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L’autore in questo contributo ci accompagna all’interno dei luoghi dell’affido e delle adozioni, proponendoci un caleidoscopio di storie prevedibili e imprevedibili, rappresentate attraverso una molteplicità di film. La trama dell’articolo è legata alle dimensioni emotive e affettive che rendono unica ogni storia di adozione e di affido. L’autore, ancora, sollecita il lettore a una molteplice visione, dove le pellicole sono proposte come tracce mutevoli, nell’incontro che attraverso il cuore lo scenario delle risonanze può restituire a ognuno di noi. Buona visione.
La lunga esperienza clinica dell’Istituto con molte famiglie adottive del territorio alcamese ha permesso di seguire i casi di adottati/e che diventano genitori. Non avendo i numeri per una ricerca quantitativa, è sembrato utile condividere il follow up di una terapia sistemico relazionale rappresentativa di molte situazioni simili delle diverse fasi di ciclo vitale di un’adolescente adottata che diventa mamma.
Il caso offre uno spunto per la ridefinizione relazionale del sintomo – proprio dell’approccio sistemico-relazionale – e la lettura circolare della sofferenza derivante dalla genitorialità non generativa e dalla genitorialità abbandonica nelle vicissitudini delle famiglie adottive, specialmente nelle crisi che emergono nel passaggio di fase del ciclo di vita (es. inserimento scolastico e adolescenza) e per evidenziare il ruolo positivo degli operatori dei servizi nella elaborazione del processo di inclusione sin dalle fasi iniziali dell’iter adottivo.
Il commento al caso clinico di Penelope sottolinea come esso si collochi all’interno del percorso evolutivo dell’adolescente adottato, evidenziano quelli che a parere dell’autore costituiscono i nodi cruciali di tale processo. Le dinamiche individuali sono lette inoltre alla luce del contesto di vita familiare e sociale della ragazza. A partire da queste osservazioni si delineano alcune possibili piste nel lavoro terapeutico individuale e familiare cui potrà affiancarsi un intervento di psicologia di comunità.
L’articolo racconta la storia personale e clinica di una giovane di 16 anni. Penelope vive i suoi genitori in una piccola cittadina di provincia. Le prime difficoltà vengono alla luce nel gennaio 2024, quando a causa di alcune situazioni vissute in classe, esperisce un momento di forte stress che si manifesta con delle crisi di pianto, umore depresso, ansia generalizzata e ansia scolastica. Le origini della ragazza e l’adozione rappresentano un elemento determinante nella storia del disturbo presentato: non essere figlia dei suoi genitori adottivi la espone a situazioni o eventi che potrebbero creare forte disagio. Dai colloqui e da quanto riscontrato dai test, la giovane soddisfa i criteri diagnostici del DSM-5 per un disturbo dell’adattamento. Tra le conseguenze funzionali del disturbo si evincono: preoccupazione eccessiva, pensieri ricorrenti e angoscianti, umore depresso, ansia e bassi livelli di concentrazione. Il progetto terapeutico prevede un lavoro disgiunto in setting diversificati (Terapia Sistemico-Relazionale per la coppia e Terapia Cognitiva per la giovane) per poter effettuare successivamente una terapia familiare. Allo stato attuale la sintomatologia ansiosa è in remissione.
Il presente saggio ha ad oggetto la disciplina delle adozioni. Il tema è analizzato anzitutto in prospettiva storica. Sul piano strettamente giuridico è posta in evidenza sia la disciplina vigente sia l’impatto che su questa ha avuto la giurisprudenza europea. Considerazioni finali sono dedicate alle tendenze interpretative in atto.
La dinamica relazionale delle coppie genitoriali davanti a un adolescente adottato non sembra aver accolto lo stesso interesse che invece è stato dedicato ai loro figli. Lo sforzo dell’autore è quello di raccogliere una serie di esperienze cliniche che coinvolgono coppie sia nella fase del pre che del post adozione. Verrà posto il focus su specifiche evoluzioni di coppie che vivono la fase adolescenziale dei propri figli. Vedremo figli che devono sistematizzare all’interno del proprio sé la perdita e la propria appartenenza e genitori che si trovano a vivere la difficile separazione di un figlio che, con tanta sofferenza si è integrato all’interno del proprio tessuto di vita.
Sognare il proprio figlio significa immaginarlo, tenerlo nella mente, accompagnarlo nella crescita oscillando tra mondo interno e mondo esterno, tra identificazioni e proiezioni. L’autrice riflette secondo l’ottica psicoanalitica sulla complessità dell’adozione messa a confronto con la genitorialità biologica. Entrambe sono simili nel bisogno/desiderio di avere un figlio e nel percorso trasformativo necessario per diventare genitori. Ciò che sostiene la crescita umana è la costruzione di sintonizzazioni il più possibile sane, sostenute da affetti caldi e profondi, germinativi di vita. È indispensabile nella fase di attesa creare uno spazio virtuale per il figlio, uno spazio psichico che sarà reso reale con la nascita o la presenza di “quel” bambino, diverso dal bambino ideale immaginato. La peculiarità dell’adozione che rende più problematica l’acquisizione della capacità genitoriale è un doppio lutto: la infertilità per la coppia e l’abbandono per il figlio. Le due ferite venendo a contatto producono difese rigide e turbolenze emotive con esiti diversi; la capacità di affrontare la rabbia, la delusione e la sofferenza narcisistica, di elaborarla, significa attraversare conflitti dolorosi ma evolutivi per tutti i protagonisti dell’avventura adottiva.
Nell’articolo sarà illustrata la complessità del trattamento terapeutico delle famiglie adottive ed evidenziata la necessità di proporre interventi terapeutici che tengano conto della specificità adottiva. Verrà presentato un modello, messo a punto attraverso uno specifico lavoro di manualizzazione, che propone l’adozione come una cura per i bambini esposti al rifiuto e alle esperienze traumatiche. Successivamente verranno discussi i cambiamenti riguardanti la ricerca delle origini e l’introduzione di forme di adozione aperta emersi nell’ultimo decennio in campo adottivo. Entrambi gli aspetti si ricollegano all’esigenza clinica di ridurre il rischio di dissociazione nelle persone adottate e di favorire l’integrazione attraverso una connessione profonda con il proprio passato.
Nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) introduce nell’ICD-11 una nuova categoria diagnostica: il Disturbo Post-traumatico da Stress Complesso (Complex Post-Traumatic Stress Disorder – Complex PTSD). Lo scopo dell’OMS è quello di focalizzare l’attenzione di clinici e ricercatori sull’impatto che il trauma ha sul sistema di auto-organizzazione della persona. La diagnosi di PTSD complesso può riguardare anche bambini e adolescenti e potrebbe essere particolarmente utile in caso di persone adottate pluritraumatizzate, come i bambini istituzionalizzati, per orientarne le cure. Vengono riportate osservazioni a sostegno dell’importanza di effettuare una diagnosi accurata precoce, sulla necessità di utilizzare trattamenti con dati di efficacia e di informare e supportare adeguatamente i familiari quando il proprio caro presenta una disregolazione emotiva e altri sintomi da trauma.
Gli autori cercano di fornire una comprensione sistemica ed ecologica del fenomeno delle sparatorie nelle scuole negli Stati Uniti. Viene presentata una panoramica degli impatti sistemici conseguenti a questi eventi insieme a una breve applicazione delle teorie generali dei sistemi ed ecologiche, culminando in un appello all’azione per tutti i terapisti sistemici affinché collaborino nel rispondere a queste tragedie.