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L’autore dopo una breve storia dell’evoluzione della psicosomatica riferita alle categorie interpretative di monismo-dualismo, mostra come la psicologia analitica costituisca un ponte efficace nell’attraversare e rivisitare le molteplici espressioni del paradigma psicosomatico, inclusa quella di un suo superamento. Attraverso alcuni principi cardini della teoria junghiana, l’archetipo e la sincronicità, procede alla ricerca di un nuovo postulato. Il rapporto tra psiche e materia è sempre sincronistico e questo apre a realtà che ancora non ci è dato conoscere. Suggerisce di studiare e approfondire con l’applicazione clinica la compresenza del noumeno insaturo archetipo con la sincronicità, per superare l’attuale visione di inusitata modalità di lavoro e rendere tale contemporaneità energetica collocabile, dalla psicologia, fra gli oggetti di sua legittima indagine, da accogliere e descrivere. La visione attuale sancisce la fine della teorizzazione del paradigma psicosomatico a favore di una modalità di lavoro.
Nella nota conferenza Politik als Beruf (1919) Weber definiva l’"etica della responsabilità" come condizione essenziale dell’azione politica. Ma descrivendo la politica in termini di potere (Macht) e dominio (Herrschaft), vedeva il principale soggetto della vocazione e responsabilità politica nel moderno leader di masse, depositario di doti carismatiche e potere decisionale. Pertanto trascurava l’altro elemento fondamentale della politica moderna, la dinamica dei gruppi generata dall’interazione delle volontà e dall’accordo. Due sono dunque i modi di intendere la responsabilità: quello di Weber, legato alla nozione di leadership, e quello connesso invece al concetto di reciprocità e consociatio, parola chiave della tradizione federativa inaugurata nel XVII secolo dal calvinista tedesco Johannes Althusius.
Il saggio esamina criticamente gli studi degli ultimi decenni dedicati all’URSS negli anni trenta e affronta la questione delle violenze, efferatezze e feroci repressioni degli anni del terrore staliniano, cercando di inquadrarle nel contesto storico politico dell’epoca, per formulare una linea interpretativa di quelle vicende della storia dell’URSS diversa dagli schemi correnti.
Il PSI ha esercitato un ruolo marginale nell’Italia repubblicana, conseguenza del fatto di aver avuto, fino alla sua crisi determinata dall’attacco fascista nel primo dopoguerra, una classe dirigente imbevuta di volontarismo e anarco-sindacalismo che hanno minato irrimediabilmente la forza e la capacità di presa del Partito. È il Partito comunista che nell’Italia del secondo dopoguerra svolge una politica socialdemocratica, ma regolato e governato secondo norme antidemocratiche (cooptazione e centralismo), mutuate dall’esperienza bolscevica, norme che impediscono un reale ricambio del gruppo dirigente e ne producono una crescente incapacità di cogliere i mutamenti profondi nella società italiana. Il PCI, di fatto nato nel 1941, nel nuovo quadro politico internazionale, creato dall’alleanza antifascista tra USA, Gran Bretagna e URSS, e diventato politicamente significativo dal 1943, non ha nulla a che vedere con le violenze e gli orrori sociali perpetrati nella Russia bolscevica e durante il terrore staliniano. Questo è il PCI che riesce a guidare i gruppi partigiani e poi l’opposizione di sinistra nell’Italia repubblicana, con l’apporto di giovani quadri che, contrariamente a quanto sostenuto da R. De Felice e da molti altri storici e pubblicisti, non sono passati direttamente dall’adesione al fascismo a quella al comunismo, nel segno di una ininterrotta vocazione per il totalitarismo, ma attraverso un percorso mediato dall’esperienza liberaldemocratica.
In questo intervento l’autore, rispondendo alle osservazioni e critiche esposte nei saggi precedenti, affronta la questione del ruolo "speciale", rispetto alle altre nazioni dell’Europa occidentale, del PCI come principale forza d’opposizione di sinistra nell’Italia della I repubblica, della presunta egemonia culturale comunista tra gli intellettuali italiani, dell’antifascismo come valore fondativo dell’Italia repubblicana. Esamina quindi l’altro importante problema della dimensione, variegata, della Resistenza, della dislocazione politica di ampi strati del popolo italiano tra il 1943 e il 1945, e dei modi e contenuti con cui il PCI riuscì a diventare il principale partito di riferimento per tantissimi protagonisti della Resistenza e della costruzione dell’Italia democratica.