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Il saggio ricostruisce le trasformazioni intervenute nei paradigmi di intervento della politica regionalecomunitaria a partire dai primi anni Settanta, con l’avvio del negoziato per la creazionedel Fondo europeo di sviluppo regionale, fino all’Atto Unico Europeo. L’Autore individua in questoperiodo le fondamenta di una profonda transizione da modelli "interventisti" e "neomercantilisti" calibrati sul lato della domanda aggregata, caratteristici delle politiche regionali adoperatefino a quel momento da diversi Stati membri e in primo luogo dall’Italia, verso modelli più apertamenteneoliberisti. L’analisi della forte conflittualità in seno al Comitato di politica regionale,l’organo di rappresentanza delle tecnocrazie nazionali deputato a gestire il Fesr, e tra questo e laCommissione europea, consente all’Autore di rilevare come tale esito non fu affatto scontato. Adeterminarlo furono soprattutto il sovraccarico di obiettivi posti in capo alla politica regionalein un contesto di risorse scarse e il logoramento della fiducia nel ruolo dell’intervento pubblico
L’articolo prenderà in esame l’esperienza dell’Italia all’interno dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece) negli anni della prima legislatura repubblicana.A partire da una riflessione sulle motivazioni tanto economiche quanto politico-diplomatiche che si posero alla base dell’adesione italiana all’Oece, questo contributo analizzerà le misure di liberalizzazione commerciale perseguite dal paese all’interno degli organi decisionali dell’organizzazione. Si darà risalto alla dimensione europea delle iniziative che l’Italia elaborò nell’ambito della progressiva riduzione di dazi, tariffe e contingentamenti alle importazioni di beni provenienti dai mercati internazionali. Si passeranno in rassegna le principali iniziative presentate in sede Oece dalla delegazione italiana e verranno presi in considerazione i provvedimenti promossi a livello europeo da parte dei maggiori partner della Penisola: i piani Stikker e Pella (1950); la nascita dell’Unione europea dei pagamenti (Uep, 1950); il pacchetto di liberalizzazioni introdotto da La Malfa (1951); la reintroduzione delle restrizioni quantitative da parte di Regno Unito e Francia (1951-1952).Questo contributo intende perciò sondare la natura, i presupposti e gli esiti della "filosofia liberalizzatrice" sviluppata dalle classi dirigenti dello stato italiano nel più ampio contesto del processo di integrazione economica del Vecchio continente e della genesi di quello che sarebbe poi divenuto il mercato comune europeo.
Il contributo affronta pregi e limiti del nuovo libro di Alessandra Pescarolo dedicato alla questionedel lavoro femminile nell’Italia contemporanea. Un’attenzione particolare è posta sullaprospettiva di genere e sui concetti chiave utilizzati dall’autrice, come la questione del malebread-winner e l’ideologia delle sfere separate.
L’articolo presenta una discussione di metodo sulla storia del lavoro a partire da due recentivolumi: Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea di Alessandra Pescarolo e Precarie precarie: una storia dell’Italia repubblicana, di Eloisa Betti. In entrambi è evidente un importantecambio di prospettiva rispetto alla tradizione dominante nella storia del lavoro in Italia:il punto di vista delle donne e della condizione precaria diventa il principio organizzatoreintorno a cui costruire una nuova interpretazione della vicenda generale del lavoro nell’Italiacontemporanea. Questi libri forniscono spunti di estremo interesse per ulteriori studi storici,non solo in ambito di storia del lavoro, ma per quel che riguarda la storia della società, dellafamiglia, del diritto, dell’economia, della cultura.
L’articolo esplora il rapporto tra deindustrializzazione e industrial heritage, mettendo in relazionealcune tendenze degli studi su questi temi. Nonostante Deindustrialization studies e(industrial) Heritage studies muovano da fasi distinte della storia dell’industria, i due ambitidi ricerca convergono sempre di più nella riflessione sul ruolo della memoria del passato industrialenel presente. Queste convergenze vengono calate nel contesto nazionale, tra storiadell’archeologia industriale e peculiarità della "deindustrializzazione italiana", argomentandoil ruolo importante che la storia, e in particolare la storia ambientale e del lavoro, può svolgerein questo dialogo. L’ultima parte si concentra sulla zona industriale di Porto Marghera,analizzando alcune iniziative realizzate in occasione del suo recente centenario. L’ipotesiè che si tratti di un caso di "deindustrializzazione senza industrial heritage" e di "industrialheritage senza memoria della deindustrializzazione", ciò che rende difficile tanto un’elaborazionepartecipata del passato industriale, quanto un’idea condivisa del futuro dell’area.
La storia dell’area petroli di Napoli est è intimamente connessa alle dinamiche della produzioneindustriale locale e alle prospettive di riqualificazione del territorio. Le attività diquest’ampia area integrata, dedita sin dagli anni Venti alla raffinazione e alla distribuzionedel petrolio, hanno lungamente sostenuto la produzione secondaria e garantito l’approvvigionamentoenergetico della città di Napoli e del Mezzogiorno. Contestualmente, la presenzadell’area petroli si è rivelata inquinante e limitante per il territorio di Napoli est: l’ultimoquarto del Novecento è attraversato dai continui interventi volti a rimuovere e delocalizzarequesto "pozzo nero" di promiscuità funzionale, degrado ambientale e disordine nell’uso deglispazi dal tessuto urbano. Un’analisi storica di questi interventi, dei fondamenti delle loro ambizionie delle specifiche cause delle loro delusioni, può rivelare, nel presente, quanto la mancatadelocalizzazione dell’area petroli abbia limitato le prospettive di riqualificazione dell’interaarea orientale di Napoli.
Il saggio ricostruisce le strategie narrative adottate da "L’Uomo qualunque" e "Candido",periodici anticomunisti e anti-antifascisti, nella rappresentazione del conflitto sociale e dellasua repressione nei primi anni del secondo dopoguerra. Sono stati selezionati tre episodi occorsiin Italia tra il 1° maggio 1947 e il gennaio 1950: la strage di Portella della Ginestra delprimo maggio 1947; l’occupazione delle terre e l’uccisione di tre contadini a Melissa, in Calabria,il 29 ottobre 1949 e infine l’uccisione di sei manifestanti a Modena il 9 gennaio 1950in seguito alla repressione delle proteste operaie. Banalizzazione della violenza, despecificazionedel nemico, omissione dei dati materiali delle morti violente, occultamento delle identitàdegli uccisi, criminalizzazione dei comunisti sono le strategie principali attraverso lequali si estrinseca una cultura politica conservatrice, favorevole al contenimento dello scontrosociale attraverso l’annullamento del diritto di sciopero e un rafforzamento in senso autoritariodello Stato.
L’articolo ripercorre alcuni principali aspetti dell’itinerario dello storico Federico Chabod trafascismo e dopoguerra. Se nel 1943-45 egli militò nella Resistenza, dai primi anni Trenta finoai primi anni della Seconda guerra mondiale Chabod fu interno alle istituzioni universitarie,scientifiche e culturali del fascismo, in sedi di primaria importanza e in stretti rapporticon Gioacchino Volpe e Giovanni Gentile. Fin dai suoi scritti giovanili su Machiavelli lo storicomostrò la propria apertura verso una soluzione di Stato forte a guida autoritaria e più tardiapprovò la politica estera del regime, cedendo talora alla retorica nazionalista e imperialistadel periodo. Chabod si mostrò inoltre attivo funzionario della burocrazia universitaria eculturale del fascismo mentre, in sede di giudizio storico sul ventennio, riconobbe tra i primil’esistenza di un consenso al regime fascista.
Fin dagli anni Cinquanta e poi lungo tutta la stagione repubblicana, tanto la storiografia quantol’opinione pubblica italiana si sono interrogate sulla natura e la gestione dell’eredità architettonicadel regime fascista. Spogliate del loro portato politico e poi accolte come parti delpatrimonio nazionale, le tracce del ventennio sono oggi trattate come testimonianze di unpassato che più nulla sembra poter comunicare al tempo presente, immune da fascinazioni rovinosee possibili derive storiche. Stimolato da recenti polemiche e da un crescente interessestoriografico, l’autore intende ridiscutere il peso di queste affermazioni, suggerendo un diversoapproccio alle conclusioni cui sembra esser giunto tale dibattito ed evidenziando quantoesso si fondi su elementi precari e malleabili. Analizzando alcuni case studies e i topoiricorrenti al loro interno, si tenterà, quindi, di far emergere le criticità di un confronto tutt’altroche innocuo e forse sintomatico, invece, di una crisi dei valori e dei paradigmi fondatividell’Italia repubblicana.