RISULTATI RICERCA

La ricerca ha estratto dal catalogo 105550 titoli

Ugo Girardi

Programmazione dei flussi in entrata, mercato del lavoro e imprenditori immigrati

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

Nel nostro paese si avverte la necessità di una politica dell’immigrazione imperniata sull’assunzione di strategie di ampio respiro, che tengano conto dell’impatto sull’assetto sociale, ma riescano a un tempo a legare sempre più strettamente alle dinamiche del mercato del lavoro la regolazione dei flussi di ingresso. Ciò richiede innanzitutto la disponibilità di flussi informativi mirati e sistematicamente aggiornati sui fabbisogni professionali delle imprese, in grado di orientare la determinazione quali-quantitativa dei flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Prendendo le mosse dal monitoraggio consentito dal sistema informativo Excelsior realizzato da Unioncamere, l’articolo offre spunti di riflessione per un più efficace meccanismo di programmazione delle quote di ingressi. I dati confermano che inizia ad acquisire consistenza in Italia una domanda strutturale di lavoro immigrato, non solo per esigenze stagionali o per bassa manovalanza, ma in prospettiva anche per profili e figure professionali legati a nuovi bisogni sociali. Tenendo conto delle indicazioni desumibili dai Paesi con lunga esperienza di immigrazione, viene giudicata auspicabile –anche per contrastare le spinte all’immigrazione illegale- una programmazione flessibile, con una pluralità di canali diversificati, delle quote di ingressi per motivi di lavoro. Si sottolinea infine la dinamica di crescita di fenomeni come le rimesse degli emigranti e la nascita di imprese a titolarità extracomunitaria, a conferma che la dimensione lavorativa costituisce la strada maestra per l’integrazione sociale. Emerge, in definitiva, la necessità di guardare in modo nuovo al problema: l’immigrazione può essere trasformata, se si costruiscono le necessarie precondizioni, da problema a risorsa.

Franco Pittau, Alessio D'Angelo

Laicità e differenze religiose

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

In un mondo sempre più secolarizzato si tende a pensare che la diversa appartenenza religiosa sia destinata a giocare un ruolo residuale. Ultimamente, invece, sia a seguito dei drammatici fatti di terrorismo che per effetto della consistente presenza multireligiosa connessa con i flussi migratori, si sta concentrando una maggiore attenzione sul fattore relioso. In questo articolo, presentati i risultati della stima che Caritas/Migrantes fanno delle religioni degli immigrati, si traccia un percorso che aiuti le religioni a incontrarsi e a dialogare, anziché a scontrarsi. Il tema centrale del ragionamento consiste nel proporre la società laica come un contenitore nello stesso tempo neutro e rispettoso, in grado di attribuire uguale dignità a ogni religione senza alcun tono di ostilità, che solitamente si attribuisce all’aggettivo laico. Viene sottolineato, peraltro, che anche negli stessi ambienti religiosi dei paesi di accoglienza vi possono essere atteggiamenti da modificare perché superati dalla situazione multireligiosa che si è determinata.

Luca Brofferio, Marisa Briguglio

Il perché di una ricerca

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

Il Canada, forse proprio perche’ confinante con il gigante statunitense, e’ un Paese che, per chi non ci vive e non lo vive, presenta numerosi aspetti di oscurita’, che possono acclararsi soltanto dopo un non breve periodo di permanenza. Una delle caratteristiche più’ intimamente canadesi che questo Paese offre ad un qualsiasi forestiero che vi giunga - per turismo, per studio, per lavoro o per qualunque altra ragione e’ sicuramente quella del multiculturalismo. Il Canada e’ un Paese multiculturale, nel senso che in esso le differenze e le peculiarita’ di ciascun gruppo etnico che lo abita (ve ne sono ad oggi più’ di cento) vengono garantite, tutelate e perche’ no? esaltate in base ad una legislazione estremamente illuminata, che affonda le radici ad oramai più’ di trent’anni fa, al Governo del carismatico leader liberale Pierre Eliot Trudeau. La ragione ultima di tale politica sociale risiede nel fatto che il Canada e’ un Paese dalle dimensioni enormi (quasi 10 milioni di chilometri quadrati) che, fino alla meta’ del secolo scorso, aveva una popolazione di poco superiore ai 15 milioni di abitanti, un numero certo troppo limitato per garantire quella crescita e quello sviluppo cui esso legittimamente aspirava, anche per comprensibili ragioni di concorrenza con i “cugini” americani. Si avvio’ quindi - dagli anni Sessanta, con un crescendo negli anni Settanta – una politica di apertura del Canada all’immigrazione dall’estero, che potesse incrementarne la popolazione e dare ad esso una nuova collocazione internazionale. Noi italiani fummo parte assai consistente di quel massiccio movimento migratorio e fummo artefici del rinnovamento e del rafforzamento del Paese. Ben presto si appalesarono pero’, in un contesto che rimaneva ancora intimamente anglosassone e sostanzialmente diffidente dei nuovi arrivati, problemi di convivenza tra le diverse etnie che oramai lo costellavano. Trudeau intervenne, in maniera lungimirante, creando dal nulla la sua politica del multiculturalismo, che interpreto’ da subito come alternativa al melting pot degli Stati Uniti. Chi arrivava rimaneva innanzitutto padrone di preservare la propria cultura, le proprie radici, la propria lingua; rimaneva in sostanza padrone di restare quel che era stato fino ad allora, sebbene inserito in un contesto nuovo, che, a sua volta, si proteggeva cosi’ da tensioni etniche che una convivenza fatta di grandi - spesso radicali – differenze avrebbe senza meno prodotto, in assenza di una chiara regolamentazione. Forse a causa del fisiologico logorio del tempo, forse a causa di una modifica del tipo, delle dimensioni e delle modalita’ dell’emigrazione (specie quella più’ recente) anche la politica del multiculturalismo ha con il tempo perduto la forza propulsiva delle origini, stravolgendo in vuoto (esagerato, spesso) formalismo alcuni dei suoi aspetti più’ progressisti. Il dibattito attuale, a vari livelli, sul multiculturalismo – condotto sempre con i consueti toni sommessi, caratteristici di questo Paese - e’ una costante di questo Paese ed e’ la spia della necessita’ di ricalibrare gli obiettivi di tale politica. L’attuale Ministro federale per il Cultural Heritage, la Signora Sheila Copps, ha recentemente, in più’ di un’occasione, sollevato il problema di come “attualizzare” il messaggio lanciato da Trudeau nel 1971, anno della approvazione del Multiculturalism Act. Il senso della ricerca affidata alla Dottoressa Marisa Briguglio nel corso dei suoi tre mesi di stage presso il Consolato Generale d’Italia a Toronto (metropoli non a caso definita dall’ONU, nel 1989, la “citta’ etnicamente più’ diversificata del mondo”) risiede proprio in questo: nella volonta’ di individuare gli elementi di debolezza che affliggono ed intralciano il progresso della politica multiculturale canadese, la quale, se non riadattata alle esigenze diverse di un Canada oramai stabilmente ed intimamente multietnico, rischia di farsi prima autoreferenziale e quindi di implodere.

Manuela De Marco, Maria Marta Farfan

La cittadinanza italiana: legislazione attuale e prospettive

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

La cittadinanza implica il massimo grado di appartenenza di una persona ad uno Stato, tale per cui essa diviene titolare di tutti i doveri e i diritti costituzionalmente garantiti. In Italia, dopo il 1865, si sono avute appena due leggi organiche in materia, peraltro ad intervalli considerevoli l’una dall’altra e dunque a copertura di fasi storiche fra loro profondamente diverse. La legge del 1992, che ha sostituito quella del 1912, è stata approvata quando in Italia si era ormai da tempo affievolita la spinta migratoria verso altri paesi e cominciava invece ad essere sempre più consistente il flusso di immigrati che si stabilivano in Italia; tuttavia con questo intervento, il legislatore non ha mostrato una decisa volontà riformatrice rispetto al passato. Il criterio principale di attribuzione della cittadinanza è rimasto quello della nascita da un cittadino, mentre, pur essendo prevista la naturalizzazione a seguito di 10 anni di residenza legale continuativa nel paese, la modalità più utilizzata è il matrimonio con un italiano/a, su cui si basa oltre il 90% delle concessioni effettuate nel 2002. Il dibattito per la modifica della legge, connesso con quello sul diritto di voto agli immigrati, è tuttora in corso, e si concentra principalmente sulla previsione dell’acquisto automatico della cittadinanza dalla nascita da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri legalmente residenti, e la riduzione del requisito della residenza legale per gli stranieri non comunitari (dagli attuali dieci anni a sette o cinque anni). L’acquisizione dello status di cittadino, come sottolineato nella comunicazione della Commissione su immigrazione, integrazione e occupazione del giugno 2003 (COM 2003 336 def) è un mezzo per agevolare l’integrazione è importante perché stimola il senso di appartenenza alla vita nazionale e, inoltre, conferisce la piena fruizione dei diritti civili, garantendo de jure la partecipazione alla vita politica, civile, sociale, economica e culturale dello Stato membro.

Annalisa Busetta, Antonio Gucciardo

Le previsioni demografiche: il caso italiano nel contesto europeo e mondiale

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

I mutamenti demografici senza precedenti che sono iniziati nel 19° e nel 20° secolo, e che continueranno anche nel 21° secolo, stanno trasformando l’intero pianeta e, in futuro, coinvolgeranno gli stessi paesi in via di sviluppo. Le conseguenze profonde e durature causate dall’invecchiamento della popolazione presenteranno enormi opportunità e sfide per tutte le società, e rappresentano oggi uno dei principali oggetti di studio ed intervento delle Nazioni Unite. Il processo di invecchiamento riguarderà in particolare l’Europa e l’Italia. Secondo le previsioni dell’ONU, la popolazione dell’Unione europea, che è cresciuta da 295milioni nel 1950 a 377milioni nel 2000 (variazione percentuale 2000/1950: +27,8%), dovrebbe continuare a crescere, secondo le previsioni, fino a 384milioni nel 2015 per poi diminuire lentamente fino a 369milioni nel 2050. La variazione percentuale complessiva 2050/2000, pari al -2%, comporterà una diminuzione di 7 milioni di abitanti. In Italia, i cambiamenti nei comportamenti riproduttivi sono stati più intensi che nel resto dell’Europa. Il tasso di fecondità si è ridotto, passando da valori che oscillavano intorno al 2,50 figli per donna e che si erano mantenuti dal dopoguerra fino a tutti gli anni '70, a valori in continua discesa fino a raggiungere quello attuale di 1,21 (tra i più bassi del mondo). Il futuro che aspetta l’Italia è una diminuzione della popolazione autoctona e un aumento della popolazione immigrata: lo dicono concordemente tutti gli studiosi, seppure con stime differenziate. Come ha a più riprese precisato il demografo Antonio Golini, l’immigrazione in questo contesto assume un ruolo determinante e può servire ad attenuare alcuni squilibri (demografici, sociali, economici, del mondo del lavoro, ecc.), ma in nessun caso potrà risolvere, da sola, quelli economici del mondo e nemmeno quelli demografici di casa nostra.

Daniela Marcheggiani

La ricorrenza del concetto di diversità culturale nelle principali dichiarazioni nazionali ed europee

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

La diversità culturale è una irreprimibile manifestazione della ricchezza dello spirito umano. Caratteristica peculiare delle culture umane è infatti la loro inesauribile natura dinamica che le esclude a priori da qualsiasi forma di chiusura. La cultura europea, come del resto ogni cultura, si pone oggi come il risultato di scambi e sintesi culturali che hanno avuto luogo nel corso dei secoli ed hanno acquisito il loro valore nel confronto e nell’apertura a forme diverse di sapere armonizzandosi di volta in volta. L’appartenenza etnica e culturale, si dice, è un fatto comunitario, e questo principalmente perché la costruzione dell’identità personale non può prescindere dal vincolo di appartenenza ad una comunità di cultura.

Paolo Guelfi

L'integrazione dei cittadini dei paesi terzi in Europa

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

Per meglio capire l’evoluzione dell’azione comunitaria in materia di integrazione dei cittadini stranieri regolarmente presenti sul territorio dell’Unione, bisogna soffermarsi sullo sviluppo della competenza della Comunità in materia di immigrazione.

Rodolfo Fiorilla

Le elezioni europee del 2004 e l'approvazione del Trattato costituzionale della nuova Europa

AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI

Fascicolo: 3 / 2004

Due avvenimenti importanti per il futuro dell’Europa hanno caratterizzato il mese di giugno del 2004: le elezioni per il Parlamento e il varo della prima carta Costituzionale dell’U.E. Si tratta di due operazioni distinte, la prima di natura politica, la seconda istituzionale. Al voto per il rinnovo del Parlamento erano chiamati quasi mezzo miliardo di cittadini, compresi quelli dei 10 nuovi paesi (otto dell’ex Patto di Varsavia più Malta e Cipro), per eleggere 732 eurodeputati, di cui 78 in quota all’Italia. La Costituzione nasce invece dall’approvazione a Bruxelles il 18 giugno del Trattato, sottoscritto dai 25 Capi di Stato e di Governo, che istituisce la prima carta costituzionale dell’Unione Europea. Il testo dovrà ora essere ratificato da tutti i paesi dell’Unione e potrebbe entrare in vigore nel 2007. La stesura del trattato ha richiesto ben 17 mesi di lavoro svolto da un’assemblea, denominata Conferenza intergovernativa, apertasi a Roma il 4 ottobre del 2003 e presieduta dall’ex capo di stato francese, Gisgard d’Estaing.