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Stampatori ed editori a Varese dall’Unità al Fascismo All’indomani dell’unificazione, si assistette in Italia a uno straordinario sviluppo della produzione libraria e a una vera e propria esplosione della stampa periodica, resi possibili dal parallelo sviluppo dell’industria tipografica. Centro privilegiato si rivelò da subito la Lombardia e, in particolare, Milano. Tale trend di sviluppo caratterizzò specificatamente anche il settore tipografico-editoriale della città di Varese e del territorio ad essa circostante, con un significativo primato nella proposta del periodico, simbolo di civiltà, mezzo per una crescita culturale e per la costruzione di una coscienza collettiva. Sulla base dei dati forniti dalle fonti istituzionali unitamente alle testimonianze individuate nei giornali del tempo, il presente saggio intende dunque dar conto delle principali realtà produttive legate all’industria della carta stampata, osservandone le peculiarità e le alterne vicende, sino ai primi decenni del XX secolo; e avanzando così, nel tentativo di definire la figura del tipografo ed editore varesino, spesso protagonista per le sue competenze nelle dinamiche editoriali della vicina metropoli meneghina.
Memorie varesine del 1866 militare Il lavoro si propone di indagare testimonianze meno conosciute sulla partecipazione varesina alla Terza Guerra d’Indipendenza. Di particolare interesse sono le memorie già pubblicate di Giulio Adamoli e Federico Della Chiesa, entrambi combattenti con i garibaldini in Valcamonica. Ma non mancano altri documenti che ancora aiutano a capire certi aspetti di quell’evento storico.
Lo sconvolgente scenario dei campi di battaglia di Solferino e San Martino ebbe come testimone lo svizzero Henry Dunant, che prontamente si attivò nel denunciare la tragedia dei soldati feriti lasciati morire. Vengono qui percorse le diverse fasi che, tramite la Conferenza di Ginevra del 1863 e la Convenzione di Ginevra del 1864, portarono alla creazione in Europa dei Comitati di soccorso. Si ricordano i protagonisti italiani che contribuirono alla nascita in Italia nel giugno del 1864 del "Comitato dell’Associazione Italiana di Soccorso pei soldati feriti e malati in tempo di guerra" denominato poi Associazione della Croce Rossa Italiana. L’operato di Cesare Castiglioni, presidente dell’Associazione Medica Italiana, e quello di Felice Baroffio, medico militare e grande diplomatico, hanno contribuito allo sviluppo del Diritto Internazionale Umanitario dell’epoca. Gli autori proseguono con una minuziosa descrizione di come era impostato l’organigramma e l’organizzazione dell’Associazione, di come i volontari civili fossero affiancati al personale militare, soprattutto in vista di quella che fu definita "la terza guerra d’indipendenza" del 1866. Quattro furono le "Squadriglie" approntate per le battaglie, ognuna di loro con un destino e un percorso diverso: si tratta del "battesimo" della Croce Rossa Italiana. L’Associazione fu senza dubbio efficiente nell'assistenza ai feriti e nel raccogliere e smistare gli aiuti ricevuti. Questa prima esperienza sul campo fu molto apprezzata dalla popolazione, ma anche dall’apparato governativo italiano.
Il Corpo volontari italiani della provincia di Varese nel 1866 L’articolo intende indagare sul fenomeno del volontariato militare che interessò tutta l’Italia nel 1866, guardandolo dalla prospettiva della attuale provincia di Varese. La provincia ospitò il 4° e il 5° Reggimento per poco più di un mese. Si è cercato di ricostruire il numero dei volontari, comparandolo con quello delle guerre del 1859 e 1860, suddividendo la provincia in aree per valutare la distribuzione territoriale del volontariato e il rapporto tra città e campagne. Si è tracciato inoltre un profilo sociologico dei partecipanti, delineando sommariamente le vicende biografiche di alcuni volontari.
Il lavoro analizza dal punto di vista economico, sociale e politico-istituzionale la situazione di Varese, comune del Regno d’Italia, dopo il primo quinquennio unitario (1861-1866). Vivace cittadina imprenditoriale ricca di iniziative economiche, turistiche e finanziarie, preludio della successiva industrializzazione di fine secolo, essa conobbe una prima modernizzazione (ferrovia, viabilità, caserma) in direzione del rinnovamento della città borghese. Ciò fu possibile grazie al proficuo incontro tra inter vento pubblico e privato, ad una sorta di "decentramento moderato" che lasciava una certa libertà d’azione al ceto dirigente liberal-moderato e, infine, all’intesa fra forze moderate e forze democratiche che in esso confluivano.
La guerra del 1866 rivelò alla classe dirigente nazionale le debolezze di fondo del nuovo Stato unitario e spinse a serrare le file su una linea accentuatamente moderata e centralista. Testimonianza di tale tendenza è data dalla rivista «Il Politecnico», portata già ai vertici del giornalismo europeo da Cattaneo, e diretta dal 1866 al 1868 da Francesco Brioschi. Il presente saggio ripercorre le vicende della prestigiosa testata e mostra in particolare il contributo che la Quarta serie diretta da Brioschi diede al dibattito pubblico, dopo l’esito della guerra, sui problemi nazionali e sull’indirizzo da seguire per colmare le gravi carenze ereditate dal passato.
La storiografia sulle vicende italiane tanto belliche quanto politiche inerenti il 1866 ha offerto una visione del tutto negativa del nostro paese, assommando sconfitte militari, crisi economica e repressione sociale e politica. L’analisi che si compie con questo saggio ripercorre le tappe cruciali del 1866 sia in ambito nazionale che nello scenario europeo ed offre una nuova visione della politica italiana, rivalutando l’operato di La Marmora e, soprattutto, giustificando pienamente la considerazione internazionale di grande potenza di cui l’Italia, ad onta della pretesa "disfatta" del 1866, viene a godere almeno fino alle prime sconfitte africane.
La preparazione alla terza guerra d’indipendenza del 1866 e i primi momenti del conflitto visti attraverso le pagine dell’unico foglio varesino allora pubblicato, «La Libertà». Traspare l’entusiasmo della popolazione di Varese nei confronti di Garibaldi e dei suoi volontari, l’appoggio incondizionato del giornale all’impresa ma anche l’impreparazione delle alte cariche dell’Esercito sabaudo ad affrontare la guerra. Sfogliando il giornale dal n. 20 del 6 maggio all’ultimo numero pubblicato, il 28 del 1o luglio, abbiamo una immagine molto viva del clima che si percepiva a Varese in quei giorni.
Il contrabbando fu una pratica diffusissima nelle terre di frontiera dell’Europa moderna e il Comasco asburgico non fece eccezione. Solo recentemente la storiografia ha cominciato a interessarsi a questo promettente campo di studi, in cui s’intrecciano questioni pertinenti alla politica economica, al controllo del territorio, al rapporto tra centro e periferia, al concetto di confine. Analizzando il caso comasco e confrontandosi con gli studi compiuti per altre epoche e territori, l’autore presenta le cause geografiche, economiche, istituzionali e sociali che hanno determinato la diffusione del fenomeno. Basandosi su un’ampia raccolta di fonti giudiziarie egli tenterà di tracciare un identikit del contrabbandiere e della sua attività, riportando alla luce gli stretti rapporti di solidarietà esistenti tra contrabbandieri e comunità locali. Si passeranno in rassegna le soluzioni e le strategie adottate dalle istituzioni asburgiche per la repressione del fenomeno, non limitandosi a presentare la norma, ma cercando di capire come fu applicata. Studiando le carte processuali prodotte dall’I. R. Tribunale provinciale di Como si dimostrerà come la giustizia asburgica agì sì con severità, ma edulcorata da un misto di prudenza e garantismo, di contro alla leggenda nera prodotta da certa storiografia risorgimentale a danno della dominazione asburgica. Infine si cercheranno di capire le ragioni che hanno impedito il successo delle istituzioni nella guerra contro i contrabbandieri.
L’addiction, come altre condizioni croniche, è una malattia multifattoriale. E’ correlata a fattori biologici, comportamentali e ambientali e interseca diverse dimensioni che possono dar luogo a vere e proprie distruzioni di identità. L’articolo prende in analisi questi elementi sia in termini medici, sia intermini di carriera e considera il ruolo dei Servizi per le dipendenze in ordine a questa tematica.
The presented paper proposes a short module for small groups of polydependent patients in the phase of stabilization in an outpatient regime with use of mindfulness techniques. By the HANDS Associations (agreement with Healthcare Company of Bolzano) 35 patients were studied, divided into 6 different groups, during 2017 and 2018 years. The module named IBM dip. was proposed to patients with alcohol dependence associated or not, with compulsive gambling or drug addiction, and was structured in 6 consecutive weekly sessions lasting 90 minutes, conducted by a psychotherapist and mindfulness teacher. The respons in terms of partecipation was good, and important indications emerged, connected to the developement of qualityes such as awarness and motivation to change, important elements in a rehabilitation path from addictions. The short intervention is indicated for patients in the outpatient phase and dose not replace the consolidated MBRP method, more suitable for residential periods.
In Italy, at the end of the 1970s, methadone hydrochloride was introduced for the treatment of opioid use disorder, in the form of a racemic mixture consisting of levomethadone and dextromethadone.In 2015 Levometadone was introduced, a new formulation marketed in Italy for the treatment of opioid use disorder in 2015.The article aims to bring the experience of an Italian Addiction Centre back to the use of this new formulation in the “real life” analyzing the efficacy, the trend of adverse events and pharmacological iterations in a context in which the treated population often uses besides the opiates, cocaine and alcohol, are burdened by a relevant physical and psychic comorbidity and frequently have a prescribed polypharmacy.
Obiettivi: Lo studio ha avuto l’obiettivo di approfondire la conoscenza su consumi alcolici, comorbilità somatiche e mentali, problemi sociali, e consumo dei servizi sanitari delle persone in trattamento per alcol-dipendenza (AD) e abuso alcolico in Toscana e in Friuli Venezia Giulia (FVG), confrontando le differenze tra le due regioni. Disegno e metodo: Ricerca trasversale, realizzata mediante intervista diretta con questionario strutturato. I dati risultanti sono stati analizzati mediante test del chi quadro e regressioni logistiche. Partecipanti: Lo studio è stato compiuto tra il luglio 2013 e febbraio 2014 su un campione di alcolisti in trattamento in Toscana (N=147) e in Friuli-Venezia Giulia (N=129).Risultati principali: I pazienti con dipendenza e abuso alcolico avevano condizioni socioeconomiche inferiori più in Toscana (47,9%) che nel FVG (35,7) (OR=1,75, Intervallo di confidenza [IC] 95% 1,06-2,86). I problemi di fegato, la depressione e l’ansia riferite erano maggiori in Toscana in confronto con il FVG: rispettivamente 35,4% vs 22,5% (OR=1,89, IC 95% 1,10-3,22); 58,6% vs 35,7, (OR=2,56, IC 95% 2,56-4,16); 58,9% vs 37,2% (OR=2,42, IC95% 1,49-3,93). Le probabilità che si presentassero gli 11 sintomi che per il DSM IV identificano la dipendenza e l’abuso, erano da 1,9 a 12 volte significativamente minori in Toscana che nel FVG. La probabilità di accesso al DEA (Dipartimento di Emergenza e Urgenza) è stata minore in Toscana rispetto al FVG (15,8% vs 33,3%, OR=0,37, IC95% 0,21- 0,67), mentre i contatti coi medici di medicina generale son stati più frequenti in Toscana che in FVG (51,7% vs 38,8%, OR=1,69, IC95% 1,05-2,73). Conclusione: Lo studio mostra che tra i pazienti con DSM-IV AD e abuso di alcol i problemi di salute percepiti e le condizioni socio-economiche inferiori sono maggiori in Toscana che nel FVG. Tali differenze potrebbero essere attribuite alle diverse attenzioni che le due regioni hanno nei confronti di tali co-morbilità.Inoltre si evidenzia una maggiore gravità della dipendenza e abuso alcolici nel FVG rispetto alla Toscana, con un superiore consumo di servizi ospedalieri forniti dal DEA, il che potrebbe corrispondere alla diversa cultura del bere nelle due regioni.