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Durante la transizione dal fascismo alla Repubblica, furono centinaia i ragazzi e le ragazze processati per collaborazionismo con i tedeschi per avere aderito alla Repubblica Sociale Italiana. Le corti d’assise straordinarie e, dopo la loro soppressione, le sezioni speciali delle corti d’assise, competenti a giudicare i reati di collaborazionismo, attenuarono progressivamente la severità nei confronti degli imputati, soprattutto dei più giovani. Nell’ambito degli studi sul tema della giustizia di transizione, il saggio ricostruisce le argomentazioni giuridiche utilizzate dalla Corte d’assise straordinaria di Como per condannare ovvero assolvere i giovani imputati, nel continuo bilanciamento tra esigenze di repressione e istanze di pacificazione.
Le prime forme associative degli imprenditori italiani corrispondevano puntualmente alla struttura economica del Paese e riproducevano quindi il notevole peso degli interessi commerciali. La contiguità territoriale tra impianti industriali, reti distributive e reti creditizie favorivano la costituzione di associazioni con un forte radicamento locale. È questo il caso del Circolo commerciale, sorto a Brescia nel 1892 in modo spontaneo, geograficamente circoscritto e organizzativamente debole, nel quale erano rappresentati sia gli interessi industriali sia quelli commerciali, a dimostrazione di un basso grado di specializzazione settoriale. Al suo interno si trovavano imprenditori dell’industria, del commercio e della finanza, ma anche esponenti del ceto nobiliare che avevano iniziato a investire nell’azionariato industriale e bancario. Il Circolo divenne in pochi anni la centrale operativa di una élite di operatori economici di diverso orientamento politico che non intendevano l’azione associativa solo come difesa dei propri interessi, ma si sforzarono di collocarla nella prospettiva di una più ampia concezione ideologica, ponendosi traguardi comuni di progresso morale, civile e sociale.
A partire dalla metà dell’Ottocento in Italia si sviluppò una psichiatria nazionale, di matrice medico-scientifica, che rivendicò il monopolio medico-psichiatrico della malattia mentale, con l’obiettivo di emanciparla da ogni retaggio filosofico e teologico. Figura chiave di questa transizione fu il medico e psichiatra lombardo Andrea Verga. Il saggio analizza le lezioni che Verga tenne per la cattedra di Dottrina e Clinica delle alienazioni mentali nel biennio 1884-86, nelle quali delineò la "Teoria fisiologica dell’anima", in base alla quale «l’anima non è che la funzione dell’encefalo». Egli difese in primo luogo l’idea che fra il sistema nervoso e gli altri organi del corpo umano esistessero solo differenze quantitative: tale elemento rendeva possibile uno studio dell’anima come puro e semplice prodotto del funzionamento dell’organismo umano e, specialmente, come un oggetto di studi scientifici liberati da ogni ipoteca religiosa o metafisica. In secondo luogo, sostenne che fosse infondata l’idea che tale concezione dell’anima potesse minare il senso morale degli esseri umani e dunque danneggiare la società, perché l’agire morale umano sarebbe indipendente dalla convinzione che l’anima sia o meno immortale, che esista un Dio e che l’uomo disponga o meno del libero arbitrio.
Laorca oggi è un quartiere di Lecco ma un tempo era un paese famoso per l’industria di trasformazione dei metalli e per il suo cimitero, costruito a partire dal 1632 all’interno di un anfiteatro naturale di grande bellezza e considerato miracoloso. Nel corso dei secoli gli abitanti del paese riservano grande cura ai propri defunti. Nel 1923, tuttavia, Benito Mussolini decide l’aggregazione di Laorca e dei paesi vicini al Comune di Lecco: i cimiteri locali sono destinati a scomparire, sostituiti dal Nuovo Cimitero Urbano Unico, da edificare nel Comune di Malgrate. Gli abitanti di Laorca si mobilitano a difesa del proprio camposanto: contro ogni previsione ebbero successo. Il Nuovo Cimitero Unico, costruito solo in parte tra il 1933 e il 1938, non fu mai utilizzato. Nel nuovo contesto democratico postbellico, esso rappresenta l’espressione di una volontà fascista che non ha tenuto in alcun conto la sensibilità dell’opinione pubblica e la tradizione locale. Sarà infine distrutto nel 1973. Il cimitero di Laorca, invece, compare oggi nella European Cemeteries Route, il progetto di valorizzazione dei cimiteri storici voluto dall’Association of Significant Cemeteries in Europe (ASCE).
Il lavoro propone una valutazione quantitativa dei dati emersi dalla lettura di cinquantacinque atti notarili ricavati dai documenti del Tabulario dei monasteri di San Nicolò l’Arena di Catania e di Santa Maria di Licodia confluiti in questo Catalogo. Sono stati individuati ed elaborati gli elementi relativi all’anno, al mese e al luogo di produzione degli atti nonché alla tipologia giuridica e all’onomastica dei soggetti che partecipano all’azione giuridica. A corredo del saggio si sono scelti due privilegi del secolo XV riguardanti il primo la concessione di pescato del fiume di Paternò a firma della regina Bianca a favore dell’ente religioso di riferimento, l’altro una concessione enfiteutica da parte del conte Guglielmo Raimondo Moncada a favore di un privato.
La trascrizione della pergamena n. 64 di questo catalogo porta in luce il testamento di una religiosa paternese del ‘300, Costanza da Pistoia, probabilmente benedettina ma vicina per vari indizi a una sensibilità francescana. La testatrice sceglie di lasciare i propri beni al doppio monastero di San Nicolò l’Arena e di Santa Maria di Licodia, confermando con questo atto di ultima volontà una sua precedente donazione allo stesso ente religioso. Il lettore che avrà la compiacenza di accostarsi al testo, potrà farsi un’idea dei legami umani intessuti fra la testatrice e il suo mondo affettivo; la sua mentalità da religiosa e le motivazioni che la guidarono nelle scelte da compiere in prossimità del trapasso; i suoi rapporti con esponenti della "terra" di Paternò e del suo territorio, ovvero sia con esponenti del ceto sociale d’appartenenza sia con quelli della sua quotidianità.
Lo studio di due testamenti e relativi inventari redatti a Troina e Randazzo permette di conoscere talune vicende storico-economiche del monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania e soprattutto di cogliere aspetti della vita quotidiana di persone intervenute a vario titolo al negozio giuridico: nomi, estrazione sociale, matrimoni o dettagli di cultura materiale come impianti edilizi, strutture urbane o paesaggio territoriale, ovvero case, strade, piazze, chiese, monasteri, e tant’altro, totalmente scomparsi, eppure risuscitati dalla odierna toponomastica. In particolare la documentazione mette in luce la figura femminile nella realtà di due "quasi città" della Sicilia centro-orientale. Rosa e Ysolda, entrambe con un ruolo importante nella propria famiglia: l’una in funzione di capo di casa in quanto vedova, l’altra con capacità tali da imporre il suo volere anche dopo il suo decesso ovvero al di là della sua esistenza terrena.
La copia del testamento dell’Ansisa trova una sua giustificazione nella richiesta dell’abate, frate Pietro Rizzari, per conservare presso l’archivio del monastero, «nel timore che il quaderno in carta papiri in cui erano state annotate le sue ultime volontà si potesse, col trascorrere del tempo, deteriorare o disperdere», in quanto avrebbe costituito titolo giuridicamente valido per tutti i diritti vantati dal doppio monastero, nominato erede universale, sui beni in esubero, dopo che si sarà dato esecuzione alle ultime volontà del testatore.