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«n° 1316 cappotti e n° 323 impermeabili confezionati con stoffa fornita dalla Ditta Ebraica G. Spizzichino & C. di Roma, ora Magazzini S. Carlo» giacciono in attesa di sequestro nei magazzini della ditta Scardigli di Empoli, segnala con puntigliosità la prefettura di Firenze il 24 gennaio del 1944. Il 7 febbraio dello stesso anno furono se questrati i beni di un’altra ditta empolese, di cui risulta socio un ebreo di Roma. Il 16 dicembre 1943 si erano invece racchiusi in una cassa di legno tutti i beni di Vittorio Misul, uno dei pochissimi ebrei presenti a Empoli durante la seconda guerra mondiale. Una comunità ebraica a Empoli non esisteva più da molti secoli, da quando cioè, nel 1570, si era istituito il ghetto a Firenze e al momento dell’entrata in vigore delle leggi antiebraiche del 1938 vi erano soltanto due famiglie ebree: quella di Umberto Foà, operaio, e quella di Leonardo Lusena, generale dell’esercito in pensione e membro del direttorio del locale Fascio. Eppure la presenza a Firenze di un unicum nel panorama italiano, ovvero l’Ufficio Affari Ebraici guidato fin dal 21 dicembre 1943 dalle rapaci mani del commissario prefettizio Martelloni, fece sì che ogni angolo della provincia fiorentina venisse indagato alla ricerca di beni ebraici, in collaborazione e talvolta in contrasto con le varie realtà preposte alla persecuzione antiebraica: le forze di occupazione, i carabinieri, la polizia, la GNR, il reparto di Mario Carità, il Sicherheitsdienst tedesco.
Tra il 1919 e il 1922 le città italiane furono attraversate da un’ondata di violenza politica intensa, senza precedenti, una sorta di guerra a bassa intensità che contribuì – tra l’altro – a ridisegnarne i luoghi e i simboli identitari delle città. A Modena, proprio al centro di tutto questo, ci furono i luoghi della comunità ebraica: soprattutto piazza Mazzini e adiacenze. La città di Modena appare un caso di studio interessante, da un lato per compren dere come le spinte che da destra agitavano il Paese (nazionalismo, arditismo, futuri smo, fiumanesimo…) siano riuscite a convergere in nuove forme di rappresentanza che attirarono, nella loro orbita, anche una parte non marginale della comunità ebraica;; dall’altro per capire come quelle stesse spinte abbiano costituito, all’opposto, una grave minaccia per un’altra parte della comunità, che si oppose fin dall’inizio al messag gio mussoliniano.
La comunità ebraica di Milano in età contemporanea nacque nella seconda metà del XIX secolo. Il suo sviluppo corse parallelamente a quello della città, che nei decenni post unitari fu teatro di un imponente aumento della popolazione e del conseguente stravolgimento urbanistico, caratterizzato dalla necessità di adeguarsi al nuovo sviluppo economico e da una diversa distribuzione delle classi sociali al suo interno. Anche la giovane comunità ebraica crebbe insieme alla popolazione milanese, grazie soprattutto al considerevole flusso migratorio, sino a raggiungere negli anni Trenta la sua massima espansione;; si trattava di una minoranza appartenente al ceto medio o medio-alto. La mancanza di un ghetto storico non ha permesso di individuare uno specifico quartiere ebraico, ma dall’elaborazione dati del censimento fascista del 22 agosto 1938 è stato possibile ricostruire come la distribuzione abitativa degli ebrei milanesi ricalcasse sostanzialmente quella dei concittadini del medesimo ceto socio-professionale. Con l’eccezione della zona nord della città, prevalentemente operaia, gli ebrei milanesi risiedettero soprattutto nelle aree a nord-ovest e nord-est del centro, tra i Navigli e i Bastioni e a cavallo di questi ultimi, con una presenza, anche se meno significativa, a sud. All’interno di tale schema, la distribu- zione fu sempre omogenea e non si crearono specifici nuclei residenziali legati all’età di residenza, alla professione svolta, alla nazionalità di provenienza.
Questo contributo indaga attraverso l’analisi di materiali epigrafici particolarmen- te significativi alcune vicende di uno dei centri vitali dell’ebraismo italiano: Firenze. L’ipotesi sottesa è che, seguendo la pista della committenza ebraica ma anche considerando monumenti e lapidi in cui gli ebrei semplicemente compaiono, si possano ricostruire i rapporti fra minoranza e società maggioritaria dall’inedita angolatura dell’uso dello spazio urbano sul versante cruciale della costruzione della memoria pubblica. Il saggio si sviluppa su due episodi “lapidari” ebraici: il primo, noto quasi solo agli studiosi e qui brevemente ricostruito, è ambientato nel complesso di Orsanmichele e risale al Rinascimento (i “dintorni” del titolo). Focalizzandosi su iscrizioni di varia natura, funge anche da premessa metodologica al saggio, dimostrando come per ogni epoca l’indagine epigrafica rappresenti un importante strumento per la ricostru- zione di conflitti, avvicinamenti, interscambi culturali. La seconda e più cospicua par- te del saggio tratta la prima metà del Novecento, specificamente tra la fine della Grande Guerra e la conquista fascista dell’Impero (1920-1937). Vengono analizzate tre importanti opere (una lapide e due monumenti), realizzate dalla Comunità ebraica fiorentina in un periodo molto critico e lacerante per l’ebraismo italiano, mentre sullo sfondo la traiettoria del regime raggiunge il suo zenit e le leggi antiebraiche del 1938 sono alle porte.
Tra Otto e Novecento il porto di Trieste fu un hub fondamentale in Europa e in Italia per l’emigrazione ebraica in Palestina, soprattutto per gli ebrei provenienti dall’Europa dell’Est, mentre dopo il 1933 esso divenne la principale via di fuga per gli ebrei tedeschi e austriaci, diretti nelle Americhe e a Shanghai. L’articolo analizza, sulla base della storiografia esistente e sull’esame delle fonti orali e visive, le fasi e l’organizzazione di questo flusso migratorio attraverso il porto adriatico, soffermandosi sul ruolo svolto dal Comitato Italiano di Assistenza agli Emigranti Ebrei di Trieste fino al 1943, che grazie alla sua rete di relazioni internazionali con le grandi agencies ebraiche, con le autorità italiane e con le compagnie di navigazione rese possibile la partenza di migliaia di persone verso la salvezza. Focus del saggio sono gli spazi che furono riservati all’emigrazione ebraica a Trieste, le pratiche burocratiche necessarie alla partenza e le esperienze individuali, che ci permettono di ricostruire, attraverso gli egodocuments le emozioni, i desideri, le pau- re e le speranze dei rifugiati.
L’arrivo delle truppe francesi a Ferrara portò, nel 1797, al primo atterramento dei portoni del ghetto: dietro all’atto simbolico era il riconoscimento dei diritti a favore della minoranza ebraica per la quale significò l’immersione nella vita sociale, econo- mica e politica della città (e non solo), compreso il parziale abbandono delle abitazioni del vecchio quartiere. Significò anche opporsi e/o reagire alla forma mentis descritta da Ariel Di Porto quando afferma che «in Diaspora quello della separatezza dell’olio rispetto agli altri liquidi è stato un tema centrale per esplicare una visione del mondo che individuava nella separatezza la chiave per sopravvivere in un ambiente circostante maggioritario e spesso ostile». L’articolo inquadra la scelta residenziale ebraica effettuata di volta in volta a seguito delle quattro liberazioni dal ghetto che si sono succedute a Ferrara nel XIX secolo, puntando l’attenzione soprattutto al periodo dall’Unità d’Italia fino al 1943, per analizzare le opzioni adottate individualmente in rapporto con il livello di emancipazione e di assimilazione: lo scopo è individuare l’entità e la definizione urbana della migrazione intraurbana dall’ex ghetto oltre alle motivazioni sottese (matrimoni misti, posizione politica e professionale, ceto economico e culturale).
Nel corso degli ultimi anni si è affermata nel settore sanitario una crescente attenzione al miglioramento continuo della qualità dei servizi e del raggiungimento e mantenimento di elevati standard assistenziali. Tale approccio, che viene identificato con le politiche di clinical governance, si basa sull’individuazione delle migliori condizioni affinché personale e operatori sanitari possano fornire risposte efficaci ai bisogni di salute dei pazienti, tutelando il contenuto umanizzante delle relazioni con questi ultimi. Gli strumenti che contraddistinguono questo approccio possono essere ricondotti ai seguenti: clinical risk management; valutazione degli indicatori di performance; progettazione e implementazione di corsi diagnostico-terapeutici assistenziali basati sull’evidence-based medicine; audit clinico; creazione e implementazione di percorsi assistenziali; ricerca e sviluppo comprensiva di adozione di sistemi informativi e tecnologie abilitanti; utilizzo dell’Health Technology Assessment; formazione continua.L’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specialità “San Giuseppe Moscati” ha adottato da alcuni anni una cultura profondamente orientata alla clinical governance, adottando in modo compiuto e puntuale gli strumenti a essa riconducibili.
Gli autori, di estrazione clinica e organizzativo-manageriale, delineano i pilastri fondamentali dell’approccio sistemico alla pianificazione strategica del PNRR e del DM 77 secondo la prospettiva dei nuovi scenari di integrazione territorio-ospedale. Un approccio, quindi, che si fondi sulla valorizzazione delle competenze multiple esistenti nelle organizzazioni e sulla co-costruzione di mappe di analisi e di programmazione basate su modelli sistemici di gestione delle patologie, contribuendo, così, a superare le visioni autoreferenziali.In armonia con tale premessa, gli autori tratteggiano le caratteristiche di applicazione dell’approccio sistemico tipico del disease management, utilizzando l’Epatopatia Cronica come esemplificazione del potenziale disegno attuativo e partendo dai seguenti interrogativi di fondo: - come costruire un processo di pianificazione strategica PNRRDM 77 secondo una “visione sistemica” clinica e manageriale?- come transitare dalla strategia ipotizzata alla strategia attuata e tradurre le priorità e gli obiettivi in prassi condivise?- quale potenziale riorganizzazione dell’assistenza territoriale a partire dalle nuove formule organizzative (AFT e UCCP) indicate dal DM 77 e dagli Accordi con i convenzionati?- quale potenziale articolazione del futuro sistema integrato, intraterritoriale e territorio-ospedale, e del nuovo distretto sanitario?
Il coordinamento inter e intraorganizzativo è un tema chiave in ambito organizzativo, soprattutto nel settore sanitario. Nonostante sia disponibile un’ampia letteratura sul tema della gestione multidisciplinare in oncologia, gli studi esistenti non hanno completamente analizzato quali strutture, attori, strumenti e dinamiche sociali siano associati a un team clinico efficace. Questo studio, attraverso la ricerca-intervento, analizza le attuali modalità di gestione dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule e propone un modello ottimale costituito da alcune linee guida organizzative, finalizzate a garantire una gestione efficace. Il presente modello si basa su tre pilastri aventi alla base: 1) le caratteristiche del team di gestione della malattia, 2) l’infrastruttura organizzativa che garantisce l’adozione dei percorsi clinici, 3) un sistema integrato di indicatori.
The use of Health Technology Assessment (HTA) for the evaluation of medical devices in healthcare organisations implies the creation of new knowledge to be combined with that stored in the human, relational, and structural dimensions of their Intellectual Capital (IC).Therefore, HTA can represent a trigger for innovating the IC and this process can be influenced by external factors that can be reconducted to the Institutional Theory (IT). However, to the best of our knowledge, there are no studies in the literature analysing these aspects. By using the case study methodology, this work explores how the innovation of the IC dimensions is triggered by the use of the HTA tools, considering also the moderating role of the IT pillars.
Un sistema sanitario più responsabile, efficace ed efficiente richiede la collaborazione fattiva di tutti i professionisti coinvolti, in una visione e approccio operativo che privilegi la centralità del paziente. La clinical governance, come framework, ma soprattutto nella sua implementazione, va intesa come un processo continuo che orienti il cambiamento del sistema verso condizioni che realizzino effettivamente la possibilità di eccellere nelle cure e nel servizio ai pazienti.Il caso evidenzia come alcune delle politiche e iniziative di clinical governance siano ormai consolidate nella comunità di riferimento, altre, invece, sono state aggiunte recentemente ma stanno già contribuendo a cambiarne cultura e modalità operative. La composizione allargata del Collegio di Direzione, le iniziative quali quelle del Quality and Safety Day e lo sviluppo di un network di referenti aziendali per la qualità e il rischio clinico sono tra le pratiche più efficaci che stanno incrementano le modalità di coinvolgimento dei clinici nella gestione dell’azienda sanitaria, realizzando la necessaria integrazione tra aspetti clinici, manageriali e di leadership.
Nell’articolo, il metodo della valutazione economica viene applicato a un intervento di prevenzione rivolto a personale ospedaliero sano, concernente l’uso di una calza compressiva per evitare l’insorgere dell’insufficienza venosa cronica. La valutazione stima la variazione della perdita di produttività del personale legata alla condizione di inabilità nello svolgimento di attività lavorativa (presenteeism) e alla percezione di efficacia a seguito della prevenzione.I risultati dello studio randomizzato controllato indicano che, sul lungo periodo, il gruppo di intervento rileva una minore inabilità dovuta alla postura eretta prolungata; di conseguenza, grazie all’utilizzo della calza, la perdita di produttività legata al presenteeism si riduce significativamenterispetto al gruppo di controllo.La prevenzione riduce dunque i costi legati al presenteeism nella prospettiva sociale e del Servizio Sanitario Nazionale.
Il presente contributo ha lo scopo di analizzare l’introduzione di sistemi e strumenti di clinical governance all’interno dell’IRCCS AOU Sant’Orsola di Bologna a partire dagli inizi degli anni Duemila. Dopo aver presentato l’accezione ampia del termine clinical governance adottata in questo studio, che include non solo i metodi e le tecniche per raggiungere l’eccellenza dell’assistenza sanitaria ma anche la capacità di creare condizioni per la partecipazione dei clinici, il contributo riporta le caratteristiche strutturali, organizzative e di produzione dell’Azienda. Successivamente sono indagati i prodromi della clinical governance attraverso una breve disamina delle principali modifiche nelle normative e politiche della Regione Emilia-Romagna su questa materia. Quindi, sono esaminati i modelli organizzativo-gestionali e gli strumenti manageriali adottati dall’Azienda per favorire la partecipazione dei clinici, tra cui l’istituzione di figure di referenti per materia, il percorso del riesame, i sistemi di qualità e rischio clinico, la gestione diffusa per progetti e i team multidisciplinari. Infine, è discussa l’importanza di creare una cultura organizzativa aziendale orientata alla partecipazione e al governo dei clinici.
Le attuali caratteristiche demografiche hanno richiesto un adeguamento nell’offerta dei servizi sanitari e nei modelli organizzativi adottati dalle strutture all’interno del sistema sanitario nazionale. In particolare, si è assistito all’integrazione dei diversi livelli assistenziali e dei professionisti attraverso la costituzione di reti cliniche e di équipe multidisciplinari.Numerosi studi hanno evidenziato l’impatto positivo del lavoro in team, in termini di qualità di cure e sopravvivenza, non nascondendo però la presenza di ostacoli e inefficienze all’interno del sistema organizzativo in cui questi operano. La presente analisi si pone quale obiettivo quello di offrire una fotografia delle modalità operative di 22 team multidisciplinari attivi sul territorio nazionale.
Il presente articolo offre un’esaustiva analisi dell’implementazione della clinical governance presso l’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale (AORN) Antonio Cardarelli di Napoli. Quale ospedale con la maggiore capacità di posti letto della Campania, l’AORN Cardarelli si confronta con la straordinaria sfida di garantire elevati standard di qualità e sicurezza in un contesto sanitario complesso e dinamico. Al fine di raggiungere tali obiettivi, l’ospedale promuove la collaborazione tra i professionisti sanitari, tra cui medici e infermieri, al fine di realizzare gli obiettivi della clinical governance. Ciò comporta il coinvolgimento degli operatori sanitari in processi decisionali cruciali, che spaziano dalla pianificazione degli investimenti alla definizione dell’assetto organizzativo, nonché ai cambiamenti organizzativi e alle iniziative di sviluppo professionale. L’ospedale ha istituito vari dipartimenti interni che si occupano di diverse dimensioni della clinical governance, tra cui i Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA), i sistemi di monitoraggio degli esiti clinici, i team di gestione del rischio, i programmi di formazione, la valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA), i meccanismi di valutazione delle prestazioni e le attività di ricerca. Nonostante gli ostacoli tipici dei contesti aziendali pubblici, l’AORN Cardarelli ha introdotto in modo proattivo proposte innovative per superare tali ostacoli, come programmi di formazione per gli operatori, un’unità dedicata alla comunicazione e all’innovazione e percorsi di cura personalizzati specificamente per la salute delle donne. L’articolo delinea l’esperienza acquisita e traccia le direzioni future per la clinical governance presso l’AORN Cardarelli, sottolineando l’impegno nel migliorare l’erogazione dei servizi sanitari e migliorare gli esiti dei pazienti.