetto dell’emendatio ossia la fase in cui la mens si è liberata dalle opinioni dubbie o inganne¬voli le sostituisce con altre migliori, sia per ef¬fetto della temporalità degli atti della mente. L’indagine riguarda dunque quelle formulazioni lessiacali in cui il filosofo ha scritto che la mente semper actu cogitat, e in cui ha impiegato le forme verbali cogito e sum cogitans.