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L’ipotesi centrale di questo lavoro è che la classica concezione cartesiana della rappresentazione sia nata, storicamente, in un percorso durato millenni, dalla esigenza della emergente coscienza riflessiva di distinguere un pensiero di tipo mitico, fantastico ed onirico, da un pensiero di tipo razionale e realistico. La teoria e la clinica psicoanalitica, pur nella necessità di rivedere e aggiornare la nostra visione della conoscenza e dello psichismo, non possono sottovalutare l’importanza della distinzione e dell’integrazione di questi due tipi di pensiero.
L’articolo focalizza l’attenzione sullo sviluppo di uno spazio interno, sull’evoluzione dei confini psichici e sulla capacità di simbolizzazione che sorgono durante la prima infanzia. Il concetto della sensibilità psichica viene presentato come una forma precoce di confine psicologico. Lo sviluppo di una sensibilità psichica o di un contenitore psicologico è necessario perché il processo immaginale funzioni per uno sviluppo e una crescita psicologica. Per spiegare i concetti teorici si utilizza del materiale derivante dall’os¬ser¬vazione infantile sul modello Tavistock e del materiale analitico ricavato dall’a¬na¬li¬si di una adolescente.
Attraverso il film, La Maman et la Putain di Jean Eustache, in cui si assiste alle tribolazioni sentimentali di un uomo, l’autore apre una riflessione sulla problématica « coppia », e in particolare, sulla costruzione dell’immagine del femminile nell’uomo. Ricordandoci che la prostituzione sacra dell’antichità aveva la funzione di ritualizzare il sacrificio dell’in¬ce¬sto proibito, egli suggerisce che essa sia stata oggi sostituita dall’immagine della prostituta, veicolata dall’ombra, supporto di una congiunzione simbolizzante, tra desiderio erotico e sentimento amoroso.
Dopo una breve analisi delle più recenti teorie analitico-relazionali sui disturbi del comportamento alimentare, l’Autrice esamina il ruolo dei fattori psichici individuali e famigliari che intervengono nella trasmissione attraverso le generazioni. Nei disturbi alimentari esperienze traumatiche non elaborate possono dar luogo a deficit di trasmissione transgenerazionale con blocchi evolutivi.
Un’interessante proposta esplicativa del disturbo psicosomatico in chiave olistica che mette in relazione la tipologia psicologica e il disturbo psicosomatico è stata elaborata da un gruppo di analisti junghiani coordinati da Denise Gimenez Ramos, analista junghiana e docente di psicosomatica presso l’università cattolica del Sacro Cuore di San Paolo del Brasile. L’Autrice, riconoscendo il proprio debito verso i colleghi brasiliani, espone una rielaborazione di tale modello teorico, corredandola di esemplificazioni cliniche. Per quanto attiene alla clinica, sottolinea che la propria strategia d’intervento terapeutico è squisitamente sincronistica. Un sintomo fisico, al pari di una difficoltà psichica, è una rappresentazione simbolica di un’al¬¬terazione dell’asse Io/Sé. Non si tratta di operare per risalire dal sintomo fisico alla causa psicologica bensì, con l’amplifi¬ca¬zio¬ne, di permettere al polo psichico implicitamente pre¬sente di svelarsi. In questo modo il paziente sperimenta un miglioramento psico-fisico corrispondente a una ristrutturazione- riorganizzazione del funzionamento dell’intera personalità.
L’Autore vede il percorso analitico come un’incessante ricerca dell’entelechia (in un’e¬la¬borazione di sintesi dei concetti di psiche e pneuma), che è pure la costante del lavoro portato avanti dal suo maestro Ernst Bernhard, testimoniata, oltre che dal rapporto con i suoi pazienti-allievi, da ciò che questi ha lasciato scritto nella Mitobiografia. L’Autore dilata il concetto mitico-religioso a una meditazione sull’ombra come riflessione religiosa di un parallelo percorso mistico, preannunciando l’eventualità di una re-visione di una storia esemplificativa nascosta nelle pieghe di una specie di anamnesi storica di un vecchio paziente e collega del suo maestro.
L’Autrice vuole evidenziare con due esempi clinici il linguaggio e il tempo dell’anima e mostrare come l’analista usi il tempo e il linguaggio inerenti la relazione analitica. I due tipi di linguaggio e di tempo vanno insieme, uno più profondo e sommerso, l’altro più manifesto e legato alla relazione. L’Autrice sostiene che attraverso il lavoro analitico si possa manifestare l’incontro tra i tempi e i linguaggi dell’inconscio con quelli della coscienza e che la funzione terapeutica, utilizzando gli strumenti a sua disposizione, permette l’accesso al simbolo, permette, cioè, al linguaggio dell’a¬ni¬ma di raggiungere la coscienza e di ritrovare senso e condivisione.
Osservando in Terapia Intensiva Neonatale i bambini nati prematuri e il rapporto con i loro genitori, l’autrice avanza alcune ipotesi circa il costituirsi della relazione che si articola attorno alla nascita pretermine. La nascita prematura espone il bambino e i genitori a un’e¬spe¬rienza traumatica che da una parte rivela le notevoli competenze del bambino e lascia intravedere la ricchezza dello sviluppo mentale del feto, dall’altra evidenzia la necessità della relazione con i genitori per sostenere e promuovere l’attuazione del potenziale psichico del neonato. La nascita prematura propone ai genitori l’indissolubile binomio vita/morte sia nella realtà clinica che in quella fantasmatica, andando a costituire un nodo traumatico in grado di interferire con la necessaria sintonizzazione e con il dispiegarsi nel tempo della relazione genitore-figlio.
Un paziente, che viveva sotto una campana di vetro, psichicamente sordo e stonato al pari di una campana, nel corso dell’analisi inizia a lavorare come restauratore. Restaurare la fase simbiotica, al fine di restaurare gli antichi oggetti interni per restituire valore e funzionalità al sé, sembra configurarsi come un possibile percorso terapeutico. Dall’assonanza alla risonanza, traversando il mito di Narciso e della ninfa che gli fa Eco, il corpo fusionale può giungere a una sua consunzione?