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Piernicola Marasco

La violenza del démone

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

L’autore contribuisce al dibattito sulla dimensione archetipica proponendosi la descrizione e la restituzione di un prototipo di un’esperienza corrispondente. Riferisce di quanto occorsogli in occasione della partecipazione a un convegno sull’argomento della violenza, durante il quale alcuni riferimenti letterari e musicali alla figura mitologica di Medea evocano una figura imponente di donna e impongono al soggetto un confronto con ritmi e scansioni della vita, aprendo lo spazio a considerazioni sul tema e sollecitando una revisione di alcuni assunti fino ad allora condivisi: il processo invade anche aree complementari, coinvolgendovi aspetti di “Ombra” (la violenza) e di “Anima”, quale corrispondenza al mondo, agli altri, al rapporto uomo donna. Non restano estranei al coinvolgimento le figure maschili del figlio (puer) e del padre (senex), mentre rientra nell’esperienza medesima una critica sia delle rappresentazioni collettive ancora operanti nella strutturazione della “Persona” dell’uomo moderno, sia del loro sottofondo immaginario.

Augusto Romano

Sacro e profano nell'esperienza archetipica

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Il presente saggio affronta, con l’aiuto di alcuni sogni, i seguenti problemi: a) la relazione tra l’Io e le immagini archetipiche come luogo di massima tensione tra linguaggio dell'in¬conscio e categorie della coscienza; b) lo statuto ontologico dell’archetipo. L’Autore aggira questa questione, spostando l’attenzione dalle condizioni di esistenza alle condizioni di efficacia dei processi archetipici. In questa prospettiva, sottolinea la differenza tra l’ar¬che¬ti¬pi¬co come prodotto culturale e l’archetipico come evento esistenziale. Infine, sulla scorta di alcuni testi di K. Kerényi, F. Jesi e A. Artaud, utilizza la differenza tra mitologia e mito per illustrare analogicamente il carattere di “rivelazione improvvisa” delle immagini archetipiche.

Vito Marino De Marinis

Esperienza e conoscenza nella stanza di analisi e legami con la tradizione analitica

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Il lavoro affronta il tema della funzione delle teorie nel funzionamento mentale dell’analista. Intorno alle teorie, investite affettivamente, si strutturano le affiliazioni degli analisti in gruppi. Talvolta può avvenire che esse si trasformino in ideologie, a volte ciò è avvenuto per il concetto di archetipo e di individuazione. Viene sviluppato inoltre il tema della funzione delle teorie nel funzionamento mentale dell’analista al lavoro.

Clementina Pavoni

Edipo, i lupi mannari e la balena

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Edipo, i lupi mannari e la balena Clementina Pavoni Riassunto A partire da una citazione di Freud e una di Jung viene operato un confronto tra le due modalità di concepire la componente innata di quel grande organizzatore affettivo che è l’edipo. Freud parla di “schemi filogenetici innati”, Jung di “conflitto psicologico individuale” e di “fantasia incestuosa”. L’analisi dei due ambiti lessicali porta all’individuazione di contesti concettuali diversi: come si legge nell’interpretazione del sogno dell’Uomo dei lupi, per Freud il punto focale è costituito dalla paura della castrazione da parte del padre; per Jung l’elemento centrale nello sviluppo psicologico è costituito dalla capacità del soggetto di uscire dalla cattura e fascinazione del mondo materno, che però costituisce sul piano simbolico l’insieme di temi inconsci di grande valore psicologico. Al tema classico della vicenda tragica di Edipo si associa l’immagine, non meno drammatica, di Giona e la balena.

Franco Farinelli

Malinconia dell'anatomia

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Partendo dall’analisi dell’iconografia della malinconia si sostiene che quella che Ignacio Matte Blanco chiama la logica del sistema inconscio corrisponde alla logica dell’archetipo sferico, mentre quella che egli chiama la logica della coscienza corrisponde alla logica dello ar¬chetipo tabulare cioè alla logica della mappa, intesa come logica dell’estensione piana nei termini della geometria euclidea. Di conseguenza l’intera modernità è consistita nel tentativo di proiezione della seconda sulla prima, e di tale lavorio è risultato il modello del globo, oltre che il modello del rapporto tra conscio e inconscio.

Alessandra Ciattini

L'inconscio nelle scienze sociali. Un problema teorico, sociale ed etico-politico

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Con questo scritto l’autrice si propone di dimostrare sia che è indispensabile far ricorso alla nozione di inconscio per interpretare e spiegare il comportamento storico-sociale, sia che tale nozione è legata all’esigenza illuministica di dare un significato immanente alla storia. Tuttavia, l’articolo qui presentato vuole anche mostrare che, nonostante gli studiosi spesso impieghino tale termine, l’inconscio proprio delle scienze sociali presenta alcune peculiarità che lo fanno assomigliare più al preconscio o al Super-Io. Infine, l’autrice mostra come certe concezioni del soggetto, per le quali esso è molteplice e frammentato, siano in realtà il riflesso delle condizioni di vita nell’attuale società capitalistica. Ad esse oppone la concezione di un soggetto non monolitico, che si riappropria del suo agire inconsapevole e che opera come attore cosciente nella storia umana.

L’articolo si sofferma sulle notevoli somiglianze fra il concetto di sistema motivazionale interpersonale, formulato dalla psicologia cognitivo-evoluzionista, e quello di archetipo, formulato dalla psicologia analitica: entrambi rimandano a una strutturazione in unità funzionali distinte dell’attività mentale inconscia, diversa dall’inconscio personale, e che fonda la comunicazione fra persone e la comprensione basilare reciproca nell’essere in relazione con l’Altro fin dall’inizio della vita. La compatibilità di entrambi i concetti con la prospettiva dell’intersoggettività emergente nella psicoterapia contemporanea è una caratteristica di ambedue i modelli teorici.

Maria Ilena Marozza

Gli archetipi come ingranaggi della psiche

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

In questo lavoro vengono messe in evidenza le principali funzioni svolte, nella metapsicologia junghiana, dall’archetipo, come dimensione che si contrappone alle caratteristiche della coscienza egoica. Viene sottolineato il dualismo funzionale che deriva da questa impostazione. Quindi viene proposto come, nel ripensare oggi questa stessa dinamica alla luce di una concezione complessa della soggettività, la funzione archetipica possa continuare a svolgere un ruolo fondamentale, liberandosi però della colorazione metafisica che ancora conserva nel pensiero junghiano. Viene sottolineata la necessità di abbandonare ogni dimensione fondativa, o direttamente significativa degli archetipi, valorizzando viceversa le loro due funzioni più specifiche: il porsi come continuo ridimensionamento, tramite il richiamo all’alterità, delle funzioni egoiche, e il porsi come dimensione originaria, capace di influire sulla soggettività tramite il collegamento tra la sensibilità affettiva e l’elaborazione cognitiva.

Romano Màdera

Costanti antropiche, modelli culturali e mitobiografia storica

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

L’importanza dell’analisi della dimensione archetipica sta nel riportare l’esperienza psichica a ciò che è oggettivo e universale, cioè naturale, nella soggettività. Ma, a confronto con il metodo comparativo usato dall’etologia umana, la dimensione archetipica delle immagini deve essere articolata in modo più preciso che in Jung. In lui la psiche ha una storia, ma non è il mondo ad avere una storia (geografica, tecnica e sociale) che trasforma la psiche.

Paolo Aite

Bisogno di originario nella trasformazione degli affetti

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Nella relazione analitica, quando avviene un confronto con emozioni profonde, possono essere percepite sia dall’analista che dal paziente due modi distinti di reagire a quanto accade: uno archetipico e uno personale. È un momento di grande intensità affettiva che mette a dura prova le difese acquisite inducendo in entrambi i partecipanti risonanze sorprendenti sia a livello corporeo che immaginativo. Si sostiene che questa esperienza si manifesta quando si attiva una possibilità di trasformazione degli affetti. L’uso del “gioco della sabbia” nell’analisi dell’adulto mette in evidenza le ragioni personali e archetipiche all’evento emozionale. Ripercorrendo la costruzione spazio-temporale di una scena di gioco in un primo incontro analitico appare con evidenza il carattere distintivo delle reazioni indicate. Le scelte d’oggetto sono indicative di vissuti scissi dalla coscienza in cui non c’è distinzione tra soggetto e oggetto, mentre le loro collocazioni sulla scena di gioco e le parole spontanee pronunciate, offrono chiare indicazioni sulla posizione difensiva acquisita fino a quel momento dal soggetto.

Maria Teresa Rufini

Variazioni sul tema dell'archetipo

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

Jung definisce gli archetipi come fattori emotivi, che organizzano gli elementi psichici in immagini. Queste configurazioni sono il precipitato di milioni di anni di esperienze evolutive, sono preconsce e sono le dominanti strutturali della psiche. L’archetipo è l’elemento strutturale e strutturante della psiche. Fin dai primordi, l’uomo, per conoscere il mondo, utilizza la “percezione interpretante”. I cosiddetti “concetti percettivi” nascono dalla proiezione di forze psichiche sulla natura. L’urgenza di interpretare l’ignoto conferisce ad ogni atto conoscitivo una forte valenza emotiva. La comprensione del mondo equivale ad un’appropriazione. Jung parla di “tonalità affettiva” delle raffigurazioni, per indicare l’in¬ten¬sità di ogni atto interpretativo. D’altra parte, la valenza emotiva delle immagini le rende a loro volta “afferranti”. Esiste, fin da tempi più remoti, una forma primaria di conoscenza, che è quella per “possessione”, ispirazione, “divina follia”, di cui parla Platone. L’Oc¬¬cidente, da Cartesio in poi, ha scelto di misurare, controllare, “possedere” il mondo. Resta sempre attiva, ma meno evidente, l’altra forma di conoscenza, la possibilità di essere “afferrati”.

Piergiacomo Migliorati

Freud e Jung nell'esperienza analitica

STUDI JUNGHIANI

Fascicolo: 22 / 2005

L’articolo si propone di individuare un fondamento comune per le psicologie del “profondo” che in misura più o meno ravvicinata si riconoscono nella tradizione psicoanalitica. Per fare ciò è necessario non dimenticare che il lavoro di Freud e di Jung si è sviluppato per entrambi da un’esperienza analitica complessa non ancora strutturata ma forse per questo non meno profonda i cui segni sono rintracciabili tra le pieghe del loro discorso teorico. Mentre Freud ha teorizzato soprattutto la dimensione “orizzontale” e quantificabile della esperienza psichica, Jung ne ha sottolineato soprattutto quella verticale e non quantificabile; entrambi, però, hanno intuito che le due dimensioni disgiunte non sono sufficienti a dare ragione della complessità di quella esperienza ma è stato impossibile per loro cogliere in maniera riflessiva questa possibile complementarietà: per motivi psicologici e per il diverso clima culturale da cui provenivano, ma anche perché entrambi hanno lavorato sulla base del pensiero lineare del terzo escluso. Per recuperare la tradizione analitica nella sua interezza è necessario restituire alla nozione di psiche entrambi gli aspetti dell’esperienza psicologica, sottoponendo sia l’opera freudiana che quella junghiana a una critica attenta alla lezione della fenomenologia senza dimenticare che il discorso fenomenologico può essere arricchito dal “viaggio nell’Inconscio” instaurato dalle analisi personali di Freud e di Jung.