La ricerca ha estratto dal catalogo 105574 titoli
L’articolo invita a estendere i suggerimenti proposti dal volume di Antoine Lilti sul rapporto tra cultura della celebrità e costruzione della sfera pubblica in età contemporanea al caso del Risorgimento italiano. Si sofferma sul ruolo dei nuovi media ottocenteschi, della cultura visuale e della cultura materiale nella costruzione di sentimenti di appartenenza incentrati su grandi e meno grandi personalità pubbliche, mediante la riproduzione e il commercio della loro immagine e forme di racconto intermediale delle loro vite, spinte a una consapevole spettacolarizzazione (ovvero consumo) del loro privato. Si sofferma in particolare sull’analisi di fonte visive e a stampa risalenti agli anni attorno all’Unità.
A partire dagli studi di Lilti sulla celebrità, l’autrice esplora il "farsi" della celebrità politica di Napoleone. Se l’attenzione di Lilti per Bonaparte è incentrata sul post-1821 e fonti francesi, l’autrice si interroga su come a partire dal 1796 (e non solo in Francia) Napoleone abbia costruito (e intorno a lui sia stata costruita) una nuova e potente comunicazione. La nascita del mito di Napoleone non solo è un caso rilevante che permette di osservare i meccanismi della celebrità, ma appare come un punto di svolta fondamentale per la comunicazione politica. La portata globale del fenomeno napoleonico invita a non limitarsi alla descrizione tematica dei processi intellettuali sottostanti all’elaborazione di tale immaginario, ma ad osservarlo da un punto di vista spaziale e a porre le basi per la ricostruzione di networks di potere e di comunicazione, in cui si assiste a un "contagioso" scambio di informazioni tra media e pubblici diversi e all’elaborazione di un linguaggio nuovo.
L’intervento analizza il volume di Antoine Lilti sull’invenzione della celebrità tra 1750 e 1850 come originale incursione nei meccanismi originari della modernità. Mette in particolare evidenza l’intreccio con il crescente mondo dello spettacolo, laboratorio chiave della celebrità contemporanea, nonché il percorso specifico che lega fin dalle origini genere e celebrità.
Il contributo analizza la vicenda industriale di Napoli , tra il XIX e il XX secolo, prendendo in considerazione l’universo umano e psicologico dei suoi protagonisti. Lo fa mettendo a confronto l’evolvere del sistema di fabbrica e la rappresentazione che di esso ha dato la narrazione romanzesca. In particolare tre testi largamente conosciuti: "I tre operai" di Carlo Bernari, "Donnarumma all’assalto" di Ottiero Ottieri e "La dismissione" di Ermanno Rea.
In Italia, come nelle altre economie avanzate, si è assistito al declino del peso dell’industria sull’occupazione complessiva e sul PIL. La deindustrializzazione è stata studiata dagli anni settanta, dapprima in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Economisti, sociologi e storici l’hanno osservata in prospettive diverse, con contributi di rilevante interesse sui suoi aspetti economici, sociali, politici e geografico territoriali. Si descrive inizialmente il fenomeno della deindustrializzazione sotto il profilo quantitativo. Si richiamano quindi analisi e studi, italiani e non, che hanno offerto e offrono agli storici strumenti molteplici per analizzare la deindustrializzazione. Si guarda infine alle ricerche italiane sul tema, al legame che inevitabilmente si propone tra deindustrializzazione e declino economico del paese, ai diversi filoni di ricerca che si sono andati affermando, con particolare attenzione ai contributi della storia economica.
Molti nobili appartenenti agli stati pre-unitari diedero un contributo importante al processo risorgimentale. Si opposero fin dalle rivoluzioni degli anni Venti e Trenta all’oscurantismo dei governi restaurati e conquistarono nella fase finale della lotta nazionale una posizione egemonica. Essi furono però una delle componenti di un ceto profondamente diviso al suo interno e i nobili che rimasero fedeli al papa e alla dinastia borbonica si rifiutarono di riconoscere il nuovo stato e la monarchia savoiarda. Questo contributo si propone di analizzare il ruolo svolto dalla nobiltà meridionale nella resistenza orchestrata dai Borboni contro il nuovo stato e nella guerra combattuta allo scopo di ritornare sul trono duosiciliano. Oggetto di particolare attenzione sono le divisioni interne alla nobiltà borbonica e le diverse strategie politiche di cui fu portatrice e il ruolo svolto dall’aristocrazia partenopea emigrata in Francia, analizzata sia nei suoi rapporti con il re che dal punto di vista delle condizioni di vita di cui godette nel suo esilio all’estero.
L’articolo si propone di indagare il contributo di "Società e storia" al rinnovamento degli studi sull’età rivoluzionaria e napoleonica. Dalla rassegna emerge la forte attenzione prestata dalla rivista a questo importante momento di transizione e il mutamento di temi ed approcci metodologici avvenuto nel corso dei suoi quarant’anni di vita.
A partire dagli anni cinquanta del settecento si registra in Francia un crescente uso del concetto di reciprocità (réciprocité). Nel saggio vengono ricostruiti i contesti intellettuali e politici entro i quali prese corpo la richiesta di pervenire all’instaurazione di rapporti interstatali orizzontali, basati cioè sul rispetto della reciprocità in materia doganale e di navigazione. Volendo emulare il successo economico inglese, un gruppo di intellettuali, amministratori, diplomatici, tra cui emergono in particolare le figure di Daniel Trudaine, Véron de Forbonnais e Dupont de Nemours, contestò la pratica di subordinare gli interessi commerciali a quelli dinastici ed impiegò il concetto di reciprocità per rinnovare allo stesso tempo le pratiche diplomatiche e quelle amministrative. L’ottenimento di condizioni di reale reciprocità in materia di commercio internazionale si associò infatti ad un progetto di riforma dell’economia che richiedeva rapporti sociali orizzontali, basati cioè sul riconoscimento reciproco e non sulla subordinazione.
Nell’attuale vertiginoso sviluppo degli studi sulla Compagnia di Gesù, la fase relativa all’estinzione settecentesca e alla restaurazione si è ritagliata uno spazio rilevante, anche grazie alla lunga serie di centenari che si sono succeduti dal 2009 al 2017. Il saggio analizza tale tendenza storiografica ricollegandola alle tre prospettive dominanti degli attuali Jesuit Studies provenienti dalle ricerche sulla storia della Compagnia, dagli studi sull’Illuminismo e dalla diffusione della Global o Connected History. Tra gli aspetti che rendono interessante studiare i gesuiti nell’età della soppressione vi è certamente il fatto che, nonostante formalmente il loro ordine non esistesse, essi seppero comunque incidere sul cruciale snodo di fine settecento/inizio ottocento dapprima cercando di "cristianizzare" i Lumi e poi avallando la Restaurazione.
Nel catalogo di assenze che a lungo ha caratterizzato la lettura del Sud d’Italia in età moderna, la città ha occupato un posto centrale. Questa visione è stata messa in discussione da una storiografia recente che ha riscoperto un "Mezzogiorno delle città", con proprie dinamiche politiche ed economiche, ricchezza sociale, patriziati, retoriche e cerimoniali. In questa nuova ottica, finisce anche per sfumare la distinzione dei luoghi insediativi meridionali fra infeudati e demaniali: i primi, proni al volere capriccioso e prepotente del feudatario di turno; i secondi, più ricchi e articolati al proprio interno, meno distanti dalla gloriosa città erede del comune italiano. Sotto l’etichetta di "città feudale" si agitano in effetti realtà diverse e complesse. In questa come in quella regia, la vita politica non si risolve tutta dentro il reggimento cittadino, ma si snoda fra arene plurali, dai bordi frastagliati, che travalicano le mura urbane e ospitano figure di taglio e scala diversa. Il feudatario è una di queste; talvolta la più ingombrante, ma non la sola. Con forme e modalità volta a volta differenti, la comunità urbana si articola per fazioni, grappoli di fedeltà, «parziali» del barone, «aderenti» del vescovo, «zelanti cittadini », clero capitolare schierato ora col reggimento cittadino ora col vescovo, patriziato, governatore, cassiere, uomini del viceré: tutti contribuiscono a vario titolo e in modi vari a movimentare lo scenario. Gli studi di caso relativi a tre centri pugliesi - Ostuni sotto gli Zevallos, Nardò sotto gli Acquaviva, Altamura sotto i Farnese - ne sono una esemplificazione. In ognuno di essi, in un gioco di ruoli sempre mutevole e spesso imprevedibile, prende forma una sorta di "costituzione materiale" mai risolta, ma in grado di reggere la città e spiegarne le dinamiche reali.
Nell’ultimo mezzo secolo si è assistito a diverse trasformazioni nel come scrivere una storia militare, nel chi e perché coltivarla, e il panorama storiografico italiano ha dovuto recuperare, in tal senso, non pochi ritardi in ambito accademico. Il saggio restituisce le ragioni e le scelte condivise dai curatori e dagli autori di un volume, dedicato all’età moderna, uscito in una collana che si prefigge di offrire un quadro, scientificamente aggiornato, sul ricorrere del rapporto degli italiani con la guerra, la cultura e le istituzioni militari: una normalità a lungo distorta da ricostruzioni in chiave nazionalistica o, viceversa, contestata da stereotipi frutto di semplificazioni e di letture molto parziali, che gli storici hanno in genere ormai superato.
Questo saggio si propone di fornire un bilancio sulla recente storia ambientale medievale italiana, segnalandone le prospettive e i limiti. L’interesse alle scienze e alle tecniche connesse alla "misurabilità cronologica" di oggetti e processi naturali è acquisizione recente della ricerca storica in Italia. Queste sollecitazioni vengono soprattutto dal mondo anglosassone, dove scienze naturali e storia hanno già percorso insieme un buon tratto di strada. Nel nostro paese invece una certa diffidenza sembra aver caratterizzato questa possibilità di incontro. La storia ambientale medievale è stata dunque declinata soprattutto nella sua accezione di storia del paesaggio, o di storia agraria, o ancora di storia dell’azione umana sull’ambiente. Solo molto raramente praticato risulta il paradigma che pone l’uomo come elemento integrante dell’ambiente e ad esso legato da relazione biunivoca, da analizzare secondo una prospettiva non antropocentrica, né deterministica. Un approccio nuovo a questo riguardo può forse essere offerto alla medievistica da un’analisi storico-ambientale fondata sull’individuazione dei servizi ecosistemici offerti dal territorio, ovvero delle risorse che l’ambiente nel suo complesso poteva fornire per soddisfare i bisogni materiali e spirituali dell’uomo medievale.
Il saggio analizza l’impatto della riscossione delle decime sulla comunità rurale, concepita come il prodotto di un incessante processo di costruzione. Si privilegeranno due livelli analitici: le appartenenze di vicinato e il ruolo delle istituzioni territoriali formalizzate, con i loro organismi di rappresentanza e i loro investimenti economici. In questo modo si cercherà di mostrare come tale ingente prelievo abbia concorso concretamente a coagulare la mai scontata identità collettiva degli individui e dei segmenti sociali che operavano a livello locale.
Negli ultimi quindici anni il tema delle élite altomedievali è stato al centro di una stagione particolarmente intensa di studi, al cui interno emerge in modo sporadico l’attenzione per i processi di costruzione dell’élite sociale per mezzo delle reti relazionali e clientelari. Il saggio mostra come diversi studi, dedicati a casi, contesti e cronologie molto lontani tra di loro, ci offrano interessanti possibilità di riflessione su questo aspetto. Emerge al contempo con evidenza una specifica efficacia delle politiche relazionali nel quadro dell’Impero carolingio, al cui interno si assiste a processi di consolidamento di élite locali che sono in grado sia di dominare le proprie comunità di appartenenza, sia di estendere le proprie reti politiche verso i vertici del regno.
Appoggiandosi a documenti e lettere prodotti al momento della fondazione di "Società e storia" nel 1978, il saggio si pone il problema di come e in che misura abbiano avuto concreta realizzazione, nel quarantennio di vita della rivista, quelle che erano state le linee, di profilo scientifico e di progetto editoriale, tracciate dai fondatori.
Il contributo propone alcuni dei materiali preparatori del primo numero di "Società e Storia" ritrovati nell’archivio di Mario Mirri: il verbale della riunione milanese del gennaio ‘77, una breve lettera di Franco Della Peruta a Mirri, ed una, molto più ampia, di Mirri a Della Peruta.