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La letteratura in tema di salute e benessere ha dedicato negli anni ampio spazio all’indagine della componente valutativa e rappresentazionale (soggettiva e sociale) relativa alla salute e alla malattia intesa quale mediatore primo della risposta comportamentale soggettiva a fronte dell’insorgenza di un evento patogeno (Zani e Cicognani, 2000). Uno dei modelli maggiormente utilizzati in quest’ambito d’indagine (Moss-Morris et al., 2002; Hagger e Orbell, 2003) è il Common-sense Model of Illness Representations di Leventhal e colleghi (1980). Parallelamente a questa tradizionale linea di ricerca, alcuni studi piuttosto recenti evidenziano l’opportunità di prendere in considerazione la dimensione di senso quale fattore di resilienza contro l’insorgenza di distress psicologico (Reker e Chamberlain, 2000). In tale prospettiva il presente studio qualitativo si propone di esplorare i contenuti della rappresentazione della malattia nelle produzioni discorsive di un gruppo di 14 soggetti colpiti da infarto miocardico acuto e di indagare se e come la dimensione di senso, e nello specifico il senso di coerenza (Antonovsky, 1987a, 1987b), entri nella rappresentazione della malattia. L’analisi delle produzioni discorsive effettuata mediante il software per l’analisi su base statistica di materiale testuale T-lab ha messo in evidenza una corrispondenza tra i contenuti tipici della rappresentazione della malattia espressa dai soggetti e le categorie previste dal Common-Sense Model of Illness representation di Leventhal (1980) così come operazionalizzato da Moss Morris e colleghi (2002). Tuttavia il dato più rilevante riguarda la fondamentale funzione adattativa e salutogenica svolta dalla dimensione di senso.
Attualmente in letteratura l’intelligenza emotiva, come costrutto multidimensionale (Bar-On, 1997), viene presentata come correlato (Saklofske et al., 2003; Austin et al., 2005; Isaacowitz, 2005) o predittore del benessere e del successo individuale e lavorativo (Ciarrochi et al., 2003; Day e Carroll, 2004; Spence et al., 2004); viene inoltre indagata la relazione tra l’intelligenza emotiva e lo stress occupazionale (Bar-On et al., 2000; Ashkanasy et al., 2003; Mendes, 2003; Gerits et al., 2005). Nella presente indagine è stata valutata la relazione tra Stress occupazionale e Intelligenza emotiva in un gruppo di 60 insegnanti della Scuola Primaria di tre Istituti Comprensivi della Regione Toscana, al fine di verificare il ruolo di moderatore dell’intelligenza emotiva rispetto allo stress occupazionale e quindi individuare strategie di valorizzazione delle risorse della funzione docente e specifiche aree di intervento per la prevenzione del disagio. I risultati rivelano una complessa relazione tra Intelligenza emotiva e Stress occupazionale; in particolare, la Gestione dello stress, risulta predittiva della Salute attuale rappresentata dalla capacità di controllare gli impulsi e dalla tolleranza allo stress.
Dal novembre 2001 le prestazioni sanitarie per la tutela, la cura e il recupero della salute da assicurare a tutti i cittadini sono raggruppate nei LEA (DPCM 29/11/2001), attraverso i quali vengono delineati i confini ed esplicitate le priorità dell’azione del SSN in materia di politiche sanitarie. L’introduzione dei LEA ha richiamato l’attenzione sulla necessità di coinvolgere anche gli utenti-cittadini (accanto agli esperti) nella definizione delle politiche sanitarie, per ragioni economiche ed etiche. Le ricerche che hanno indagato le opinioni dei cittadini sulle priorità sanitarie confermano che essi tendono ad utilizzare una varietà di criteri, non sempre coincidenti con quelli utilizzati dagli esperti. Rimangono tuttavia aperti vari interrogativi dovuti alla presenza di biases metodologici. L’obiettivo di questa ricerca esplorativa, che è parte di un progetto più ampio, era di ricostruire la lista di priorità assegnata a 52 prestazioni LEA da parte di un campione di 100 cittadini (età 22-65 anni), evidenziando anche i fattori che orientano i processi di giudizio. I risultati hanno indicato che le 52 prestazioni sottoposte a valutazione ricadono all’interno di 10 cluster, ai quali corrispondono giudizi di priorità differenti. In linea con la letteratura, si conferma il ruolo primario attribuito alle prestazioni di pronto intervento, a quelle rivolte a categorie di persone bisognose di particolari cure, sostegni o ausili a causa dello stato di cronicità di cui sono affette e alle prestazioni diagnostiche e specialistiche, mentre la medicina alternativa e le prestazioni accessorie come la chirurgia estetica ricevono giudizi di importanza bassi. L’età e il titolo di studio dei partecipanti risultano associati ad alcune differenze nel grado di importanza attribuito ad alcune prestazioni.
Con la presente ricerca abbiamo inteso analizzare le interrelazioni fra strain, carico di cura, preoccupazioni, percezione di vulnerabilità del proprio figlio in genitori di bambini con recente diagnosi di epilessia idiopatica, posti a confronto con genitori di bambini attualmente sani che avevano avuto una malattia acuta nel corso dell’anno precedente. I risultati mostrano che, nonostante i loro figli siano affetti da una forma di epilessia benigna e asintomatica, i genitori percepiscono i propri figli più vulnerabili e presentano livelli di preoccupazione maggiori rispetto ai genitori del gruppo di controllo; in entrambi i gruppi, le madri presentano livelli di strain più alti e sostengono un carico di cura maggiore dei padri; solo nel caso delle madri di bambini con epilessia lo strain è significativamente associato sia al carico di cura, sia alla percezione di vulnerabilità del figlio.
Il presente lavoro si riferisce all’esperienza di un gruppo di ricerca in ambito istituzionale che si era proposto di valutare l’efficacia di alcune psicoterapie mediante l’applicazione di una Core Battery, che raccoglieva strumenti di processo e di esito, in grado di rilevare la specificità del lavoro psicoterapico e di fornire dati quantificabili delle modificazioni riscontrate dal clinico e percepite dal paziente. In particolare, si è voluto riflettere sulla FR, misurata all’inizio e alla fine delle psicoterapie mediante la somministrazione dell’intervista RAP-R. Le considerazioni svolte si riferiscono a un campione di 16 psicoterapie condotte in ambito istituzionale da terapeuti di diversi orientamenti, di una durata compresa tra 12 e 36 mesi e fornite di una serie di parametri confrontabili. Non prescindendo dal problema della validità scientifica della ricerca empirica in ambito clinico, gli autori si sono soffermati sulla questione se il livello di FR possa essere considerato un parametro di misurazione dell’esito di trattamenti psicoterapici.
L’articolo si propone di esplorare la funzione onirica prendendo come spunto di riflessione e analisi due diverse esperienze di lavoro clinico, esemplificative per tipo di paziente e per il tipo di percorso terapeutico sviluppato. L’intento è quello di individuare gli ostacoli e le possibilità, i vincoli e gli elementi che bloccano o invece promuovono e attivano la funzione onirica, indagando se e come questa possa mettersi in moto e lavorare per una elaborazione mentale di eventi fortemente traumatici. La prima situazione è quella di un lavoro terapeutico e di ricerca con pazienti ospedalizzati per problemi cardiologici; la seconda riguarda ragazze straniere, anche molto giovani, portate in Italia attraverso il mercato del Traffiking o Tratta. Vengono riportate alcune storie cliniche ad esemplificazione di come si sia sviluppato il rapporto terapeutico. L’articolo sottolinea che per molti pazienti psicosomatici e comunque per pazienti che hanno vissuto o vivono situazioni altamente traumatiche, il rilancio della vita mentale, di cui la funzione onirica è testimonianza, si coniuga ad un’attività terapeutica che si sostanzia nel valore interpretativo della presenza stessa del terapeuta. Viene quindi posto l’accento sull’importanza delle dinamiche interrelazionali transferali e controtransferali che indicano come sia necessario che il terapeuta lavori internamente su ciò che il paziente non dice, non sente, su ciò che manca.
Il lavoro tenta di descrivere l’uscita da uno stallo nel corso dell’analisi di Marta attraverso l’insight prodotto da un sentimento perturbante che invade il campo analitico. Questo fenomeno consente l’individuazione di un trauma transgenerazionale (derivante da un lutto segreto e non elaborato) connesso alla storia famigliare della paziente. La modificazione del campo analitico consentirà a Marta di recuperare quote di autonomia e individualità attraverso il riconoscimento di innesti mentali estranei di origine materna.
Lo psicoanalista austriaco August Aichhorn (1878-1948) è noto come autore di Werwahrloste Jugend pubblicato nel 1925 con la prefazione di Sigmund Freud. In quest’opera, egli ripensò secondo il punto di vista della psicoanalisi il lavoro educativo che aveva svolto per molti anni con ragazzi e adolescenti che presentavano gravi problemi di disadattamento sociale a Vienna durante gli anni difficili della prima Guerra Mondiale e del dopoguerra, quando dal crollo dell’Impero Austriaco sorse la piccola Repubblica d’Austria. Il libro rese Aichhorn famoso come lo studioso della psicoanalisi applicata all’educazione. L’articolo si propone anche di dimostrare che il lavoro di Aichhorn può essere considerato, da molti punti di vista, una geniale anticipazione dell’intervento psicoterapeutico con gli adolescenti ispirato alla psicoanalisi, e in particolare delle cosiddette terapie brevi, che si differenzia, da molti punti di vista, dalla psicoanalisi classica. Di questo aspetto dell’opera di Aichhorn vengono presentati molti esempi.