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Il distretto turistico (Sainaghi, 2004) è uno spazio geografico limitato, dove opera una popolazione di piccole e medie imprese (PMI), a cui si possono affiancare aziende di dimensioni medio-grandi (si pensi a un albergo integrato in un gruppo), specializzate nella produzione e nell’organizzazione di beni (prodotti e servizi) turistici (Rispoli e Tamma, 1992). I confini del distretto sono di norma tracciati sulla base di variabili geografiche, storiche e culturali e al loro interno si rileva l’esistenza di una comune matrice culturale (Marshall, 1920, 1923, Visconti, 1996, 2002; Minoja, 2002). Il modello produttivo che contraddistingue il distretto turistico presenta generalmente uno sviluppo orizzontale, rispetto alla struttura a filiera tipica dei distretti industriali (Antonioli Corigliano, 2000). Le complessità del tessuto produttivo distrettuale, unitamente alle ridotte dimensioni delle imprese in esso operanti e alla necessità di erogare un prodotto globale (Rispoli e Tamma, 1995; Flagestad e Hope, 2001) coerente con le aspettativa dei target di clientela serviti, hanno favorito lo sviluppo di forme di governo sovraordinato o metamanagement (Normann, 1977; Coda, Invernizzi, Molteni, 1992; Molteni e Sainaghi, 1997; Marelli, 1999). L’utilità di favorire lo sviluppo di una impostazione strategico-organizzativa trova numerosi consensi in letteratura (Bieger, 1997 e 2000; Rispoli e Tamma, 1995; Tamma, 2000), pur variando significativamente il concetto di destinazione, le forme e i contenuti che tale ruolo di regia generale deve assumere (Tschurtschenthaler, 2000). La crescente importanza attribuita al governo della destinazione ha avviato una riflessione sulle misure di performance da impiegare per valutare l’efficienza e l’efficacia della gestione sovraordinata. In tale riflessione si inserisce il presente scritto, che si propone di sviluppare un sistema integrato di indicatori, utile per orientare e valutare le azioni di governo del distretto in una prospettiva economico-aziendale. Il paper intende sviluppare i seguenti passaggi: identificazione delle dimensioni del successo, cioè delle categorie da impiegare per valutare l’efficacia delle azioni metadirezionali; identificazione dei principali livelli di analisi in cui articolare le dimensioni del successo. Tale necessità è legata alla struttura composita dell’offerta distrettuale e all’esistenza di numerose combinazioni prodotto/mercato presidiate, a loro volta legate alle diverse stagionalità del distretto e alla stratificazione dei suoi prodotti (Manente e Cerato, 2000, p. 59); identificazione di un sistema di indicatori di performance in grado di misurare le diverse dimensioni del successo identificate, variamente articolate per oggetti e livelli di analisi; identificazione di alcune criticità metodologiche utili per valutare i risultati descritti dagli stessi indicatori. La trattazione teorica è arricchita da esempi empirici relativi a diversi distretti turistici italiani e internazionali.
Il tema della Corporate Social Responsibility (CSR) è, già da diversi anni, al centro del dibattito accademico, imprenditoriale e politico. La letteratura recente ha affrontato ampiamente il tema, in particolare per quanto concerne gli strumenti di gestione e l’impatto che le politiche di responsabilità sociale possono avere sulle performance economiche dell’impresa . Tuttavia l’ambito della comunicazione delle attività di CSR rimane ancora poco esplorato. Partendo da questo presupposto il presente contributo si pone l’obiettivo di analizzare le modalità con cui le aziende di servizi pubblici comunicano agli stakeholders, attraverso il sito Internet istituzionale, il proprio impegno in termini di responsabilità sociale. Oggi, infatti, anche le aziende pubbliche sono chiamate ad adottare e promuovere pratiche di CSR nonché a renderle più trasparenti verso l’esterno. A tal fine, in una prima fase si è proceduto ad approfondire attraverso l’analisi della letteratura e delle ricerche disponibili se, e attraverso quali strumenti, le imprese italiane comunicano ai propri stakeholders le iniziative di responsabilità sociale. In secondo luogo, al fine di definire un nuovo modello per la valutazione della qualità della comunicazione della CSR online, si è provveduto ad analizzare alcuni modelli pre-esistenti. A riguardo, per affinità di obiettivi e di contenuto dell’analisi, sono stati presi in esame: 1. i modelli di valutazione della comunicazione finanziaria online, poiché in considerazione della similarità degli obiettivi possono rappresentare un riferimento utile alla costruzione del modello che si intende proporre; 2. i modelli di misurazione delle performance sociali delle imprese. Infine, si è voluto definire un modello per la valutazione della qualità della comunicazione della CSR online applicato al settore delle public utilities al fine di quantificare la qualità e la tipologia dell’informazione erogata da tali aziende. Più dettagliatamente, si è voluto verificare l’esistenza o meno delle seguenti ipotesi: H1. i contenuti e la qualità dell’informazione sulle attività di CSR variano tra le differenti tipologie di azienda pubblica; H2. la qualità dell’informazione sulle attività di CSR è influenzata dalle dimensioni dell’azienda pubblica; H3. la qualità della comunicazione online sulle attività di CSR è influenzata dall’efficacia complessiva della comunicazione online. Al fine di analizzare la qualità dell’informazione sulle attività di CSR erogata attraverso il sito Internet dalle public utilities in Italia, è stato condotto un progetto di ricerca suddiviso in quattro fasi: 1. definizione del campione e analisi dell’efficacia della comunicazione online; 2. definizione del modello di analisi della comunicazione della CSR online; 3. definizione del livello di importanza dei fattori; 4. realizzazione dell’indagine e analisi dei risultati. In conclusione, si è voluto verificare se la qualità della comunicazione erogata online da parte delle public utilities fosse in linea con l’importanza attribuita dagli stakeholders. L’indagine esplorativa, seppur condotta su un campione limitato di aziende che operano nel settore dei servizi pubblici, ha consentito di evidenziare alcuni aspetti riguardo la comunicazione online delle attività di CSR da parte delle public utilities. In particolare, dalla ricerca è emerso che: 1.la qualità della comunicazione online risulta ancora piuttosto scarsa, soprattutto in considerazione delle potenzialità offerte da questo mezzo; 2. la qualità della comunicazione online varia in relazione al settore di appartenenza dell’azienda e alla sua dimensione.
In un’economia basata sulla conoscenza e con l’accelerazione del processo di globalizzazione, la competitività del sistema territorio dipende in maniera crescente dalle risorse intangibili, prevalentemente personal embodied e dalla capacità di interazione, collaborazione e di partnership. La tecnologia e l’innovazione acquisiscono un ruolo strategico ai fini della determinazione del vantaggio competitivo delle imprese. In un siffatto ambiente competitivo nel quale l’innovazione assume progressivamente forma di interazione tra imprese o unità organizzative diverse, con conoscenze e competenze complementari, la comprensione del processo di trasferimento tecnologico tra organizzazioni assume interesse sempre crescente. L’accentuarsi di domanda e offerta di tecnologia, provenienti dalle più diverse tipologie di attori economici, ha, infatti, determinato nel tempo nuove soluzioni e modalità alternative di acquisizione e scambio di tecnologie (dalle joint-venture tecnologiche alle partnership, dagli accordi di licenza ai contratti di R&S, alle collaborazioni etc.) che nel tempo hanno dato vita ad un vero e proprio mercato della tecnologia. In tale contesto, interessa indagare il ruolo che sono chiamati a svolgere i servizi al trasferimento tecnologico, prodotti da soggetti terzi rispetto a donor e receiver, che svolgono la funzione di intermediazione allo scopo di incentivare e facilitare il processo e che, più in generale, contribuiscono al radicamento di una cultura territoriale dell’innovazione. Sulla base di tali considerazioni, il presente lavoro è volto a delineare un quadro concettuale entro cui inserire il fenomeno del trasferimento tecnologico, spiegandone la rilevanza, le ragioni del recente sviluppo nonché le principali problematiche e il ruolo che può assumervi il soggetto di intermediazione. A tal fine sono stati individuati quattro filoni di studio di matrice aziendalistica scelti in base alla capacità di contribuire alla comprensione del fenomeno e alla loro trasversalità. L’ordine adottato per la trattazione prende in considerazione dapprima due dei principali approcci teorici, (resource based theory e teoria dei costi di transazione), al fine di delineare principi e costrutti sottostanti il fenomeno e di motivare l’esistenza di un mercato della tecnologia. Si sottolinea come le dottrine siano potenzialmente complementari e quindi la scelta di una delle due non abbia carattere esclusivo rispetto all’altra (Steensma H.K. e Corley K.G., 2001; Carayannis E.G., 1998) etc.. Quindi vengono introdotti due “strumenti” concettuali, come la strategia tecnologica e il marketing della tecnologia, che consentono di contestualizzare i costrutti teorici dando loro applicazione a livello gestionale-operativo. In conclusione, nello studio si analizzano specificità e problematiche legate alla gestione del processo da parte degli attori (donor e receiver) e alle modifiche che vi determina l’introduzione artificiosa di un terzo attore intermediario.
In Spagna l’offerta di servizi idrici urbani è di competenza dei singoli comuni, che possono optare per distinte forme di gestione diretta e indiretta, oppure consorziarsi con altri enti ed istituzioni, tra cui organismi responsabili di singole fasi della filiera idrica. La legge, nel rispetto del principio dell’autonomia locale, conferisce piena libertà di scelta all’ente locale fra le molteplici forme di gestione previste. Anche se tale libertà dà luogo ad un’ampia casistica di modalità organizzative, ognuno dei (circa) 8100 monopoli idrici urbani può essere ricondotto a una delle tre configurazioni tipo.
Il sistema idrico francese è basato su due importanti leggi del 1964 e del 1992 che ne fissano i principi cardine, come la suddivisione del territori nazionale in sei bacini idrografici. In ogni bacino sono presenti due istituzioni: l’Agenzia dell’Acqua in possesso del potere esecutivo e il Comitato di Bacino, una sorta di parlamento dell’acqua che ha il compito di redigere dei piani d’azione denominati SDAGE (Schémas Directeurs d’Aménagement et de Gestion des Eaux) che fissano le linee guida della politica idrica per i successivi 15 anni. Il prezzo dell’acqua si fonda su due principi che permettono al settore idrico il quasi completo autofinanziamento: l’eau paie l’eau e pollueur-payeur. L’organizzazione del servizio idrico è stabilita dal governo municipale che può scegliere se gestire direttamente il servizio o se delegarlo ad una società privata: attualmente in Francia la gestione delegata rappresenta il metodo più impiegato.
Il postfordismo e la specializzazione flessibile sono da almeno un venten-nio fra i principali temi dell’economia d’impresa. Sviluppatisi in seno all’analisi sulle imprese manifatturiere, tali costrutti sembrano oggi trovare sempre più frequentemen-te applicazione anche nel settore terziario. L’obiettivo di ricerca di questo contributo consiste nell’arricchire la casistica sul tema attraverso la descrizione di uno studio di caso. In particolare, ci si chiede se il criterio di base già adottato nell’industria mani-fatturiera per implementare la specializzazione flessibile (ovvero la complementarità delle competenze aziendali) sia egualmente rilevante per un’impresa rete operante nel settore della produzione di comunicazione aziendale. Il caso prescelto per rispondere a tale domanda riguarda un’impresa di comunicazione “a rete”, la quale dimostra co-me la complementarità delle risorse delle sue imprese partner, al pari di quanto avvie-ne per le organizzazioni industriali, influenzi profondamente la propria struttura orga-nizzativa ed i suoi processi operativi.
La crescente complessità ambientale e competitiva dell’ultimo decennio hanno spinto un numero rilevante di imprese ad investire in attività di marketing di tipo customer centered. Tale focus sul cliente è ricercato mediante l’uso di strumenti di marketing tra i quali sistemi di CRM (Customer Relationship Management) ed i programmi diretti allo sviluppo della fedeltà. La loro diffusione ha caratterizzato molteplici settori ed è mirata al raggiungimento di vari obiettivi tra i quali: la raccolta di informazioni relative alle preferenze ed ai comportamenti della customer base; incrementare le vendite mediante la massimizzazione dello share-of-wallet; costruire un legame tra l’impresa ed i clienti attuali in modo da migliorare il mantenimento della customer base. Tale tendenza è confermata dall’osservazione di un continuo spostamento degli investimenti di marketing, in modo particolare nel settore dei servizi, da attività di tipo catching a politiche di loyalty improvement. È opinione diffusa in letteratura, infatti, che i clienti fedeli non solo provvedono a garantire un livello di ricavi costante e prevedibile ma, parallelamente, contribuiscono a ridurre il costo di consegna del prodotto ed erogazione del servizio, nonché mostrano una maggiore predisposizione a pagare prezzi elevati e garantiscono un flusso informativo positivo verso altri clienti potenziali. I programmi di fedeltà, in particolare, sono progettati con l’obiettivo di accrescere la qualità della relazione tra impresa e cliente, creando quindi commitment mediante: lo sviluppo di canali di vendita esclusivi; la ricerca di una maggiore complicità con i clienti; l’utilizzo dei clienti stessi per testare eventuali prodotti, servizi ed iniziative innovative in modo da ridurre i rischi dell’insuccesso di mercato. Il complesso ti tali attività dovrebbe essere coordinato tenendo in considerazione l’obiettivo finale di massimizzare il valore del cliente per l’impresa. L’efficacia di tali programmi, comunque, è stata sottoposta a numerose critiche a causa dell’esistenza di frequenti casi di sviluppo della fedeltà dal carattere meramente promozionale. L’obiettivo si limita, così, alla fase del mantenimento della customer base mediante la proposta di premi più convenienti rispetto alle alternative delle imprese concorrenti. Nel settore del trasporto aereo è possibile osservare una elevatissima diffusione di programmi fedeltà (frequent flyer programs) diretti al mantenimento dei clienti ed al contemporaneo incremento dell’uso del servizio. Lo schema classico prevede il riconoscimento al passeggero di un certo numero di miglia in funzione delle caratteristiche del volo effettuato e la successiva trasformazione delle stesse in premi, generalmente voli con la stessa compagnia o con partner delle alleanze. Tali schemi, quindi, prevedono l’offerta di reward in funzione dei comportamenti fedeli dell’utente. Il problema si evidenzia nel momento in cui si osserva che il comportamento fedele diretto alla ricompensa prevista dal programma fedeltà non rispecchia un miglioramento nelle percezioni della qualità dell’offerta dell’impresa e, tanto meno, un incremento nel livello di soddisfazione nella prestazione del servizio. Il miglioramento della relazione, quindi, non si verifica. Tale risultato rappresenta la conseguenza di errori in fase di pianificazione ed implementazione dei programmi fedeltà oppure è necessario osservare un elevato livello di opportunismo da parte dei clienti? Si presenta il caso di una sorta di miopia nella gestione di tali attività di marketing relazionale?
Il decreto Bersani in materia di privatizzazione del mercato energetico e regolamentazione dello stesso, istituisce, di fatto, un meccanismo di competizione sui prezzi da parte dei principali produttori ed erogatori di energia. Un primo effetto della istituzione di Borsa elettrica e di Acquirente Unico è stato, infatti, quello di ridimensionare la condizione di monopolista da sempre detenuta da Enel Spa. In aggiunta a ciò, in Italia, l’abbandono del nucleare ha imposto ai produttori di energia la ricerca di molteplici fonti energetiche, diverse dal nucleare. Ciò ha attivato, di fatto, un percorso di diversificazione del portafoglio energetico, anche verso fonti maggiormente ecologiche o rinnovabili in senso stretto. Enel Spa risulta oggi uno dei principali operatori mondiali nella produzione di energia da fonti diverse. D’altro canto, il meccanismo di combinazione delle fonti energetiche può rappresentare, in un’ottica finanziaria, uno strumento favorevole di competizione per le Energy Companies. Esso, infatti, consente di diversificare la composizione delle fonti energetiche a parità di MWh prodotti con l’obiettivo di minimizzare il costo di produzione/erogazione. Il presente lavoro ha l’obiettivo di analizzare il comportamento delle Energy Companies nelle pratiche di analisi e previsione delle migliori combinazioni di fonti energetiche, anche attraverso la verifica di situazioni sul campo. Il modello previsionale elaborato mutua, in campo energetico, il modello finanziario di Markowitz del portafoglio ottimale di rendimenti dei titoli azionari. L’azienda di produzione ha a disposizione un portafoglio di fonti, delle quali si conoscono le serie storiche dei prezzi e la loro rischiosità in termini di varianza e standard deviation.
La Pubblica Amministrazione è stata incisa nel suo più pregnante profilo funzionale, quello caratterizzato dal largo impiego della provvedimentazione, e più recentemente dall’ampio utilizzo di strumenti di pianificazione e programmazione, mutando in favore di relazioni improntate, da un lato, alla rapportualità di stampo pattizio con i cittadini, le imprese, nonché le altre amministrazioni e, dall’altro, con una espansione del modulo per servizi, per i quali si è registrato negli ultimi tempi un progressivo processo di esternalizzazione determinato dalle c.d. privatizzazioni. L’espansione del modulo per servizi consente di valutare i diversi fattori che ne hanno caratterizzato il processo evolutivo, verso il quale hanno comunque concorso norme disposte ai diversi livelli istituzionali, apportando sia elementi di stampo comunitario in forma di principi, sia elementi di normazione domestica in forma di regole preordinate a disciplinare le modalità di costituzione dei servizi, i tempi entro cui realizzarli, le deroghe, le riserve pubbliche e le garanzie per l’utenza. E’ quindi emerso come sul fronte delle scelte da operare in sede costitutiva, il legislatore abbia optato, in alcuni casi, per una riserva di legge, mentre in altri per un rinvio all’esercizio di discrezionalità decisoria in capo all’Amministrazione, intervenendo in punto di costituzione del servizio sulla scelta della struttura organizzativa. A questo proposito, fatta salva la distinzione tra moduli organizzatori a conservata matrice pubblica e moduli a matrice imprenditoriale, la considerazioni in essi di elementi comuni porta a ritenere dominanti i distinti e diversi servizi pubblici in ragione della funzione economica o sociale, in relazione alla rilevanza territoriale nazionale, regionale o locale, ovvero in funzione delle forme di aggregazione o meno dell’utenza destinataria delle prestazioni o dei beni. Le forme di gestione alle quali si è affidata la pubblica amministrazione risentono di scelte di fondo operate dal legislatore, il quale ha provveduto ad introdurre nel tempo moduli improntati all’imprenditorialità e da quali emerge, a sua volta ed in termini inequivocabili, una tendenziale predilezione per le società.
I contratti d’impresa sono distinti in due categorie: quelli unilateralmente commerciali, nei quali solo una parte è qualificata come imprenditore (o, nel linguaggio comunitario, professionista) e quelli bilateralmente commerciali, in cui entrambe le parti sono imprenditori, o professionisti. Non è utile e neppure corretto soffermarsi soltanto ad analizzare la prima categoria senza prendere in esame la seconda; anzi, attesa la loro intima connessione (economica, aziendale, finanziaria) le due categorie meritano piuttosto di essere analizzate in parallelo, per verificare se vi siano regole, principi, prassi che le rendano progressivamente più vicine ed uniformi, o addirittura finiscano per intrecciare le une alle altre, rendendole perciò inscindibili anche concettualmente, oltre che normativamente. Ed è opportuno allora cogliere proprio l’occasione per fare il punto della situazione. E chiedersi se al tornante del nuovo millennio, rispetto alla globalizzazione dei rapporti economici, alla pervasività delle innovazioni tecnologiche, alla progressiva europeizzazione dei rapporti, questa e altre formule abbiano ancora ragion d’essere. E ancora, se terminologia, classificazioni, criteri ordinanti debbano adeguarsi a quelli provenienti dal diritto comunitario, oppure debbano mantenere la propria ragion d’essere, quasi a presidiare una identità del modello normativo di cui sono espressione; se la concorrenza tra ordinamenti debba svolgersi anche a questo livello; oppure se si debba procedere attendendo che si compia quella convergenza naturale dei sistemi che condurrebbe di per sé, senza necessità di interventi ab externo (tanto meno di natura codificatoria a livello europeo) alla circolazione di modelli, di soluzioni e di rimedi e quindi alla graduale armonizzazione delle regole. Di qui allora l’ulteriore questione se sia opportuno seguire nel suo farsi questo movimento di convergenza, oppure se sia preferibile accelerare la formazione di principi comuni all’interno dello spazio giuridico europeo, oppure ancora se sia auspicabile predisporre autentici codici modello. Sono gli interrogativi posti dalla Commissione e dal Parlamento europei ai Governi, alle istituzioni, agli studiosi e ai professionisti nelle diverse raccomandazioni, risoluzioni, comunicazioni che si sono susseguite nell’ultimo ventennio