La ricerca ha estratto dal catalogo 105739 titoli
Questo articolo è dedicato ad analizzare le ragioni che possono aiutare la diffusione di esperienze di partecipazione dei lavoratori in Italia. Infatti, nonostante negli ultimi anni abbiano preso forma prassi di partecipazione organizzativa in molte imprese significative, esse restano comunque nel complesso limitate ad una parte minoritaria del sistema produttivo. L’Autore indica tra i fattori di novità l’Accordo interconfederale del marzo 2018, che per la prima volta sancisce solennemente l’importanza per entrambe le parti dello sviluppo di questa policy. Ma, ad avviso dell’Autore, tale impegno diventerà effettivo se le due parti congiuntamente attiveranno una cabina di regia orientata a garantire la diffusione dei meccanismi partecipativi.
L’Autore ripercorre le principali fasi dello sviluppo del diritto transnazionale del lavoro per poi soffermarsi sull’assetto attuale, anche allo scopo di evidenziare la centralità assunta dai diritti fondamentali. Viene dato rilievo non solo alle fonti di diritto di natura pubblicistica, siano esse leggi nazionali o convenzioni internazionali, strumenti di hard law o di soft law, ma anche alle svariate fonti private e ai molti attori coinvolti, quali sindacati globali o Comitati aziendali europei, che, negli ultimi decenni, sono divenuti protagonisti diretti del processo di creazione di strumenti per la tutela dei diritti dei lavoratori. Si illustra anche il ruolo che hanno avuto, finora, opinione pubblica e organizzazioni di tendenza nel responsabilizzare le imprese multinazionali, così come sulla grande diffusione dei codici di condotta.
Il presente lavoro analizza da una prospettiva giuslavoristica il recente accordo di libero scambio concluso tra Unione europea e Giappone (EU-Japan Economic Partnership Agreement): dopo una breve comparazione tra i due sistemi lavoristici, il saggio analizza il capitolo dell’accordo in materia di sviluppo sostenibile, evidenziandone la debolezza in ragione dei meccanismi unicamente di soft law; nell’ultima parte viene affrontato l’unico aspetto ancora oggetto di negoziazione, ovvero i meccanismi arbitrali di risoluzione delle controversie in materia di investimenti (Investor-State dispute settlement) ed i connessi problemi di compatibilità col diritto dell’Unione Europea.
Il saggio analizza l’impatto negativo del c.d. "decreto Salvini" in materia di immigrazione e sicurezza sulla condizione giuridica e sulle prospettive d’integrazione socio-lavorativa dei migranti. Dopo aver inquadrato la genesi del provvedimento nell’ambito delle recenti tendenze delle politiche migratorie nazionali, l’Autore esamina criticamente due ambiti dell’intervento legislativo: le modifiche agli status della protezione internazionale e il venir meno del permesso di soggiorno per motivi umanitari, da un lato, e la riforma del sistema di accoglienza, dall’altro.
L’estensione agli accordi collettivi di lavoro, ad opera della loi "Macron" del 2015, dell’istituto della c.d. richiesta di parere (saisine pour avis) della Cour de cassation in ordine all’interpretazione della legge civile, costituisce l’occasione per indagare un istituto introdotto, tanto nel contesto d’oltralpe, quanto in quello nostrano (attraverso l’art. 420 bis c.p.c.) con obiettivi, del tutto analoghi, di riduzione del contenzioso attraverso il rilancio della funzione di nomofilachia tipica dell’organo di vertice del sistema giudiziario civile. Il saggio mette in luce come, a prescindere dalla lontananza che contraddistingue la disciplina positiva dei due istituti, il loro utilizzo assai modesto in entrambi gli ordinamenti ne suggerisca un’incisiva rivisitazione assieme ad una riflessione, in chiave sistematica, sulle prospettive di riforma del processo civile (e del lavoro) e delle modalità di accesso all’organo di vertice della giustizia civile.
Al fine di contrastare fenomeni di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro è stato introdotto, tramite il d.l. 138/2011, conv. in l. 148/2011, l’art. 603-bis c.p., modificato successivamente dalla l. 199/2016. Muovendo dall’analisi dei dati raccolti dal Laboratorio di ricerca sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle sue vittime, istituito presso il centro di ricerca interuniversitario L’Altro diritto, in collaborazione con Flai-Cgil, il presente contributo si propone di far emergere le caratteristiche delle vicende di sfruttamento e di valorizzare le potenzialità dei percorsi di protezione previsti dall’art. 18 del d.lgs. 286/1998, ad oggi pressoché inutilizzati, ma capaci di implementare le chances di affrancamento delle vittime dal circuito dell’illegalità.
Il saggio analizza le tutele previdenziali per i lavoratori agricoli, evidenziando come la specificità del settore agricolo abbia reso necessaria l’adozione di criteri, modalità e strumenti applicativi del tutto diversi e, per alcuni profili, più vantaggiosi rispetto a quelli in atto negli altri settori produttivi. Dopo aver ricostruito la disciplina e aver esaminato le principali prestazioni, in particolare l’indennità di disoccupazione agricola, si sofferma sulle criticità del sistema. Rileva come spesso le regole speciali si prestino a un uso fraudolento (favorendo lavoro nero e fittizio e rilevanti disavanzi delle gestioni previdenziali agricole) non efficacemente contrastato da un debole sistema ispettivo e di vigilanza, che necessita di essere rafforzato e di nuove misure di prevenzione degli illeciti. L’Autrice conclude con alcune annotazioni finali interrogandosi se abbia ancora senso mantenere in agricoltura un regime previdenziale speciale o se sia necessario almeno ridefinire le regole.
Partendo dall’etimologia della parola vanitas, gli Autori si propon-gono di descrivere come essa si declina nella clinica delle tossicoma-nie. Viene quindi descritto un caso clinico seguito in un contesto istitu-zionale e, infine, vengono formulate alcune considerazioni sull’uso della sostanza quale ricerca di senso e tentativo di soluzione per fron-teggiare angosce primitive destrutturanti.
L’Autore intende mostrare come alcuni aspetti tecnici del dispositi-vo psicoanalitico, limitando il grado di espressione delle caratteristiche di personalità dell’analista, abbiano come scopo quello di ridurre i pos-sibili fattori di ottundimento della propria funzione analitica. Attraver-so il racconto di un episodio clinico, viene evidenziato quanto possa essere difficile per il terapeuta accorgersi di proprie sottili, ma sostan-ziali, derive narcisistiche che possono verificarsi nel corso dell’interazione con il paziente.
Lou Von Salomé fornisce una personale spiegazione del Narcisi-smo: esso è rivolto sia verso di sé che verso l’oggetto. L’esperienza narcisistica primaria si esprime pienamente nell’arte: l’opera d’arte non è il frutto di un narcisismo isolato, ma la conquista di qualcosa in cui gli altri possono identificarsi. Per l’autrice dello "Scorcio" il discorso di Lou Von Salomé può es-sere riletto anche alla luce del pensiero di Matte Blanco.
L’autrice s’interroga sul rapporto tra realtà storica e realtà psichica, prendendo in considerazione i diversi livelli attraverso i quali queste due realtà possono integrarsi e indurre, in alcuni casi, una particolare collusione non generativa tra infans e ambiente che lo sostiene. Un ca-so clinico evidenzia questa particolare situazione e come attraverso il processo psicoanalitico sia possibile generare una trasformazione che tiene conto del vincolo biologico soggettivo e fa rivivere la cesura ori-ginaria.
L’autore affronta il tema della vanitas da un vertice interessante e singolare, quello dell’attore di teatro che si trova a confrontarsi quoti-dianamente con due aspetti del tema trattato: la pulsione ad esibirsi e il rapporto tra personaggio e persona. Lo stile narrativo è quello intimo dell’attore/scrittore che, togliendosi la maschera, prova a delineare i motivi che, a suo parere, spingono una persona a fare questo mestiere fino ad ipotizzare che alla base ci sia un’antica ferita.
Negli ultimi vent’anni un crescente numero di studiosi di diverse provenienze si è dedicato a lavori teorici, sperimentali e clinici con lo scopo di rispondere a domande poste da una possibile interazione tra psicoanalisi e neuroscienze. Il successo di questa impresa collettiva si può ora misurare con la crescente proporzione di studi che, partendo da premesse teoricamente corrette, hanno raggiunto risultati di grande interesse. Quali siano questi risultati, come e perché siano stati raggiun-ti, quali errori siano stati commessi o evitati, e in quali specifici ambiti, abbandonando sterili contrapposizioni, vengono presi in considerazio-ne nel tentativo di incoraggiare un atteggiamento sempre più proficuo in questa ricerca, ma anche, semplicemente, di permettere una migliore comprensione di questa complessa questione.
Il testo introduce il lettore al concetto e alla estetica della Vanitas nella storia dell’arte, dai tempi del barocco ad oggi. La raffigurazione della morte ha implicazioni profonde e in mutevole cambiamento. Rappresentando le nostre paure, l’arte ci fa sprofondare nel dominio del proibito che è anche il regno del rimosso. Oggi il monito spirituale sembra convertito in un blando avvertimento sociale, in "simboli disin-carnati", ma solo in apparenza.
L’Autore, attraverso il confronto parallelo tra due casi letterari e due casi clinici, cerca di analizzare le dinamiche del narcisismo nelle pato-logie contemporanee, mettendole in relazione con le difficoltà nella costruzione di un Ideale dell’Io che possa fungere da guida per una adeguata strutturazione dell’Io, in grado di rapportarsi con la realtà in maniera funzionale e non onnipotente.
L’autrice declina il tema vanitas riflettendo sull’ultima età della vita nell’ottica della "tardività" e della complessità di coniugare insieme il tempo lineare della coscienza e l’atemporalità dell’Inconscio. Partendo dall’esperienza analitica, ipotizza che con il passare degli anni l’identità personale sia messa alla prova dai profondi cambiamenti che vengono "da dentro e da fuori", e l’uso creativo del transizionale, nelle varie forme, abbia sempre più una sua funzione fondamentale.
Collegando il concetto di "etichetta" introdotto da Benasayag e Schmit in L’epoca delle passioni tristi a quello di Steiner di "rifugio della mente", le autrici riflettono sulle modalità di funzionamento di molti pazienti che oggi non solo ostacolano un lavoro classicamente inteso come "analitico", in quanto portano in seduta soltanto materiale concreto, ma implicitamente ci chiedono di "rimanere fuori" dal loro mondo interno. Distinguendo poi, con Steiner, il transfert sull’oggetto primario dal transfert sull’oggetto osservante, fanno risalire questa ri-chiesta ad un profondo senso di vergogna di cui il paziente è portatore; ma proprio questa richiesta, una volta rispettata, sarà la via da percorre-re per "entrare" con delicatezza e risvegliare, se non addirittura costrui-re, il loro mondo oggettuale.