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Lo studio si situa all’interno della ricostruzione storica della genesi dell’«hermeneutica generalis» nella prima modernità e considera un lato della razionalità leibniziana, quello ermeneutico, in genere trascurato. A tal fine prende in esame le accezioni e la valenza che il testo scritto acquista per Leibniz in ambito giuridico, teologico e storico-filosofico, sottolineandone la portata assegnatagli dal lipsiense nella ricerca di «rationes» profonde.
Diuina Eloquia cum Legente Crescunt Does Gregory the Great Mean a Subjective or an Objective Growth? (di Pol Vandevelde) - ABSTRACT: The article offers a new account of the famous statement by Gregory the Great that the text of the Bible grows with the reader. While most commentators understand this as a subjective growth of the reader enriched through reading, few give an account of the objective growth, namely, that the text itself grows. By focusing on the Homilies on Ezekiel and using at times the Morals on the Book of Job, I link the statement diuina eloquia cum legente crescunt to Gregory’s use of the different senses of the Bible and show that the statement means not only a subjective growth of the reader, but also an objective growth of the text. Such a mutual growth takes the form of a cooperation between text and reader. It is from within such cooperation that the senses of the biblical text have to be found and understood. The literal meaning is thus foundational, as the basis for the other senses, but only within the cooperation, since readers must know in advance of what the literal meaning is the foundation. Seen from the perspective of the cooperation, however, the literal meaning is rather what the allegorical understanding takes as its foundation, in which perspective the allegorical understanding comes first.
La leadership democratica è sempre basata su un qualche forma di consenso popolare. Non è detto, però, che tutte le leadership democratiche debbano essere o diventino necessariamente populiste. L’articolo intende rispondere al quesito se e fino a che punto la presidenza americana può essere definita populista. A questo scopo, l’autrice analizza la natura della relazione intercorrente tra presidente e popolo attraverso le lenti della politica simbolica e della retorica. Inoltre, l’articolo cerca di identificare le diverse definizioni di popoli che sono state utilizzate nel linguaggio politico statunitense e, in particolare, quali di esse sono consuete nel linguaggio presidenziale. Sulla base dell’analisi delle strategie retoriche di alcuni tra i presidenti degli ultimi decenni, l’articolo conclude che il populismo è da considerarsi un elemento importante della presidenza americana.
Nel presente articolo si prendono in esame alcune caratteristiche delle relazioni che intercorrono tra comunicazione e movimenti populisti nell’area andina, particolarmente in Venezuela e in Perù. Partendo da un’osservazione delle principali trasformazioni avvenute nei mezzi di comunicazione, nei generi comunicativi e nelle diverse modi di fare politica nella regione, si propone un quadro per l’analisi della comunicazione politica dei populismi latinoamericani.
Questo saggio analizza le politiche populiste soft del Primo Ministro australiano John Howard e del suo governo dal 1996 fino a oggi. L’articolo si concentra soprattutto sui vari modi in cui i media hanno riportato l’irrigidimento delle politiche del governo Howard rispetto agli immigrati in cerca di asilo in questo periodo, nonostante la disapprovazione delle Nazioni Unite, e sulla figura di Howard come successore, sotto questo profilo, del leader xenofobo Pauline Hanson. L’articolo analizza in particolare la copertura mediatica della gestione da parte del governo di diverse crisi legate ai profughi dall’agosto al novembre 2001. Da molte parti si ritiene che le reazioni populiste di Howard a eventi come quello che è stato definito l’incidente della Tampa abbiano costituito una svolta nella campagna elettorale e siano state un fattore cruciale nella vittoria schiacciante del suo governo nelle elezioni del 2001.
Questo articolo discute il ruolo dei media olandesi nell’ascesa al potere di Pim Fortuyn e del suo partito politico, l’LPF, nelle elezioni del maggio 2002. Lo studio si basa sull’analisi qualitativa della copertura delle notizie, su interviste con politici e giornalisti e su osservazioni sugli sviluppi politici nei Paesi Bassi. L’analisi mostra come i diversi media (riviste, quotidiani, televisione, editoria e radio) abbiano contribuito a definire Pim come una marca durante la sua scalata al potere politico. Infatti, la copertura della cronaca locale fra il 2000 e l’inizio del 2001 e della situazione mondiale dopo l’11 Settembre, insieme all’attività di newsmaking portata avanti dai principali programmi televisivi olandesi nella primavera e nell’estate del 2001, hanno dato la visibilità necessaria a una questione-chiave come quella dell’Islam che ha alimentato il successo politico di Pim. Anche le caratteristiche personali di Pim (come ad esempio il suo modo di parlare e di vestire o la sua omosessualità) sono state considerate estremamente notiziabili e ben accettate dalla cultura popolare durante lo svolgersi delle elezioni, continuando a essere un’ottima fonte di notizie anche dopo il suo assassinio.