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Federico Sofritti

Morire di disorganizzazione: la gestione sanitaria del Covid-19 in Italia

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2020

La pandemia sta rendendo evidente come il rapporto tra ospedale e territorio non sia pensabile in termini dicotomici, come enucleatosi storicamente nel sistema sa-nitario italiano. Le riforme sanitarie, dal 1978, hanno infatti consolidato la preesi-stente differenziazione tra sanità ospedaliera e territoriale. All’interno di questa cornice, l’articolo affronta la questione della riorganizzazione delle cure territoriali. In particolare, si sostiene come l’emergenza Covid-19 renda necessario un ripen-samento dell’assistenza territoriale nel quadro delle cure primarie, discutendone alcuni punti chiave: l’implementazione delle tecnologie digitali; il ruolo delle co-munità locali; la questione professionale; il paradigma di salute e malattia sottostante.

Francesco Orazi

Le distorsioni della comunicazione scientifica durante la Pandemia

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2020

L’ipotesi dell’articolo è che Covid-19 rappresenti un evento di rottura in grado di influenzare la struttura di plausibilità del complesso socioeconomico attivato da mercato, scienza e tecnologia. Alcune condizioni determinate dalla pandemia stanno Infatti mettendo in discussione molti elementi del quotidiano che diamo per scontati. Nel corso del lavoro prenderemo a riferimento alcuni di questi ele-menti della realtà sociale che sono stati intaccati dagli effetti di Covid-19. In parti-colare, saranno affrontate le seguenti tematiche: il rapporto tra scienza e tecnolo-gia; socializzazione e distanziamento nella società iper-mediata; la relazione tra scienza e pseudo-scienza.

Francesco Orazi, Federico Sofritti, Davide Lucantoni

Editoriale

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2020

A cura della Redazione

Recensioni

STORIA IN LOMBARDIA

Fascicolo: 1 / 2020

L’articolo evidenzia l’importanza della partecipazione popolare nella pianificazione urbanistica del quartiere Gallaratese di Milano nel decennio 1965-1975, ricostruendo le diverse fasi del confronto politico tra i cittadini e gli enti istituzionali. Dalle prime associazioni a carattere spon-taneo sino alla definizione di un organismo strutturato quale il Comitato popolare di quartiere, le iniziative dei residenti si sono inserite all’interno delle complesse dinamiche di trasformazione della realtà urbana, assumendo un ruolo decisivo nel dibattito politico con l’Amministrazione comunale. Il coinvolgimento diretto dei soggetti sociali ha permesso un’evoluzione positiva della realta` territoriale del quartiere, in termini sia di qualita` dello spazio fisico sia di complessiva funzionalita` dello stesso, evitando la riproposizione del classico schema di emarginazione e ingiustizia sociale proprio della dicotomia centro-periferia. L’esperienza del Gallaratese e` la dimostrazione di come l’intervento dell’attore pubblico nel governare i processi di trasformazione del paesaggio urbano abbia maggiore efficacia quando lo stesso accetti di confrontarsi, o sia in qualche modo costretto a farlo, con gli altri attori interessati.

Marco Cuzzi

«Moderno, veloce, di servizio»: il conservatorismo popolare de «La Notte»

STORIA IN LOMBARDIA

Fascicolo: 1 / 2020

Voluto dall’industriale del cemento Carlo Pesenti come quotidiano elettorale per contrastare le sinistre alle elezioni politiche italiane del 1953, «La Notte» diventò un protagonista del giorna-lismo di Milano dagli anni Cinquanta ai Settanta. Caratterizzato da uno stile dinamico, «La Notte» fu un quotidiano di informazione, riportando notizie di ogni tipo, dalla politica naziona-le alla vita economica, sociale e persino notturna. Fu il primo tabloid italiano. Il suo direttore Nino Nutrizio, un giornalista di destra, schierò il giornale con la Maggioranza silenziosa e con il "blocco d?ordine" anticomunista. Quando si accorse che l?estremismo neofascista stava mo-nopolizzando la reazione moderata milanese, Nutrizio si allontanò dal Movimento Sociale Ita-liano, schierandosi con le istituzioni. L?avvento delle televisioni commerciali ne fece declinare il successo. Dimessosi il direttore nel 1979, nella fase più acuta del terrorismo, il giornale so-pravvivrà fino al 1994, all?alba di una nuova epoca per Milano e per l?Italia.

Attraverso l’analisi della struttura beneficiale della diocesi l’autrice ricostruisce i nessi tra vita religiosa e debolezza economica nella Bergamasca tra Sette e Ottocento in una varietà di situa-zioni locali. Ad eccezione di qualche rara zona o di importanti centri borghigiani, non manca-vano nella pianura, dominata da salariati agricoli poveri e analfabeti, cure mercenarie.- cioè con parroco salariato e senza un’adeguata dotazione beneficiale - di elezione popolare e con qual-che centinaia di fedeli o poco più. Esse erano più numerose in montagna e nelle valli quale esi-to della tendenza della popolazione locale a rendere capillare il servizio religioso costruendo luoghi di culto anche nelle frazioni più isolate. In queste parrocchie le comunità, che detenevano antichi diritti di patronato, per la nomina del pastore si erano viste spesso costrette a stipula-re contratti "a termine" con sacerdoti senza regolare investitura ecclesiastica. La debolezza eco-nomica rese difficile in età napoleonica applicare la riforma parrocchiale nei suoi aspetti eco-nomici e disciplinari e cioè in materia di dotazioni beneficiali, ordinazioni sacerdotali, concorsi vescovili.

Le lettere di Pietro Bellati, funzionario nella Milano austriaca di fine Settecento, a un Antonio Greppi ormai ritiratosi a vita privata sono una preziosa testimonianza dei cambiamenti politici e socio-culturali in Lombardia e nella cornice europea. Tramite l’analisi delle carte di Bellati, l’articolo considera come la società lombarda percepì i cambiamenti di fine secolo. Dalle lettere emerge un timore diffuso nei confronti della novità, interpretata da molti come perdita dell’equilibrio consolidato da secoli. La minaccia era quella costituita dalle spinte accentratrici dell’amministrazione austriaca, dall’intrusione della nuova polizia, dall’esautoramento della Chiesa nella giustizia, dagli eserciti che incombevano sul fronte orientale dell’Impero e dalle idee rivoluzionarie che si diffondevano dalla Francia. Ma la reazione al nuovo era così netta? Vi era un margine di accettazione del cambiamento? Tramite l’analisi dei resoconti e dei com-menti di Bellati, l’articolo considera le sfumature del caso e il tentativo di conciliare passato e futuro.

Paola Redaelli

Italia contemporanea. Covers (2013-2020)

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 294 Suppl. 1 / 2020

All cover images have been chosen and edited by Paola Redaelli: the Editor and the Editorial Board are grateful to her.

A cura della Redazione

Table of contents of year 2020

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 294 Suppl. 1 / 2020

Studies and research, Notes and discussions, Bibliographic review

Marica Tolomelli

Again on 1968: some remarks on recent Italian historiography

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 294 Suppl. 1 / 2020

Although Italian — as well as international — historiography engaged with the fiftieth anniversary of 1968 in a very lively way, it was probably not groundbreaking in terms of its originality. From an editorial perspective, this liveliness has translated into the publication of a considerable amount of studies, which this article is able to examine only partially, given the variety of their approaches, analytical levels and interpretations. The article addresses a selection of these texts in order to discuss some of the most significant directions of research that emerge from them, in terms of methodological approaches, interpretations and arguments. These books are, in alphabetical order: Michele Battini, Un sessantotto, Università Bocconi Editore, Milano 2018; Guido Crainz (ed.), Il Sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni, Donzelli, Roma 2018; Marcello Flores, Giovanni Gozzini, 1968. Un anno spartiacque, il Mulino, Bologna 2018; Monica Galfré, La scuola è il nostro Vietnam. Il ’68 e l’istruzione secondaria italiana, Viella, Roma 2019; Paolo Pombeni, Che cosa resta del ’68, il Mulino, Bologna 2018; Francesca Socrate, Sessantotto. Due generazioni, Laterza, Roma-Bari 2018.

This article examines recent Italian historiography on welfare, with a particular focus on gender-oriented research. It relates recent Italian studies to the international debate, in order to identify acquisitions, open problems and perspectives. Its aim is to show how these studies could improve if a transnational and, broadly speaking, global approach was adopted, and it discusses a series of possible themes and issues to be addressed.

This article investigates the colonial photographic collections belonging to the traveller Giuseppe De Reali (1877-1937) and the anthropologist Nello Puccioni (1881-1937). Between the end of the nineteenth century and the 1930s, both visited the African continent several times, creating two collections — a zoological-naturalistic one, and an anthropologicalethnographic one — that are now kept and partly displayed in the Natural History Museum of Venice and in the Museum of Anthropology and Ethnology in Florence, respectively. By analysing these images, the article examines the modes of representation of the African continent and its populations, and the functions and meanings acquired by pictures and objects in the transfer to museums. In conclusion, it raises a series of preliminary questions concerning the continuities of exhibition practices between the fascist and the republican period.

Michele Nani

The lost half. Quantitative methods and historical studies: a critical review Michele Nani

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 294 Suppl. 1 / 2020

Starting from three recent publications (a handbook, a conference proceeding, and an edited volume), this article discusses the limited use of quantitative methods among historians, especially in the Italian context, despite the widespread debate about digital history and historical “big data”. After the great promises made between the 1960s and the 1980s, and the opposite trend of the following 20 years, the spread of personal computers and the great diversification and refinement of methods have allowed for direct and experimental uses of quantitative analysis, even on a small corpus of data or from a micro-historical perspective. Widespread quantitative training would strengthen historians’ reflexive and interpretative skills.

Gilda Zazzara

Making sense of the industrial past: deindustrialisation and industrial heritage in Italy

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 294 Suppl. 1 / 2020

This article analyses the relationship between deindustrialisation and industrial heritage by considering recent studies on the topic. Although Deindustrialisation Studies and (Industrial) Heritage Studies focus on distinct phases of industrial change — schematically a “before” and an “after” of the history of industry — these fields increasingly converge on the role of the memory of the industrial past in the present. The essay examines these convergences in the Italian context, looking at the history of industrial archaeology and the difficulty of recognising a specifically “Italian deindustrialisation”. It argues that history, especially environmental and labour history, can play an important role in this dialogue. In the last part, the article focuses on the industrial area of Porto Marghera (near Venice) and analyses the major cultural events that were organised for its centenary. It argues that this is an example both of “deindustrialisation without industrial heritage” and of “industrial heritage without the memory of deindustrialisation”. This makes it difficult to develop a shared elaboration of the area’s industrial past and of its future.

This article examines the transformation of the European Economic Community’s (EEC) regional policy paradigms from the early 1970s, when negotiations for the creation of the European Regional Development Fund (ERDF) began, until the approval of the Single European Act. The article identifies this period as the beginning of a deep transition from demand-side “interventionist” and “neo-mercantilist” models — typical of certain regional policies used up to that time by member states (primarily by Italy) — towards more openly neoliberal models. My analysis of the harsh conflicts within the Regional Policy Committee (the national technocracies’ representative body in charge of managing the ERDF) and between the committee and the European Commission demonstrate that this outcome was not at all taken for granted. It was determined, above all, by the overload of objectives of EEC regional policy in a context of scarce resources, and by the progressive lack of trust in the role of public intervention.

Jimmy Carter was elected President of the United States in November 1976. A few months earlier, the Italian elections marked an extraordinary result for the Italian Communist Party (PCI), and some of its members obtained institutional roles. During the electoral campaign, members of Carter’s entourage released declarations that seemed to prelude to abandoning the anti-communist veto posed by previous governments. For a year after the inauguration, the US administration maintained an ambiguous position. Nonetheless, on 12 January 1978, the United States reiterated its opposition to any forms of participation of communists in the Italian government. Drawing on a varied set of sources and analysing the role of non-state actors, including think tanks and university centres, this article examines the debate on the Italian “communist question” within the Carter administration and among its advisers. Such discussion will be placed within a wider debate that crossed America’s liberal culture.