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Schede

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 103 / 2004

Francesca Tacchi

Dall'esclusione all'inclusione. Il lungo cammino delle laureate in Giurisprudenza

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 103 / 2004

Da ormai un ventennio è significativa la presenza delle donne italiane nelle professioni giuridiche, pur essendo caduti rispettivamente dal 1920 e dal 1963 gli ostacoli che avevano loro impedito di accadere all’avvocatura e alla magistratura. Molte delle opportunità oggi considerate naturali, sono faticose conquiste di una storia di lungo periodo, contrassegnata da alcune tappe fondamentali: l’età liberale, in cui le donne, ammesse all’università, non possono accedere allo sbocco naturale degli studi giuridici, l’avvocatura, fino alla legge di riconoscimento giuridico del 1919. Gli effetti del regolamento di attuazione del 1920, che introdusse gravi limitazioni, si sentirono negli anni successivi, combinandosi con la politica messa in atto dal regime fascista nei confronti delle donne lavoratrici. Le difficoltà d’inserimento nel mondo forense indussero molte laureate in Legge a ritagliarsi uno specifico campo d’interesse professionale (il diritto di famiglia) o a cercare sbocchi professionali meno qualificanti (esempio come assistenti sociali). Risale al secondo dopoguerra il boom delle iscritte a Giurisprudenza e, progressivamente, agli albi professionali. Si propone un’indagine storico-sociale di lungo periodo, soffermandosi su alcuni casi di studio, per ricostruire i frammenti della biografia collettiva delle laureate in Giurisprudenza.

Quest’articolo è un tentativo di ricostruzione delle logiche sottese alla concessione di feudi nello stato di Milano nel periodo compreso tra il 1680 e il 1700. La tesi di fondo è che attorno all’attività del Magistrato Straordinario, l’organo proto amministrativo preposto alle infeudazioni (che per lo più avvenivano a titolo oneroso), ruotasse un vero e proprio mercato. Un mercato regolato da precise leggi di offerta e domanda. Il punto di partenza del lavoro è stata un’analisi quantitativa relativa al numero di località infeudate, al prezzo di vendita, alle tipologie contrattuali utilizzate per portare a termine la transazione. In seconda istanza sono stati presi in considerazione gli acquirenti e le loro famiglie, per delineare i moventi che li avevano portati all’acquisto. Questa metodica ha evidenziato la presenza di un numero rilevante di homines novi provenienti dalla mercatura che utilizzavano il feudo per affrettare il proprio ingresso nell’elite patrizia.

Nell’ancora poco conosciuto contesto dell’amministrazione economica delle curie vescovili pre-tridentine, il saggio si propone di esaminare il caso della diocesi veronese negli anni dell’episcopato ‘esemplare’ di Gian Matteo Giberti (1524-1543). Il riordino attuato nelle proprietà della mensa vescovile attraverso nuove e capillari catasticazioni dei fondi e so-prattutto attraverso il rinnovo attento delle investiture feudali e di locazione e in seguito l’estensione di tali ‘procedure’ di controllo e di miglioramento all’intera diocesi, costitui-scono i due momenti centrali del programma gibertino nell’arco di un ventennio. Accanto all’azione diretta nella mensa vescovile e nelle parrocchie, affidata a specifiche ‘figure’ cre-ate nell’ambito della familia gibertina (tra cui spiccano in primo luogo le delicate mansioni del factor) e sottoposta ad una continua verifica visitale, si colloca la creazione di specifici strumenti legislativi di codifica. Tra questi, particolare attenzione meritano le inedite Costi-tuzioni per le pievi (1540) che, in sintonia con le più note e diffuse Costituzioni per il clero, costituiscono plausibilmente la sintesi più organica degli interventi di ristrutturazione della proprietà ecclesiastica attuati dal Giberti.