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Richiamandosi alle indagini e al metodo archeologici di Foucault, il testo cerca di mettere a fuoco il rapporto tra nascita della pratica analitica e tradizione clinica medico-psichiatrica, leggendovi il venire a confronto di due sistemi semiotici, due regimi di visibilità e dicibilità, e dunque due saperi confinanti ma discontinui, la cui demarcazione chiede peraltro di essere continuamente riverificata. In questa prospettiva, l’articolo, ben lontano dall’esaurire il suo argomento, e gli interrogativi da esso implicati (si può parlare, a rigore di termini, di una clinica psicoanalitica ? Perché Freud smette ad un tratto, e così presto, di scrivere resoconti analitici ?), ne ricava e prospetta un’ulteriore linea di ricerca. Quella cioè di un ripensamento archeologico interno alla storia della pratica analitica, capace di distinguere, tra le trasformazioni che non hanno smesso di movimentarla, le revisioni che restano inscritte nel suo campo istitutivo da quelle che, rispetto all’operazione freudiana, rappresentano mutazioni o sconfinamenti ad essa inconciliabili.
I recenti progressi delle neuroscienze propongono alla psicoanalisi l’urgenza di trovare nuovi sinergismi, sia nel senso neuroscienze versus psicoanalisi (l’adeguamento dei modelli della mente che si rifanno alla neurobiologia di fine ottocento con lo stato attuale delle ricerche), sia nel senso psicoanalisi versus neuroscienze (la ricerca sul cervello può essere stimolata e indirizzata dalla clinica psicoanalitica). Esempi del primo caso sono: 1) le conseguenze delle acquisizioni sulla memoria sul concetto di inconscio. La memoria è costituita da sistemi multipli di elaborazione dell’informazione sviluppati in parallelo, di cui il sistema della memoria implicita si colloca nella parte inconscia dell’Io (meccanismi di difesa, inconscio procedurale), e il sistema della memoria esplicita invece corrisponde all’inconscio dinamico (che può essere recuperato alla coscienza superando la barriera della rimozione); 2) l’organizzazione interattiva, circolare, sensibile al contesto della memoria, che rende inevitabile una two person-psychology, ed estende l’ambito di osservazione alla matrice interattiva paziente-analista. Lo scambio analitico avviene attraverso continue interazioni, e queste promuovono un aumento di insight, come esemplificato dall’enactment. Esempio del secondo caso è il Nachträglichkeit (differimento rielaborativo), che conferma il funzionamento bifasico della memoria e la teoria del presente ricordato di Edelman. La ripetizione delle esperienze traumatiche è espressione non solo della coazione a ripetere, ma anche un tentativo di rielaborare e integrare questi fattori di disorganizzazione.
Gli istituti psicoanalitici sono alle prese con problemi sia concettuali che istituzionali. Sebbene i problemi istituzionali abbiano una radice storica, essi derivano anche dalla confusione che circonda una serie di concetti mal definiti, il che conduce all’arbitrarietà, all’autoritarismo e al soffocamento della creatività. La psicoanalisi è una disciplina umanistica, ma viene spacciata come una scienza e organizzata come una religione. I problemi riguardanti il diritto alla formazione sono alla base di tutti gli scismi psicoanalitici e la trasmissione avviene tramite un processo di consacrazione. La «falsa competenza» istituzionale rende necessaria quest’aura di consacrazione, nel cui contesto l’analista didatta trasmette al suo allievo una verità rivelata attraverso un processo di canalizzazione esoterica strettamente dipendente da questioni di genealogia anziché di funzionalità. Forme di pensiero quasi religioso e le politiche che ne conseguono vengono poi chiamate in causa per colmare le lacune tra il livello di conoscenza presunta che consente di ricevere il titolo di praticante e il livello di conoscenza reale, molto più basso. Gli istituti dovrebbero invece basarsi sulle prove delle capacità dei candidati e impegnarsi in modalità di ricerca molto più aperte.
In questo intervento al Consiglio esecutivo dell’Ipa nella sua qualità di presidente, l’autore fornisce l’elenco provvisorio di una serie di proposte espresse nel tentativo di ridare energia alla formazione psicoanalitica, rinnovandola e ottimizzandola. Con questo elenco si cerca di delineare un insieme di proposte che possono, in parte, risultare controverse e, in parte, molto evidenti, con l’idea di mettere comunque sul tavolo tutti i problemi possibili anziché assumere un atteggiamento rigido su di essi. Le voci passate in rassegna dall’autore sono le seguenti: la figura dell’analista didatta, frequenza e durata dell’analisi didattica, l’esperienza della supervisione, i seminari clinici e teorici, ricerca e formazione, psicoterapia psicoanalitica, la gestione amministrativa degli Istituti psicoanalitici, selezione dei candidati, requisiti per l’ottenimento del diploma, «smilitarizzazione» delle Società psicoanalitiche, la «faccia» scientifica dell’Istituto, gli «standard minimi» e le funzioni dell’Ipa.
Inserendo nelle diverse dimensioni dello sviluppo storico della psicoanalisi alcuni temi di critica alla tradizione, proposti dal movimento intersoggettivista e postmoderno, questo contributo cerca di evidenziare il senso sociologico di tale operazione culturale. L’Autore, che definisce psicoanalisi dello Zeitgeist tale movimento, condivide la tesi secondo cui, per una comprensione del progetto polemico della psicoanalisi postmoderna, che sia più adeguata alla realtà complessiva, sarebbe necessario illuminare lo specifico delle lotte di potere tra i diversi istituti psicoanalitici nordamericani, far luce sul potere degli intrecci tra la professione e il business e infine sul contesto della cultura e della società contemporanea. Inoltre sottolinea che mentre la psicoanalisi della tradizione, essendo in sé e per sé fuori-moda, possiede gli elementi per potersi porre dentro la storia e contro la storia, la psicoanalisi dello Zeitgeist non può che porsi acriticamente dentro la storia e la società, avendo svuotato la psicoanalisi tradizionale dai contenuti implicitamente critici.
La nascita del primo figlio e la sua attesa costituiscono un’importante fase di passaggio nel ciclo vitale di una famiglia, così come la maternità nella sua dimensione personale costituisce una fase significativa e molto complessa nel processo evolutivo della donna. Il nostro gruppo di ricerca ha voluto indagare il particolare vissuto di maternità in donne immigrate nel contesto di una realtà altra, come è quella palermitana, rispetto alla cultura di appartenenza. Abbiamo dunque analizzato le narrazioni, le fiabe che cominciano a sorgere nell’ombra delle gestanti, dove sono protagonisti i bambini o le bambine, rintracciando i temi fondamentali di queste storie da esse narrate. Complessivamente, dall’analisi delle interviste e dei disegni, si è potuto osservare come le modalità con cui una donna immigrata vive la propria maternità, siano imprescindibilmente legate alla propria storia personale e all’esperienza migratoria; emerge quanto il vissuto di gravidanza di queste donne in un contesto altro sia forzatamente slegato dalla propria tradizione, spezzando una continuità generazionale ed accentuando elementi ansiogeni e angoscia di morte, legati all’attesa. Le rappresentazioni mentali in gravidanza, nelle donne immigrate, potrebbero essere dunque predittive di fattori di rischio individuale e sociale, nonché di peculiari e disadattive modalità di attaccamento nella relazione madre-bambino.
La proposta di questo lavoro è una comparazione tra il maltrattamento psicologico e l’abuso psicologico. Il primo è una ferita che offende l’individuo, ma il secondo è una vera e propria colonizzazione psichica. Per illustrare la differenza vengono usati alcuni esempi trat-ti dalla clinica infantile. Il modello è la relazione fra genitori e figli, ma in realtà esso si ripe-te sempre uguale anche in altre condizioni di dipendenza emotiva e mentale, come la situa-zione di apprendimento o di psicoterapia.
L’autore sviluppa alcune riflessioni sullo junghismo e le possibili convergenze con la psicoanalisi contemporanea con particolare riferimento alla teoria del sogno in Jung e le re-centi teorizzazioni di Jim Fosshage. Il confronto permette di evidenziare gli aspetti della teo-ria junghiana che concordano con la psicoanalisi contemporanea e quelli che invece sono in contrasto sia con la psicoanalisi relazionale sia con la prassi psicoterapeutica utilizzata e suggerita dallo stesso Jung. Negli esempi clinici che Jung utilizza, egli fa per lo più riferi-mento a un atteggiamento analitico relazionale. Il confronto e il dialogo con la psicoanalisi contemporanea sono utilizzati per evidenziare alcune discordanze presenti all’interno della psicologia analitica.
Nel modello strutturale delle pulsioni, la causa del sintomo consiste nel fatto che il ne-vrotico ripete, anziché ricordare, le situazioni di conflitto intrapsichico patogene. Attraverso l’elaborazione della resistenza di transfert, che si oppone al trattamento in quanto è una rie-dizione degli antichi conflitti nella relazione analitica, avviene il superamento della rimozio-ne e conseguentemente anche il riempimento delle lacune mnesiche. Nell’evoluzione dal modello strutturale delle pulsioni al modello relazionale, il luogo del cambiamento terapeu-tico è sempre più la matrice relazionale transfert-controtransfert, attraverso la quale il pa-ziente ripete i suoi schemi relazionali disfunzionali, acquisendone di ritorno una nuova espe-rienza. I modelli psicoanalitici sono resi inattuali dai recenti avanzamenti delle neuroscienze cognitive, con i quali una teoria del cambiamento terapeutico si deve confrontare. Secondo la teoria del darwinismo neuronale di Edelman si deve ammettere che la psicoterapia non produce il recupero di nuovi ricordi, perché nel cervello non c’è un deposito passivo di e-venti; bensì una diversa ricategorizzazione e reinterpretazione degli eventi del passato, che ricevono, nel contesto della relazione analitica, un nuovo significato. Le più recenti distin-zioni tra memoria esplicita e memoria implicita supportano un modello di sistemi di elabo-razione multipli distribuiti in parallelo. Questo pone il problema dell’impossibilità di una ritrascrizione dei ricordi da un sistema ad un altro, e di come avvenga il rimodellamento de-gli schemi relazionali precoci della memoria implicita.
L’Autrice propone una riflessione su alcuni aspetti dell’autolesionismo tramite la configurazione del nemico interno. L’articolo si sviluppa intorno a tre nuclei concettuali: la rappresentabilità attraverso la personificazione; la ripartizione triadica del sistema psichico abitato dal nemico interno; l’ipotesi di una patologia del ritmo, come alterazione della linea melodica del Sé.
Ci sono vari modi di lavorare come analista ed esistono diverse modalità di utilizzare il concetto ed il fenomeno del transfert-controtransfert. L’Autore spera di riuscire a delinea-re un adeguato profilo di quella prassi che viene chiamata lavorare nel transfert, come qualcosa di diverso rispetto alla modalità definita analisi del transfert. Il primo modello è stato a lungo praticato sia da molti analisti junghiani sia da altri psicoanalisti. Come metodo ha sollevato varie controversie in entrambi i gruppi e viene frequentemente sia frainteso che imitato; può suscitare notevole apprensione e può apparire limitato e restrittivo. È cosa nota che preclude un ventaglio di attività nelle quali molti analisti sono impegnati. Vale dunque la pena di chiedersi: lavorare nel transfert è fuori moda o merita piuttosto di essere sempre più apprezzato?
Nell’articolo viene discusso il problema della genesi del significato del sogno, distin-guendo l’evento onirico dal suo ricordo e dalla sua narrazione. Viene sviluppata una feno-menologia onirica in due tempi che, pur rispettando l’oggettività del sogno sognato, sposta nella sua messa in forma linguistica la possibilità di un accesso alla dimensione significati-va. Dopo un riesame di alcune teorie neurobiologiche, ci si sofferma sulla specificità della comprensione psicoanalitica, che interpreta il fenomeno onirico nella sua apertura alla di-mensione intersoggettiva e fantasmatica.
In questo articolo l’Autore prende in considerazione il concetto di malinteso, cui si fa scarso ricorso in psicoanalisi. Secondo la tesi sostenuta dall’Autore, nel malinteso si proiet-tano aspetti preverbali dell’esperienza psichica, generati dalla relazione con l’altro. Le capa-cità creative del linguaggio consistono proprio nella possibilità che esso non sia solo ordine e precisione, ma che possa dar luogo a malintesi e fraintendimenti. Come afferma il linguista G. Steiner: «La capacità linguistica di celare, disinformare, mantenere nell’ambiguità è indispensabile all’equilibrio della coscienza umana e all’evoluzione dell’uomo nella socie-tà». Partendo da tali considerazioni l’Autore affronta il tema del dialogo tra diverse teorie psicologiche, e in particolare discute alcuni aspetti della teoria e del linguaggio di C. G. Jung.