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Secondo dati aggiornati, nelle carceri italiane, i detenuti tossicodipendenti rappresentano circa il 30% dei ristretti (55.924 al 30/09/2003). La presenza di oltre 15.000 tossicodipendenti negli Istituti di pena dimostra che il carcere, è una sede centrale del percorso degli assuntori di droghe. Il tossicodipendente che entra in carcere si confronta con svariate figure professionali dai medici del Servizio Sanitario Penitenziario (SSP) agli psicologi del Presidio Tossicodipendenze (PT) agli operatori del Servizio Pubblico per le Tossicodipendenze (SerT.). A queste figure si aggiungono il personale della polizia penitenziaria, educatori della direzione carceraria e altri operatori del volontariato e delle Comunità Terapeutiche (CT). Il problema centrale che si pone in una istituzione come il carcere, che ha compiti preminenti di difesa sociale, è se sia possibile anche parlare di “istituzione terapeutica” tenendo presente che il detenuto si trova in un contesto dove non è libero di scegliere. L’idea di utilizzare “sezioni o istituti a Custodia Attenuata” (CA) sulla base del modello delle comunità terapeutiche all’interno del carcere proviene dalla conferma che i programmi terapeutico-riabilitativi per i tossicodipendenti attraversano di frequente tale percorso. In questa ottica sono state considerate le prime esperienze delle Custodie Attenuate di Firenze e di Rimini.
Negli ultimi anni la maggior parte dei sociologi della Sanità ha arricchito e ampliato il proprio “know how”, raggiungendo una più matura consapevolezza della propria specificità e del proprio potenziale professionale. Non a caso ultimamente c’è un fiorire di associazioni professionali e di siti (link, siti web, ecc…) che trattano di sociologia clinica, socioterapia, e che raggruppano tutti i sociologi che operano in queste aree di intervento. Il sociologo, quindi, non unicamente come tecnico e/o teorico, esperto di qualità e/o valutazione, ricercatore e/o formatore, ma, anche e soprattutto validissimo professionista che partecipa attivamente al lavoro di equipe, e si vede inserito a tutti gli effetti nel processo “riabilitativo” dell’utente/paziente. Gli strumenti di nuova generazione utilizzati dal sociologo in alcune delle aree più sensibili della Sanità Pubblica sono la sociologia clinica, la socioterapia, la prevenzione primaria aspecifica, monitoraggio dipendenze, sistema informativo, counseling, accoglienza, ecc… Insomma, il sociologo, non solo come una figura essenziale per la comprensione di fenomeni sociali, ma, anche e soprattutto come un nuovo professionista esperto in problematiche sociali ed individuali a cui potersi rivolgere.
Una delle caratteristiche peculiari dei Centri Diurni è quella di doversi collocare necessariamente all’interno di una rete di servizi, come una interfaccia tra diverse fasi del percorso terapeutico della persona tossicodipendente. In genere ai Centri Diurni, accedono persone inviate dai Ser.T., i quali, tra i numerosi compiti istituzionali, hanno anche quello della individuazione di programmi terapeutici idonei a fronteggiare la condizione tossicomanica e alla struttura di personalità dell’utente. Le scarse risorse di questi servizi, nonché le numerose variabili interferenti (pressioni e deleghe varie provenienti dal paziente, dai familiari, dal Servizio stesso o altre Istituzioni) il più delle volte rendono problematico l’assolvimento di tale compito. Per fare una psicodiagnosi accurata servono spazi e tempi adeguati; spazi tali da garantire un buon clima e da ridurre al minimo le interferenze; tempo da dedicare ai test, alla loro elaborazione, alla stesura dei referti. In molti servizi, soprattutto quelli ad alta utenza e con poco personale, questo risulta molto difficile da realizzare. In questo contesto un’importante funzione che i Centri Diurni possono svolgere è quella di consentire l’osservazione, per un periodo di tempo limitato, finalizzata alla valutazione diagnostica, utilizzando a tale scopo il contesto di gruppo con tutta la sua ricchezza di informazioni. Viene raccontata l’esperienza del Centro Diurno Stella Polare, un progetto della ASL RM E.
Attualmente il Trattamento dei pz. Tossicodipendenti e/o con comorbilità psichiatrica (doppia diagnosi) pone non pochi problemi sia dal punto di vista farmacologico che socio-riabilitativo. Non trascurando i fattori di rischio che favoriscono l’abuso e la dipendenza da sostanze (fattori genetico-biologici, socio-culturali, psicologici, psichiatrici…..), vengono osservati in particolare lo stato di intossicazione acuta e la sindrome astinenziale da oppioidi e da sostanze psicostimolanti. Attualmente, l’applicazione della farmacoterapia psichiatrica nell’ambito della tossicodipendenza e dei disturbi psichiatrici è in un certo senso empirica. Essa può essere definita come un tentativo di modificare o correggere comportamenti, pensieri o umore patologici, utilizzando mezzi chimici o fisici. Molte variabili influenzano l’esercizio della farmacoterapia, come la scelta, la prescrizione, la somministrazione del farmaco, il suo significato psicodinamico per il paziente e le influenze ambientali e familiari. Lo stato di intossicazione acuta e/o cronica e la sindrome astinenziale risultano essere per i soggetti tossicodipendenti e/o con comorbidità psichiatrica (doppia diagnosi) fattori che interferiscono gravemente sia per la “compliance” al trattamento, che per l’esito finale di un percorso socio-riabilitativo.
Un frammento inedito di Freud del 1391. Nota introduttiva / Presentazione (di Michele Ranchetti, Paul Roazen) - ABSTRACT: Viene pubblicato in anteprima mondiale un frammento inedito di Sigmund Freud databile al 1931, ritrovato nel 2004 da Paul Roazen nel lascito di William C. Bullitt alla Yale University. Questo frammento faceva parte della psicobiografia del presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson, scritta congiuntamente da Freud e Bullitt tra il 1930 e il 1931 e pubblicata molto più tardi, nel 1967. In questo brano Freud riassume le nozioni principali della psicoanalisi (il Compendio uscirà una decina di anni dopo), e fa anche varie osservazioni psicodinamiche sulla omosessualità e sul cristianesimo. Questo frammento di Freud è preceduto da una nota introduttiva di Michele Ranchetti, e da presentazione di Paul Roazen che inquadra storicamente la collaborazione tra Bullitt e Freud nella stesura dello studio psicobiografico di Wilson, ne mostra il ruolo non secondario di Freud, e descrive con dettagliati riferimenti storici la personalità dell’uomo politico Bullitt.
La ricerca Sogno e Istituzione una ricerca italiana prodotta dal Centro Studi e Ricerche COIRAG (www.coirag.org) propone una metodologia inusuale per sviluppare interventi in grado di prendersi cura di soggetti collettivi, favorendo lo sviluppo di competenze utilizzabili simultaneamente sul piano individuale, gruppale ed istituzionale. Quando si assume che a sognare sia un soggetto collettivo, un’intera Istituzione, cambia la qualità dell’ascolto dei nostri sogni? Cambia la percezione di noi stessi in relazione all’Isti¬tu¬zione cui concorriamo a dare vita? Nelle Istituzioni, intese come sistemi di gruppi di lavoro trascorriamo infatti una parte significativa del nostro tempo di vita. Donare a un gruppo di ricerca, condotto con approccio clinico, sogni riferibili alla propria Istituzione e prestare ascolto a quelli di altri colleghi sembra attivare processi di pensiero orientati allo sviluppo di maggiore benessere per gli individui e per l’Istituzione stessa, intesa come soggetto vivente. La ricerca ha mostrato come il materiale onirico che il sognatore considera essere in relazione con il suo contesto istituzionale di riferimento e dal quale trarre utili riflessioni è da un lato molto abbondante e dall’altro sottovalutato. In questo scritto presenterò alcuni aspetti salienti della ricerca e dei suoi attuali esiti.
L’Autore descrive la sua esperienza a Mosca all’interno della Scuola Parus ed in particolare in un programma di formazione di trainer di gruppo. Dopo un breve cenno sulla psicoterapia e la psicoanalisi in Russia, descrive il dispositivo della Scuola Parus ed in particolare la sua esperienza nei gruppi. Viene esplicitata l’importanza di un vertice istituzionale allargato per la comprensione dell’esperienza. Si sottolinea la difficoltà dell’evoluzione strutturale del dispositivo dove ad una ipertrofia dei nuovi contenuti fa riscontro un cambiamento molto più lento dei parametri strutturali. In particolare viene evidenziata una difficoltà di tollerare l’incertezza e la coesistenza di oggetti buoni e cattivi con un ricorso all’uso dell’oggetto totalitario secondo Sebec incrociata con la concezione di W. Gordon Lawrence sugli stati totalitari della mente in Istituzione.
Vengono ripercorse le tappe che hanno portato nel tempo al consolidarsi della pratica istituzionale nel trattamento delle psicosi, nei suoi intrecci tra assistenza psichiatrica territoriale, psicoanalisi ed esperienze con i gruppi, riferendosi in particolare al tema del lavoro di équipe. Dopo aver sottolineato come questo percorso abbia portato a modelli di intervento molto elaborati e sufficientemente condivisi, ci si domanda se questo corrisponda nella quotidianità del lavoro istituzionale ad un livello soddisfacente di operatività. Riprendendo alcune riflessioni di Hinshelwood e Correale, ci si sofferma sulle cosiddette situazioni di impasse, intese, dal punto di vista istituzionale, come le situazioni che impediscono ad una équipe di funzionare come gruppo di lavoro. Se nel trattamento delle patologie gravi il gruppo curante può svolgere delle funzioni importanti che, seguendo Correale, possono essere definite di contenimento, di integrazione e di giustizia, proprio queste stesse funzioni sono fortemente ostacolate da una sorta di indeterminatezza metodologica che si è forse creata nella pratica dei Servizi, soprattutto in riferimento alle Strutture Intermedie, e dallo scarso approfondimento delle relazioni tra organizzazione istituzionale e funzionamento di gruppo, col risultato di rendere complesse e difficili le possibilità trasformative ed elaborative, e favorendo per contro l’instaurarsi di pratiche a prevalente contenuto assistenziale, spesso stereotipe e staccate dal nucleo di sofferenza dei pazienti. Al fine di ritrovare o mantenere la centralità della soggettività del paziente, si sottolinea l’importanza di una riflessione psicopatologica orientata psicodinamicamente intesa come interrogativo sulle modalità relazionali che un paziente è stato costretto a mettere in atto nel tentativo di sopravvivere al crollo psicotico e soprattutto su come tali modalità relazionali si ripropongano nel qui ed ora della relazione col gruppo dei curanti.
Il lavoro si focalizza sul ruolo della psicoterapia di gruppo ad orientamento psicodinamico nella gestione e nella cura dei pazienti con disturbi della personalità, specificatamente il disturbo di personalità borderline e il disturbo di personalità narcisistico. L’autore suggerisce che al fine di un buon esito del trattamento di questi pazienti sia innanzitutto fondamentale comprendere le diverse caratteristiche che identifichino tali patologie. Attraverso la descrizione delle modalità relazionali prevalenti nei suddetti quadri di personalità e delle possibili cause che hanno portato a tali strutturazioni, vengono proposte alcune riflessioni sulle dinamiche che si osservano nei gruppi terapeutici costituiti da pazienti con disturbi della personalità e sulle modalità con cui intervenire all’interno di quello specifico setting.
Attraverso l’analisi di frammenti clinici, tratti da una psicoterapia di gruppo di pazienti in età di latenza, vengono messi in luce gli organizzatori della struttura gruppale: le differenze di genere e di generazione e la scena primaria. In particolare, viene esaminato il proliferare di im¬magini nella fase che precede immediatamente l’introduzione di un nuovo membro; compaiono le angosce di chi teme un cambiamento catastrofico, le incertezze di chi sta per incontrare il non-familiare, le curiosità e le fantasie di chi si interroga sul processo di nascita, le oscillazioni tra accoglienza e rifiuto.
L’articolo illustra l’esperienza di un gruppo per madri allestito all’interno di una Neuropsichiatria Infantile del Dipartimento Materno Infantile nella città di Torino. Il gruppo, composto di sette persone, rivolto a madri di figli che presentano fobie scolari e/o sociali, è inteso come supporto alla funzione genitoriale che, fortemente sollecitata dallo stato sintomatologico del figlio, si configura come un elemento dell’unità di crisi. Le madri che partecipano al gruppo, inizialmente per confrontarsi sulle difficoltà dei figli, si ritrovano ben presto alle prese con le proprie ansie e le insicurezze che il cortocircuito nella relazione con il figlio lascia scoperte.
L’articolo cerca di analizzare la complessità delle prime fasi di costituzione di un gruppo, evidenziando alcune caratteristiche dell’ascolto che lo psicoterapeuta deve mantenere all’in¬terno di un contesto istituzionale. La molteplicità dei sistemi coinvolti pone il terapeuta in una di¬mensione complessa, in cui, di fronte all’evento della malattia (HIV), si amplificano le reciproche influenze tra il modo di agire del singolo professionista, il gruppo équipe di cui fa parte e il gruppo terapeutico stesso. Tutto ciò rischia di rendere difficile il costituirsi di climi d’ascolto rispettosi dei bisogni dei pazienti nel delicato momento di avvio di una terapia, quando il loro investimento è posto contemporaneamente sul singolo terapeuta e sull’Istituzione nel suo complesso. Inizialmente vengono presentati il contesto in cui il gruppo si è formato e i processi che hanno portato alla sua nascita. Viene quindi descritto l’andamento della prima fase di costituzione del gruppo (nello specifico le prime sette sedute) sulla traccia del materiale clinico e delle canzoni di un cd che un paziente ha regalato a ciascun partecipante, cogliendo nell’espressione musicale importanti indicazioni a proposito dell’ascolto che lo psicoterapeuta deve mantenere rispetto al gruppo, al contesto istituzionale in cui è immerso e alle proprie risonanze interne.
Questo lavoro affronta alcuni aspetti della complessa problematica del rapporto fra piccolo gruppo psicoterapeutico e gruppo di cura (inteso come il gruppo formato sia dai pazienti che dagli operatori) al¬l’in¬terno dell’ambito istituzionale. Si tratta quindi del rapporto fra più contenitori nel trattamento dei disturbi psichici gravi (disturbi dell’area psicotica e disturbi di personalità). In particolare la riflessione si sofferma sul funzionamento dei fattori terapeutici gruppali e sulle valenze della ripresa: uno spazio di elaborazione utilizzato come ponte-sonda fra i livelli degli apparati gruppali. Il materiale clinico di riferimento è quello di pazienti curati in una struttura residenziale terapeutica di un servizio territoriale di salute mentale. Parole chiave: gruppo di cura, fattori terapeutici, ripresa.
Si mette in evidenza come la supervisione di gruppo in ambito istituzionale sia una funzione correlata con molteplici fattori del più ampio gruppo formato dal contesto, la cui comprensione qualifica il processo evolutivo del gruppo stesso e l’elaborazione dei casi. Si considerano, mediante brevi riferimenti comparativi al gruppo terapeutico istituzionale e privato, gli elementi invarianti e variabili del setting psicoanalitico, al fine di individuare uno specifico modo di funzionamento del campo dinamico attivato dal dispositivo del gruppo di supervisione. Tale campo di lavoro sarebbe volto a facilitare nel qui e ora della seduta una amplificazione tematica condivisa e sintonica con gli elementi nucleari del caso trattato, sollecitando un processo di trasformazione di tali elementi che si estenderà anche ai molteplici contenitori nei quali il caso transita e con cui è direttamente o indirettamente in relazione.
L’Autore, impegnato da anni nella traducibilità dell’esperienza psicoanalitica in ambito istituzionale, propone di accostare il concetto di riserva dell’increato di A. Green a quello di oblio di riserva di P. Ricoeur, con l’intento di favorire un fertile incontro per la pratica clinica tra psicoanalisi e fenomenologia. Il processo in atto, a più livelli, di lessicalizzazione di ogni esperienza emotiva personale, tende, secondo l’Autore, ad anticipare le esperienze soggettive omologandone i significati (Gaburri e Ambrosiano) prima ancora di averle riconosciute nella loro singolarità inconfondibile. Attraverso alcuni frammenti clinici, l’Autore illustra come una maggiore attenzione nella pratica clinica alla semiologia della corporeità (Resnik) permetta di accedere alle tonalità emotive che caratterizzano il fondo di esperienze precedentemente sedimentate, che risultano rilevanti ai fini di una effettiva integrazione. Parole chiave: psicoanalisi, fenomenologia, psicoterapia istituzionale.