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Giuseppe Moro

Editoriale

RIV Rassegna Italiana di Valutazione

Fascicolo: 77 / 2020

L'eradicazione dell'Epatite HCV negli utenti che afferiscono ai Ser.D dovrebbe essere incoraggiata non solo rispetto alla cura di tali pazienti ma anche per la salute globale, rappresentando oggi il principale serbatoio di infezione nei paesi industrializzati. Le esperienze sul campo e le evidenze scientifiche stanno cercando di individuare gli elementi essenziali al fine di facilitare l'accesso alle cure per la presa in carico del consumatore di sostanze con HCV. L'utilizzo dei nuovi farmaci, i DAA (antivirale ad azione diretta), in grado di curare oltre il 95% delle persone con infezione cronica da HCV, è certamente un elemento incoraggiante per il limitato tempo di cura e per gli scarsi effetti collaterali, ma l'arruolamento dei consumatori di sostanze è ancora difficile. Nel Ser.D. della provincia di Foggia è in corso una collaborazione con l’U.O.C. Malattie Infettive Policlinico Riuniti di Foggia. L'utilità di tale protocollo risiede nella sua capacità di integrare le attività svolte all’interno del Servizio per le dipendenze con quelle del Centro di cura Malattie Infettive, al quale spetta il compito di completare la diagnosi iniziale fatta dal Ser.D.e, prescrivere ai pazienti la terapia specifica. Spetta al Ser.D lo screening virologico completo, la diagnosi di attività di malattia epatica, il monitoraggio tramite esami laboratoristici in corso di terapia nonché la supervisione dell'assunzione della terapia affidata. L'esperienza fin qui svolta ha portato ai seguenti risultati: l'attività della malattia della dipendenza non ha rappresentato un fattore di non aderenza al trattamento né di non inclusione al trattamento stesso; i dipendenti afferenti al servizio risultati positivi agli Ab-HCV e con HCV-RNA positivo sono tutti dipendenti da sostanze stupefacenti con uso attivo o pregresso per via iniettiva, anche i due alcolisti positivi erano entrambi ex drug abuser; gli effetti collaterali registrati non sono risultati tali da determinare l'interruzione del trattamento antivirale in corso, eccetto per un paziente in cui è emerso una psoriasi e, comunque, quelli registrati sono legati alla terapia con interferone e ribavirina; la permanenza al servizio rappresenta un fattore protettivo non solo per la cura della dipendenza ma anche per la cura delle patologie correlate alla dipendenza, infatti ben il 72,3% di coloro che non hanno fatto il prelievo HCV-RNA aveva interrotto il trattamento per la cura della dipendenza; la percentuale di persi durante il trattamento è stata del 3,7%; rispetto alla patologia della dipendenza il 16,7% presentavano attività di malattia con positività alle sostanze stupefacenti, ma ciò non ha costituito né motivo di esclusione né d'interruzione della terapia antivirale. Il follow-up al 31 maggio 2021, post SVR-12, è stato caratterizzato da nessuna recidiva né reinfezione.

Gli autori riportano i risultati di un’indagine svolta all’interno dei Servizi per le Dipendenze e le Comunità Terapeutiche del Veneto. Lo scopo principale dell’indagine è stato quello di identificare i casi di comorbilità o sospetta comorbilità tra i disturbi da uso di sostanze e i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione tra pazienti in carico al sistema di assistenza delle Dipendenze Patologiche del Sistema Sanitario Regionale del Veneto (Dipartimenti per le Dipendenze e Enti del Privato Sociale). Per lo svolgimento dell’indagine, è stato somministrato un breve questionario agli operatori delle diverse strutture che chiedeva di quantificare i casi di sospetta o dimostrata comorbilità tra i due disturbi nei pazienti in carico in quel momento o nei mesi precedenti. Il questionario, inoltre, comprendeva la richiesta di valutare la qualità della collaborazione – qualora ci fosse stata – con i servizi per i disturbi alimentari e di esprimere il proprio grado di interesse rispetto il bisogno di formazione riguardo questi disturbi. I dati raccolti mostrano la presenza di una comorbilità tra i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione e i disturbi da uso di sostanze ed evidenziano l’esigenza di investire sulla presenza di strutture terapeutiche specifiche per i pazienti in comorbilità. Inoltre, viene sottolineata la necessità di formazione relativamente alla diagnosi ed al trattamento dei disturbi dell’alimentazione tra gli operatori del campo delle dipendenze patologiche.

Il presente studio prevede la valutazione in brevi intervalli di tempo di pazienti con Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA) in trattamento per rilevare indicazioni significative e minimizzare le ricadute post recovery. Da Gennaio 2018 a Dicembre 2019, 102 pazienti sono stati valutati a T0 (intervista e Gambling Follow-Up Scale GFS) e a 3 (T1), 6 (T2), 12 (T3) mesi da T0 (intervista breve, GFS). Alcuni primi dati emersi: 79,4% maschi (n=81), età media (±DS): 47,8±15,9 anni (21-82). A T0, sono mediamente presenti 6 criteri DSM-5; il 36,3% (n=37) presenta livello moderato di DGA. Il 91,2% (n=93) presenta criterio 7 (mentire); 88,2% (n=90) criterio 3 (sforzi per controllare problema). Il 26,6% (n=21) gioca a slot, il 10,8% (n=11) VLT. I giocatori di gratta e vinci hanno età media più alta vs. VLT (p=.009), slot (p=.005) e scommesse (p< .001). Da T0 a T1 si rileva diminuzione di tutti i criteri DSM-5 (p < .000). I primi mesi di trattamento costituiscono una fase temporale di astensione durante la quale attuare interventi supportati da una maggior aderenza e motivazione. I dati da T1 a T2, seppur non significativi, sembrano suggerire l’utilità di isolare “traiettorie” di evoluzione diverse per i singoli criteri DSM, alcuni dei quali potrebbero essere più resistenti e necessitare di un focus trattamentale specifico. Oggetto del trattamento potrebbero essere il contesto sistemico-relazionale e le componenti multifattoriali che spiegano l’attribuzione dei criteri 3 e 7. Il monitoraggio durante il trattamento potrebbe favorire una interpretazione maggiormente esaustiva dei dati raccolti post trattamento, evidenziando l’andamento e l’efficacia del percorso.

Felice Alfonso Nava, Giulia Bassetti, Marco Cristofoletti, Massimo Fornaini, Raffaele Geraci, Marina Paties, Carlo Poggi, Stefano Tolio, Claudio Pilerci

Hepatitis delta is a public health concern in the community setting: The role of prison health care units in limiting the spread of infection in general population

MISSION

Fascicolo: 56 / 2020

Hepatitis D virus (HDV) is a public health concern for its severe medical consequences. The aim of this pilot study was to evaluate the prevalence of the main infectious disease between the detainees of the Veneto Region. The study consisted of a survey carried between the heads of the prison healthcare staff. The data showed that on 2,119 detainees the prevalence of hepatitis B (HBV) is the 6% and that the most relevant prevalence of HBV was revealed in the East Europe detainees (Ex USSR countries, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia), being the 39% of all HBcAb positive subjects. The survey also revealed as the population less protected by HVB vaccination was that comes from East Europe. Moreover, the study indicates that hepatitis D diagnosis is not well known by clinician working inside prisons and that it should be improved through specific diagnostic and therapeutic procedures. Our data indicate that the prison setting may play an important and crucial role in term of public health both in intercepting patients that need of treatment and in preventing actions able to minimize the risk of infection. In prison settings screening, linkage to care and harm reduction measures should be improved in order to protect the general population from the impact of the emerging infectious diseases, including HDV.