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Una lunga ricerca etnografica svoltasi tra il 2015 ed il 2018 a Padova e Provincia, ha porta-to a galla numerose criticità legate all’organizzazione dell’accoglienza dei richiedenti asilo. È stato osservato che la violazione dei diritti emerge nettamente su quelle pratiche di "buona accoglienza" orientate all’implementazione dell’autonomia dei beneficiari e a una loro inclu-sione sociale improntata alla valorizzazione della loro agency e autodeterminazione. In que-sto quadro emergenziale, i richiedenti asilo si trovano ora esposti a forme di violenta segre-gazione e marginalizzazione ora alle prese con la fruizione delle rare risorse "inclusive", spesso subordinata alla completa osservanza delle linee di condotta e disciplinamento stabili-te dalle strutture ospitanti e dalla disponibilità allo svolgimento di lavori bassamente qualifi-cati e sottopagati. In questo contesto paradigma sicuritario e umanitario tendono spesso a intrecciarsi. I confini e le pareti dell’accoglienza però, sia quelle materiali che quelle simboliche, sono spesso flessibili e porose. Negli ultimi anni abbiamo infatti assistito a crescenti processi di "fuoriuscita", volontaria e forzata, dal circuito, un fenomeno recentemente acuito dall’abrogazione della protezione umanitaria e dalla impossibilità del rinnovo della stessa (Legge 132/2018), provvedimenti che espongono i migranti a nuove forme di irregolarizza-zione e allo stesso tempo a dinamiche di invisibilizzazione e stigmatizzazione sociale. Questa progressiva permeabilità delle pareti dell’accoglienza ci pone sempre più l’urgenza di inda-gare a fondo le relazioni tra questi soggetti, le istituzioni e gli attori sociali che abitano il territorio. A partire da questo proviamo a guardare al ruolo rappresentato da alcune "buone pratiche" autorganizzate dal basso, cercando di capire come esse si misurino con il rischio di ripro-durre a loro volta paternalismo e infantilizzazione, tipici ingredienti del modello "assimila-zionista" e quanto riescano invece a mettere al centro l’autonomia dei soggetti intercettati.

L’articolo presenta alcune osservazioni nate da analisi teoriche e esperienze on field avute dall’autore negli ultimi dieci anni grazie a una ricerca di dottorato condotta dal 2015 al 2018 sulle migrazioni di minori stranieri non accompagnati, oltre a osservazioni sul campo rac-colte durante l’esperienza dell’autore come operatore sociale nei centri di accoglienza dal 2010 al 2015. L’approccio adottato è di tipo qualitativo con l’utilizzo di storie di vita e di os-servazioni partecipanti. L’articolo analizza il sistema di accoglienza che i migranti incontrano una volta arrivati sul territorio italiano: un contesto poroso, con finalità molteplici, in cui istanze securitarie e istanze umanitarie si saldano. In questo quadro il riconoscimento delle vittime della violenza migratoria avviene in un contesto problematico, costantemente in tensione tra stereotipi vitti-mari e politiche del sospetto.

Ignazia Bartholini

Introduzione

WELFARE E ERGONOMIA

Fascicolo: 2 / 2020

L’autore del saggio intende ricostruire i percorsi genitoriali e le dinamiche familiari di fronte alla scoperta dell’omosessualità delle/dei proprie/i figlie/i, delineando le caratteristiche dei processi di svelamento dei figli omosessuali e i processi di reazione a un tale evento "spiazzante". Tenendo conto di una serie di dati accolti all’interno dell’esperienza d’intervento e di ricerca presso l’Agedo Palermo, si considereranno le costruzioni essenzializzate delle identità e dei generi supportate dalle forme di strutturazione simbolica delle famiglie "naturali" e "tradizionali" che talora rallentano o interrompono i processi evolutivi e di ristrutturazione dei legami genitoriali e familiari.

Margherita Graglia, Laura Mariotti, Milena Quercia

Fornire supporto ai genitori con figli adolescenti omo/bisessuali: l’esperienza dell’associazione "Geco Odv" di Torino

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

L’articolo, a partire dall’esperienza maturata dall’associazione torinese "Geco Odv" (Genitori E figli Contro l’Omotransfobia), delinea gli aspetti principali coinvolti nella scoperta dell’orientamento omo/bisessuale del/lla proprio/a figlio/a. Le autrici illustrano le reazioni comuni dei genitori e i processi implicati nell’elaborazione di quest’informazione imprevista. Conoscere le strategie di coping che le famiglie utilizzano per far fronte alla notizia inaspettata di avere un figlio non eterosessuale costituisce una fonte informativa fondamentale per la promozione dell’inclusione sociale. Tenendo in considerazione l’individuo nel suo contesto, si sottolinea la rilevanza della visibilità delle persone Lgb (lesbica, gay, bisessuale) non solo come scelta individuale, ma anche come disposizione socioculturale a far emergere le identità non eterosessuali, rendendole previste e pertanto facilitando la loro accoglienza.

Angela M. Caldarera, Chiara Baietto, Alessandro Zangari, Damiana Massara

La disforia di genere in età evolutiva: la presa in carico a sostegno del benessere psicologico

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

La Legge 164 del 1982 regola la transizione di genere in Italia, e riconosce il diritto alla presa in carico presso il Ssn. A partire dagli anni Duemila, presso i centri specializzati è iniziata la richiesta di presa in carico dei soggetti minorenni e delle loro famiglie. L’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (Onig1) ha costituito un coordinamento dei Centri dedicati a bambini e adolescenti, e ha definito i principi di base della presa in carico sulla base dell’esperienza maturata, delle linee guida internazionali della World Professional Association for Transgender Health (Wpath, 2012) e dell’Endocrine Society (Hembree, 2011). La presa in carico prevede un percorso multidisciplinare integrato in fasi successive (psicologico, neuropsichiatrico, endocrinologico) che riguarda i minorenni e le loro famiglie; può comportare, in casi accuratamente selezionati, l’utilizzo di bloccanti dello sviluppo ormonale puberale, e, dopo i 16 anni, di ormoni sessuali che possano trasformare il corpo nella direzione del genere percepito. La natura degli interventi medici solleva delicate questioni di carattere bioetico, in relazione, per esempio, alla competenza dei ragazzi a dare il consenso/assenso in ambiti tanto complessi.

Francesco Vitrano

Limiti e identità: orientamenti sessuali fluidi in adolescenti e in giovani adulti

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

L’articolo esprime alcune riflessione sugli orientamenti sessuali fluidi espressi da adolescenti e da giovani adulti. L’analisi di tale prospettiva è fatta sia in relazione al processo di costruzione dell’identità psichica in adolescenza sia in relazione alle complesse trasformazioni che tale processo evolutivo ha avuto negli ultimi anni in seguito ai cambiamenti della famiglia, della società e della cultura.

Giulia Mantovani

Madri detenute e figli

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

"Il carcere non è per le donne" è l’affermazione che Paola Bonatelli riprende dalle detenute nella sezione Alta Sicurezza della Casa circondariale di Lecce che hanno partecipato al docu-film di Caterina Gerardi Nella Casa di Borgo San Nicola. Nel nostro ordinamento a poter sottrarre le donne al carcere è la maternità ossia la tutela del legame tra madre e figlio. Nel contributo che segue ci si pone l’obiettivo di ricostruire lo stato dell’arte per poi focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti d’immediato rilievo ai fini della realizzazione di una rete di supporto alla genitorialità capace di proteggere insieme madre e bambino dalla frattura della carcerazione.

Marta Mantione

La finta neutralità del congedo parentale

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

Il contributo è volto ad analizzare l’istituto giuridico del congedo parentale ponendo in evidenza l’esistenza di caratteristiche che rendono tale strumento di conciliazione non neutro dal punto di vista del genere, ma fonte di discriminazione verso le donne. Tale conclusione è corroborata dall’analisi del congedo parentale straordinario e delle altre misure introdotte durante l’emergenza sanitaria "Covid-19", le quali hanno contribuito a rimarcare le disuguaglianze già esistenti.

In questo articolo ci si propone di tracciare un quadro, secondo un approccio di genere, degli strumenti di tutela civilistica che il nostro ordinamento offre alle donne, ai loro figli e alle loro figlie, offesi dalla violenza maschile. Si analizzeranno pertanto anzitutto le caratteristiche specifiche delle dinamiche violente delle relazioni familiari, differenziandole da quelle tout court conflittuali e dando valore all’autodeterminazione della donna nei percorsi di affrancamento. Si evidenzierà, quindi, l’importanza di riconoscere nella pratica giudiziaria civile inerente la separazione, il divorzio e l’affidamento della prole minorenne la rilevanza della violenza assistita ai fini delle decisioni a tutela della prole, stigmatizzando gli stereotipi purtroppo ancora esistenti.

L’instabilità coniugale è un fenomeno molto diffuso nella società italiana, che coinvolge numerose famiglie e di frequente operatori e operatrici che lavorano a supporto della fase separativa. Con il presente articolo intendiamo occuparci delle separazioni che si confrontano con una conflittualità molto elevata e in presenza di figli/e. A partire da uno studio preliminare del progetto di ricerca "Construction of Parenting on Insecure Ground" (Coping), cercheremo di esplorare come le dimensioni di genere possano influire sulle rappresentazioni dei/delle professionisti/e che lavorano con genitori coinvolti in situazioni di "alta conflittualità" nel ruolo di supporto alla gestione condivisa della genitorialità. Parole chiave: alta conflittualità, genere, affido condiviso, rappresentazioni dei professionisti.

Cesare Castellani

Essere madri nella separazione

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

Dopo un’analisi introduttiva dei principi generali in materia di affidamento della prole in seguito alla scissione della coppia genitoriale e in particolare sul principio della bigenitorialità, il contributo riflette in prospettiva di genere su alcuni "nodi" del diritto vivente della separazione legale. Viene così esaminata la questione degli effetti economici della separazione, con un particolare riguardo alle ricadute della suddetta sulla figura materna e alla questione della cosiddetta violenza economica. Inoltre, si approfondisce la tematica della violenza di genere ed in particolare si esaminano: gli strumenti giuridici per contrastarla, l’approccio dei giudici ai procedimenti di separazione caratterizzati dalla presenza di condotte violente e la rilevanza attribuita a quest’ultime nella decisione del regime di affidamento dei figli minori.

Roberta Bommassar

La prospettiva di genere: il femminile e il materno, una distinzione dimenticata

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

Per prospettiva di genere s’intende l’influenza che la differenza di genere ha nelle relazioni familiari, generalmente a discapito della figura femminile che sconta ancora un notevole gap sociale, culturale e politico. L’articolo intende proporre delle riflessioni in merito ad un atteggiamento generalizzato che scotomizza la differenza tra ruolo femminile e ruolo materno. Se nella coppia femminile-maschile il potere è appannaggio del secondo, nella coppia madre-padre è appannaggio del primo. Il mancato riconoscimento di questo doppio registro può indurre ambiguità e manipolazioni, che seppur rilevate dagli operatori del settore, non sembrano ancora far parte del bagaglio culturale e tecnico. Vengono descritte alcune situazioni a esemplificazione di queste riflessioni.

Debora Comini

Essere adolescenti in Indonesia

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 3 / 2020

A partire dall’adolescenza, norme culturali e sociali basate sul genere cominciano a generare differenze sostanziali nella vita delle ragazze e dei ragazzi indonesiani. Le adolescenti appaiono in generale avvantaggiate dal punto di vista nutrizionale ed educativo. Appaiono però svantaggiate nella sfera più intima, inlcuso nel livello di conoscenza di temi di salute sessuale e riproduttiva e violenza sessuale. L’Indonesia è il paese del sud-est asiatico con il più alto numero di matrimoni infantili nonostante la legge stabilisca un’età minima di 19 anni per il matrimonio, aggirata con la pratica della dispensa o di cerimonie tradizionali. Ogni nove donne indonesiane fra i 20 ed i 24 anni, una si è sposata prima dei 18. Il governo indonesiano, in collaborazione con l’Unicef, si è impegnato a eradicare il matrimonio infantile. Durante l’adolescenza il sistema scolastico, le famiglie, i mezzi di comunicazione, i servizi sociali, devono impegnarsi in particolar modo perché l’uguaglianza di diritti ed opportunità abbia basi solide.