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Nel nostro paese si avverte la necessità di una politica dell’immigrazione imperniata sull’assunzione di strategie di ampio respiro, che tengano conto dell’impatto sull’assetto sociale, ma riescano a un tempo a legare sempre più strettamente alle dinamiche del mercato del lavoro la regolazione dei flussi di ingresso. Ciò richiede innanzitutto la disponibilità di flussi informativi mirati e sistematicamente aggiornati sui fabbisogni professionali delle imprese, in grado di orientare la determinazione quali-quantitativa dei flussi in entrata di lavoratori extracomunitari. Prendendo le mosse dal monitoraggio consentito dal sistema informativo Excelsior realizzato da Unioncamere, l’articolo offre spunti di riflessione per un più efficace meccanismo di programmazione delle quote di ingressi. I dati confermano che inizia ad acquisire consistenza in Italia una domanda strutturale di lavoro immigrato, non solo per esigenze stagionali o per bassa manovalanza, ma in prospettiva anche per profili e figure professionali legati a nuovi bisogni sociali. Tenendo conto delle indicazioni desumibili dai Paesi con lunga esperienza di immigrazione, viene giudicata auspicabile –anche per contrastare le spinte all’immigrazione illegale- una programmazione flessibile, con una pluralità di canali diversificati, delle quote di ingressi per motivi di lavoro. Si sottolinea infine la dinamica di crescita di fenomeni come le rimesse degli emigranti e la nascita di imprese a titolarità extracomunitaria, a conferma che la dimensione lavorativa costituisce la strada maestra per l’integrazione sociale. Emerge, in definitiva, la necessità di guardare in modo nuovo al problema: l’immigrazione può essere trasformata, se si costruiscono le necessarie precondizioni, da problema a risorsa.
In un mondo sempre più secolarizzato si tende a pensare che la diversa appartenenza religiosa sia destinata a giocare un ruolo residuale. Ultimamente, invece, sia a seguito dei drammatici fatti di terrorismo che per effetto della consistente presenza multireligiosa connessa con i flussi migratori, si sta concentrando una maggiore attenzione sul fattore relioso. In questo articolo, presentati i risultati della stima che Caritas/Migrantes fanno delle religioni degli immigrati, si traccia un percorso che aiuti le religioni a incontrarsi e a dialogare, anziché a scontrarsi. Il tema centrale del ragionamento consiste nel proporre la società laica come un contenitore nello stesso tempo neutro e rispettoso, in grado di attribuire uguale dignità a ogni religione senza alcun tono di ostilità, che solitamente si attribuisce all’aggettivo laico. Viene sottolineato, peraltro, che anche negli stessi ambienti religiosi dei paesi di accoglienza vi possono essere atteggiamenti da modificare perché superati dalla situazione multireligiosa che si è determinata.
Il Canada, forse proprio perche’ confinante con il gigante statunitense, e’ un Paese che, per chi non ci vive e non lo vive, presenta numerosi aspetti di oscurita’, che possono acclararsi soltanto dopo un non breve periodo di permanenza. Una delle caratteristiche più’ intimamente canadesi che questo Paese offre ad un qualsiasi forestiero che vi giunga - per turismo, per studio, per lavoro o per qualunque altra ragione e’ sicuramente quella del multiculturalismo. Il Canada e’ un Paese multiculturale, nel senso che in esso le differenze e le peculiarita’ di ciascun gruppo etnico che lo abita (ve ne sono ad oggi più’ di cento) vengono garantite, tutelate e perche’ no? esaltate in base ad una legislazione estremamente illuminata, che affonda le radici ad oramai più’ di trent’anni fa, al Governo del carismatico leader liberale Pierre Eliot Trudeau. La ragione ultima di tale politica sociale risiede nel fatto che il Canada e’ un Paese dalle dimensioni enormi (quasi 10 milioni di chilometri quadrati) che, fino alla meta’ del secolo scorso, aveva una popolazione di poco superiore ai 15 milioni di abitanti, un numero certo troppo limitato per garantire quella crescita e quello sviluppo cui esso legittimamente aspirava, anche per comprensibili ragioni di concorrenza con i “cugini” americani. Si avvio’ quindi - dagli anni Sessanta, con un crescendo negli anni Settanta – una politica di apertura del Canada all’immigrazione dall’estero, che potesse incrementarne la popolazione e dare ad esso una nuova collocazione internazionale. Noi italiani fummo parte assai consistente di quel massiccio movimento migratorio e fummo artefici del rinnovamento e del rafforzamento del Paese. Ben presto si appalesarono pero’, in un contesto che rimaneva ancora intimamente anglosassone e sostanzialmente diffidente dei nuovi arrivati, problemi di convivenza tra le diverse etnie che oramai lo costellavano. Trudeau intervenne, in maniera lungimirante, creando dal nulla la sua politica del multiculturalismo, che interpreto’ da subito come alternativa al melting pot degli Stati Uniti. Chi arrivava rimaneva innanzitutto padrone di preservare la propria cultura, le proprie radici, la propria lingua; rimaneva in sostanza padrone di restare quel che era stato fino ad allora, sebbene inserito in un contesto nuovo, che, a sua volta, si proteggeva cosi’ da tensioni etniche che una convivenza fatta di grandi - spesso radicali – differenze avrebbe senza meno prodotto, in assenza di una chiara regolamentazione. Forse a causa del fisiologico logorio del tempo, forse a causa di una modifica del tipo, delle dimensioni e delle modalita’ dell’emigrazione (specie quella più’ recente) anche la politica del multiculturalismo ha con il tempo perduto la forza propulsiva delle origini, stravolgendo in vuoto (esagerato, spesso) formalismo alcuni dei suoi aspetti più’ progressisti. Il dibattito attuale, a vari livelli, sul multiculturalismo – condotto sempre con i consueti toni sommessi, caratteristici di questo Paese - e’ una costante di questo Paese ed e’ la spia della necessita’ di ricalibrare gli obiettivi di tale politica. L’attuale Ministro federale per il Cultural Heritage, la Signora Sheila Copps, ha recentemente, in più’ di un’occasione, sollevato il problema di come “attualizzare” il messaggio lanciato da Trudeau nel 1971, anno della approvazione del Multiculturalism Act. Il senso della ricerca affidata alla Dottoressa Marisa Briguglio nel corso dei suoi tre mesi di stage presso il Consolato Generale d’Italia a Toronto (metropoli non a caso definita dall’ONU, nel 1989, la “citta’ etnicamente più’ diversificata del mondo”) risiede proprio in questo: nella volonta’ di individuare gli elementi di debolezza che affliggono ed intralciano il progresso della politica multiculturale canadese, la quale, se non riadattata alle esigenze diverse di un Canada oramai stabilmente ed intimamente multietnico, rischia di farsi prima autoreferenziale e quindi di implodere.
La cittadinanza implica il massimo grado di appartenenza di una persona ad uno Stato, tale per cui essa diviene titolare di tutti i doveri e i diritti costituzionalmente garantiti. In Italia, dopo il 1865, si sono avute appena due leggi organiche in materia, peraltro ad intervalli considerevoli l’una dall’altra e dunque a copertura di fasi storiche fra loro profondamente diverse. La legge del 1992, che ha sostituito quella del 1912, è stata approvata quando in Italia si era ormai da tempo affievolita la spinta migratoria verso altri paesi e cominciava invece ad essere sempre più consistente il flusso di immigrati che si stabilivano in Italia; tuttavia con questo intervento, il legislatore non ha mostrato una decisa volontà riformatrice rispetto al passato. Il criterio principale di attribuzione della cittadinanza è rimasto quello della nascita da un cittadino, mentre, pur essendo prevista la naturalizzazione a seguito di 10 anni di residenza legale continuativa nel paese, la modalità più utilizzata è il matrimonio con un italiano/a, su cui si basa oltre il 90% delle concessioni effettuate nel 2002. Il dibattito per la modifica della legge, connesso con quello sul diritto di voto agli immigrati, è tuttora in corso, e si concentra principalmente sulla previsione dell’acquisto automatico della cittadinanza dalla nascita da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri legalmente residenti, e la riduzione del requisito della residenza legale per gli stranieri non comunitari (dagli attuali dieci anni a sette o cinque anni). L’acquisizione dello status di cittadino, come sottolineato nella comunicazione della Commissione su immigrazione, integrazione e occupazione del giugno 2003 (COM 2003 336 def) è un mezzo per agevolare l’integrazione è importante perché stimola il senso di appartenenza alla vita nazionale e, inoltre, conferisce la piena fruizione dei diritti civili, garantendo de jure la partecipazione alla vita politica, civile, sociale, economica e culturale dello Stato membro.
I mutamenti demografici senza precedenti che sono iniziati nel 19° e nel 20° secolo, e che continueranno anche nel 21° secolo, stanno trasformando l’intero pianeta e, in futuro, coinvolgeranno gli stessi paesi in via di sviluppo. Le conseguenze profonde e durature causate dall’invecchiamento della popolazione presenteranno enormi opportunità e sfide per tutte le società, e rappresentano oggi uno dei principali oggetti di studio ed intervento delle Nazioni Unite. Il processo di invecchiamento riguarderà in particolare l’Europa e l’Italia. Secondo le previsioni dell’ONU, la popolazione dell’Unione europea, che è cresciuta da 295milioni nel 1950 a 377milioni nel 2000 (variazione percentuale 2000/1950: +27,8%), dovrebbe continuare a crescere, secondo le previsioni, fino a 384milioni nel 2015 per poi diminuire lentamente fino a 369milioni nel 2050. La variazione percentuale complessiva 2050/2000, pari al -2%, comporterà una diminuzione di 7 milioni di abitanti. In Italia, i cambiamenti nei comportamenti riproduttivi sono stati più intensi che nel resto dell’Europa. Il tasso di fecondità si è ridotto, passando da valori che oscillavano intorno al 2,50 figli per donna e che si erano mantenuti dal dopoguerra fino a tutti gli anni '70, a valori in continua discesa fino a raggiungere quello attuale di 1,21 (tra i più bassi del mondo). Il futuro che aspetta l’Italia è una diminuzione della popolazione autoctona e un aumento della popolazione immigrata: lo dicono concordemente tutti gli studiosi, seppure con stime differenziate. Come ha a più riprese precisato il demografo Antonio Golini, l’immigrazione in questo contesto assume un ruolo determinante e può servire ad attenuare alcuni squilibri (demografici, sociali, economici, del mondo del lavoro, ecc.), ma in nessun caso potrà risolvere, da sola, quelli economici del mondo e nemmeno quelli demografici di casa nostra.
La diversità culturale è una irreprimibile manifestazione della ricchezza dello spirito umano. Caratteristica peculiare delle culture umane è infatti la loro inesauribile natura dinamica che le esclude a priori da qualsiasi forma di chiusura. La cultura europea, come del resto ogni cultura, si pone oggi come il risultato di scambi e sintesi culturali che hanno avuto luogo nel corso dei secoli ed hanno acquisito il loro valore nel confronto e nell’apertura a forme diverse di sapere armonizzandosi di volta in volta. L’appartenenza etnica e culturale, si dice, è un fatto comunitario, e questo principalmente perché la costruzione dell’identità personale non può prescindere dal vincolo di appartenenza ad una comunità di cultura.
Per meglio capire l’evoluzione dell’azione comunitaria in materia di integrazione dei cittadini stranieri regolarmente presenti sul territorio dell’Unione, bisogna soffermarsi sullo sviluppo della competenza della Comunità in materia di immigrazione.
La revisione, appena conclusa, del Regolamento CEE n. 1408/71 sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale degli Stati membri dell’U. E. ha comportato diverse modifiche migliorative della vigente normativa comunitaria. Nel frattempo, tale normativa è stata estesa ai cittadini di Paesi terzi.
Due avvenimenti importanti per il futuro dell’Europa hanno caratterizzato il mese di giugno del 2004: le elezioni per il Parlamento e il varo della prima carta Costituzionale dell’U.E. Si tratta di due operazioni distinte, la prima di natura politica, la seconda istituzionale. Al voto per il rinnovo del Parlamento erano chiamati quasi mezzo miliardo di cittadini, compresi quelli dei 10 nuovi paesi (otto dell’ex Patto di Varsavia più Malta e Cipro), per eleggere 732 eurodeputati, di cui 78 in quota all’Italia. La Costituzione nasce invece dall’approvazione a Bruxelles il 18 giugno del Trattato, sottoscritto dai 25 Capi di Stato e di Governo, che istituisce la prima carta costituzionale dell’Unione Europea. Il testo dovrà ora essere ratificato da tutti i paesi dell’Unione e potrebbe entrare in vigore nel 2007. La stesura del trattato ha richiesto ben 17 mesi di lavoro svolto da un’assemblea, denominata Conferenza intergovernativa, apertasi a Roma il 4 ottobre del 2003 e presieduta dall’ex capo di stato francese, Gisgard d’Estaing.
Ultimamente stiamo assistendo in Italia alla nascita e alla diffusione di numerose testate giornalistiche rivolte all’utenza straniera, conseguenza diretta non solo del costante aumento della popolazione immigrata ma anche dell’elevata eterogeneità dei gruppi etnici che vivono sul territorio italiano. Difatti, a differenza di altri Stati membri dell’Unione Europea di più antica tradizione migratoria (Gran Bretagna, Germania, Francia), in Italia non prevale una o qualche comunità, ma sono rappresentati tutti i continenti con diversi gruppi presenti.
Le elezioni politiche del 2 aprile 2004 in Sri Lanka hanno nuovamente cambiato lo scenario dell’isola, riportando al potere la coalizione di sinistra guidata dal Presidente della repubblica Chandrika Bandaranaike, che era stata sconfitta alla fine del 2001, dopo qualche anno di contrastata gestione del Paese e la recrudescenza delle violenze inter-etniche. Non è irreale pensare ad un ritorno della guerra civile, che oppone ormai da quasi 30 anni le Tigri Tamil ed il Governo srilankese, dopo quasi 3 anni di tregua (che ritengo appartenere alla categoria della pace rivoluzionaria di tipo maoista, stipulata per permettere la riorganizzazione delle proprie forze e il reperimento di nuovi fondi a favore della guerra, da parte di entrambi gli attori). Ma qual è l’origine del conflitto fra il Governo centrale dell’Isola e la guerriglia Tamil, e specialmente in un’ttica più generale - fra Singalesi e Tamil?
Il 1 maggio 2004 l’Unione Europea si è aperta all’ingresso di dieci nuovi paesi, Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Slovacca, Slovenia e Ungheria, otto dei quali appartengono all’area dei Paesi dell’Europa Centro Orientale che fino allo scioglimento dell’Unione Sovietica erano parte di un sistema economico ad economia pianificata. Per questi paesi, detti con economie in transizione, il decennio appena trascorso è stato denso di difficoltà e sfide importanti. L’apertura all’economia di mercato e agli scambi internazionali ha imposto adeguamenti strutturali dei sistemi produttivi, privatizzazione delle aziende di stato, redistribuzione delle risorse e una più serrata competizione commerciale. Importante più di ogni altra cosa è stato il cambiamento del modo di porsi di fronte a problematiche sociali ed economiche per la classe dirigente, gli operatori, i consumatori di questi paesi.
Fino all’ottobre del 1973 il mondo non annoverava, tra le sue preoccupazioni, quella del prezzo del petrolio. Ciò perché il mercato era bilanciato tra domanda ed offerta. L’OPEC (Organizzazione dei Paesi produttori) si manteneva neutra in materia di livelli di produzione e conseguenti prezzi del greggio. Un atteggiamento non esente da possibili bruschi mutamenti. Ma, fino ad allora, tranquillizzante sia per produttori che per consumatori. Tale quiete aveva termine nel ricordato autunno del 1973. A quel momento lo Sciah di Persia, minacciato da una rivoluzione interna (motivata dal suo eccessivo laicismo e pro-occidentalismo) cercava di riconquistare popolarità grazie ad un gesto di estremo nazionalismo. Convinceva, cioè, l’OPEC a quintuplicare di colpo il prezzo del petrolio. Prestigio che lo salvava solo per breve tempo dalla successiva rivolta popolare e dal trionfale ritorno in Iran dell’Ajatollah Komeini.
When building QALYs (Quality-adjusted Life Years), the crucial element is the valuation of health state utilities. The three main valuation techniques, the rating scale, the standard gamble and the time trade-off, should theoretically provide equivalent results. However, differences in frame, as well as the failure of the normative theory of expected utility from a descriptive point of view, give rise to significantly different utility values according to the estimation technique. We propose to analyse the problem of the best technique from an empirical perspective, comparing the three methods on the basis of the consistency of elicited responses. We use a sample of sixty individuals to analyse inconsistent responses in a qualitative fashion and identify the potential sources of inconsistency. The methods based on a trade-off exhibit higher inconsistency rates. However, we find that the observed rate can be reduced through the introduction of visual aids during the administration of interviews.
In striking contrast with the majority of other European economies, the UK pension system does not pose problems of financial sustainability to public finances. Public expenditure for pensions is foreseen to remain relatively stable for the next 50 years, around 5% of GDP, thanks to the considerable stock of privately-funded, actuariallyfair pension provision accumulated by the country. Nonetheless, an intense debate is under way on the alleged crisis of the pension system, resulting not only from the private cost but also from the level of the benefits. The debate encompasses both the demand and the supply side of the pension system. The present work illustrates the structural characteristics and significant peculiarities of the UK pension system, with particular emphasis on the evolution of pension savings in the private sector. Furthermore, it surveys the main aspects of the current debate and the different measures put forward as possible solutions. With reference to Italy, the UK experience may constitute a source of meaningful reflections for the current debate on the evolution of private pensions.
Spain has become one of the most decentralised countries among developed countries since 1978. Nevertheless, local governments have been kept out of this decentralization process. The aim of this article is to explain the current framework of local expenditure from the point of view of the principle of local autonomy, sacred by the Spanish Constitution. Local expenditure budgets will be analysed, finding out two characteristics of local expenditure: concentration and diversity, both from geographical and size terms, and identifying some possible reasons for these facts. Finally, the article introduces the Local Pact for Spain, its fundamentals and goals, and the main problems that a second decentralization from regional governments to local authorities may face.