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Although branding initiatives can be a decisive factor in the success of a business, the subject is treated more often in marketing literature than in that of organizational sociology. This paper aims to establish the importance of brands for organizational identity, and to review differences between the two literatures. Brands are a powerful creator of organizational identity: they can create a feeling of security, trust, loyalty, and even a sense of belonging, going beyond the initial terms of the economic relationship, and giving the company an almost «human» identity. Of course, any branding initiative has to deal with the company’s culture, which is crucial in building its identity, both internally and externally. Acting on the culture, however, is not as simple as some marketing literature would seem to suggest. First of all, culture is not monolithic: values, norms and practices may be different, and often contradictory. It is therefore difficult to outline a brand that «represents» the entire company. Secondly, the company is an adaptive system, and therefore its culture involves not only adapting to the New but also preserving the Old, in other words, the collective practices, the sense of self, and continuity. Any branding initiative should be consistent with the cultural tradition of the organization to prevent uneasiness, avoid being overwhelmed by change, and having the company’s identity threatened
Is there a specific typical Catholic in terms of voting orientation and representation of politics? The results of the study presented below are aimed to try and find answers to this question. The study is part of a series of in-depth studies of the Electoral Sociology Observatory of the Department of Communication and Social Research, of the «Sapienza» University of Rome, and focuses on the values and political orientations of Catholics belonging to the varied world of associations and activism. The analysis was carried out through an ad hoc survey, and focus groups were conducted to highlight the concept of politics and Catholic activism in Rome at the eve of the elections in February 2013
The paper summarizes the initial results of the study conducted by a group of researchers on the disadvantages of women in the field of social research. Twenty-one professors were interviewed on the following topics: gender inequalities, with focus on different career opportunities for men and women; the persistence of «automated responses», which indicate hostility towards strategies and practices to facilitate change in relationships between genders; obstacles that limit the redefinition of identity to develop new symbolic and material spaces to support women. The issues examined are intertwined and affect each other, presenting a generally problematic framework. Furthermore, this happens in a cultural environment that should be by definition open-minded and prioritize the passion for knowledge rather than resistance toward gender equality, which, ultimately, penalize women, men and institutions.
The central hypothesis of this paper presents an interpretation of the causes and dynamics that characterize the current economic crisis. This interpretation is developed in light of the Keynesian economic model, alternative to the mainstream one, which refers to the neoclassic principles. The importance of the alternative model is given by the fact that the mainstream model has conditioned the institutional response during the economic crisis. The authors propose an interpretation of the crisis based on the alternative model, primarily focused on the dynamics that have characterized the crisis of the Eurozone, to understand its institutional, social and economic causes. The conclusion presents indications to propose effective economic politics, as an alternative to the current and ineffective economic policies
The paper discusses how to measure the social intangible goods called «relational goods» (BR). In order to define these goods and carry out a survey to measure them, the authors adopted the paradigm of relational sociology which has been developed in Italy in the last three decades. After clarifying the sociological definition of the relational goods, the authors operationalize the concept in a multidimensional way, as constituted by two relations, the intersubjective relationship (RS) and the reflexivity relation (RI). The methodological and empirical analysis is carried out along various dimensions, from both quantitative and qualitative perspectives. The different dimensions of the relational goods are measured through the introduction of items, indicators and sub-indexes, and the use of vector (not scalar) quantities. The empirical survey has been applied to groups of mutual and self-help (third sector) and for profit enterprises. The empirical results show that the proposed model of investigation is valid. It allows the assessment of relational goods produced in different spheres of society, on the basis of the quality and causal power of the social relations constituting these intangible goods
Il film Mommy (Dolan, 2014) permette una serie di interrogativi che riguardano la clinica dei pazienti borderline. Il problema che pongono questi pazienti concerne la dissociazione difensiva netta fra gli oggetti concreti e gli affetti. Tutto il comportamento patologico del border si concentra sulla necessità di coprire e negare il netto bisogno di sperimentare emozioni. Tale esperienza è continuamente cercata, ma al tempo stesso temuta perché coincide con il riconoscimento dei limiti e delle fragilità che questo tipo di pazienti non possono riconoscersi. Pertanto Kyla che nel film balbetta evoca il tentativo dei border di presentare la propria voce, costantemente coperta dal chiasso. La grandiosità esasperata che i border propongono continuamente copre il diritto di questi pazienti di poter presentare le proprie ferite che, nella realtà, permette l’esperienza dolorosa, ma autentica della vergogna. Ma Steve che si vergogna vorrebbe trovare riconoscimento, mentre trova indifferenza. Infine il film suggerisce che i percorsi di cura di questi pazienti hanno esiti molto differenti e, quasi sempre limitati a fasi più o meno lunghe che lasciano sempre percorsi sospesi o drammaticamente interrotti.
Dopo una doverosa introduzione, l’autore parte dalla trattazione di un caso per descrivere i diversi passaggi del trattamento di un’infedeltà coniugale. Il processo terapeutico presentato tiene conto di diversi approcci, ma contemporaneamente se ne discosta prendendo posizione rispetto alla usuale trattazione dei temi che emerge in terapie su questo argomento. L’approccio che emerge può considerarsi integrato perché affianca il modello basato sull’attaccamento a quelli sistemico e psicoanalitico. Il trattamento porta la coppia anche a riflettere sui temi esistenziali che il tradimento elicita. .
A partire da una rassegna sulla letteratura che contestualizza i sintomi del mutismo selettivo e dei disturbi d’ansia rispetto alle dinamiche familiari in cui prendono forma, si propone una ipotesi di intervento sistemico sul caso clinico. L’intervento, in considerazione degli spunti bibliografici e della valorizzazione delle risorse familiari come aiuto alle difficoltà di Giulia, avrebbe previsto la partecipazione di tutta la famiglia. L’ipotesi avrebbe potuto essere quella di considerare i sintomi di Giulia, il silenzio prima e le lacrime poi, come ricchi di significati, da ricercare attraverso un doppio registro: da un parte nelle modalità relazionali attuali della famiglia, dall’altra attraverso la narrazione delle storie che hanno preceduto e caratterizzato la famiglia di Giulia, portando infine alle difficoltà attuali. Il filo rosso della dimensione emotiva nelle dinamiche familiari, avrebbe potuto cucire e collegare i due registri del lavoro terapeutico, quello strutturale a quello narrativo.
L’Autrice si concentra sull’importanza del rilevamento da parte dello psicoterapeuta dell’età evolutiva dei fattori emotivi inconsci sottesi alle manifestazioni sintomatiche del bambino in terapia. Viene inoltre segnalata l’opportunità di coinvolgere entrambi i genitori nel percorso terapeutico, per una maggiore possibilità di comprensione e di cura. L’Autrice pone l’attenzione sulle difficoltà di separazione di Giulia, in relazione alla sua storia personale, e sulle ambivalenze della figura materna davanti al possibile svincolo della figlia. Viene sottolineato quanto il tono emotivo, nel lavoro, così come nella raccolta anamnestica, possa essere portatore di informazioni sul modo in cui la famiglia vive il disturbo e sulle conseguenze di quest’ultimo. Inoltre, la possibilità di lavorare con genitori e bambini durante i colloqui aiuta i bambini con disturbi d’ansia come Giulia ad avvicinarsi alla terapia con maggiore disponibilità.
Il caso presentato è quello di Giulia di 5 anni e mezzo che presenta un funzionamento di matrice ansiosa che ha determinato due diagnosi sequenziali. In un primo momento si delinea un quadro di mutismo selettivo, di natura scolastica. Il trattamento è avvenuto a studio in 6 sedute, centrate sulla conoscenza delle emozioni semplici, in contemporanea con le insegnanti attraverso un programma di avvicinamento all’interazione verbale. Nella seconda fase, Giulia presenta un disturbo d’ansia da separazione, trattato a studio con l’aiuto della mamma, in 4 sedute, con un lavoro mirato di esposizione graduale alla separazione.
Zighinì è un piatto eritreo, molto buono, un’unica portata a centro tavola, pane, verdure, carne, spezie, alla quale tutti attingono con le proprie mani. Si consiglia vivamente questa esperienza prima di avviarsi alla recovery. Dopo qualche decennio dal primo processo di deistituzionalizzazione della psichiatria, e della evoluzione della salute mentale, i Servizi che si occupano quotidianamente della questione si trovano a dover rispondere da un lato alla loro organizzazione aziendale, con la richiesta continua di implementare pratiche non sempre "evidence based", dall’altro nella necessità di evitare di rendere il lavoro asettico e impersonale, atteggiamento che allontana la comunità dal coinvolgimento nel discorso della salute mentale. Come uscirne? Come muoversi il quel confine ristretto senza cadere dall’una o dall’altra parte del crinale? A questo punto si crea la necessità di inventare possibili vie d’uscita dal rischio di un isolamento culturale, anche in ascolto del richiamo di istituzioni prestigiose mondiali alla centralità del tema nella vita di popoli di ogni parte del pianeta. Sorge pertanto il bisogno di creare spazi di avvicinamento di tutte le figure fra loro, e, partendo dai nuovi paradigmi che interessano la salute mentale, nei Servizi si aprono percorsi all’insegna della condivisione dei principi e delle pratiche, con la partecipazione di professionisti, utenti, familiari e cittadini, attorno allo stesso tavolo, con atteggiamento paritario nel rispetto dei saperi di matrici diverse. Ispirato da questi principi Renzo Destefani ha dato luogo al "fareassieme", filosofia che ha portato utenti e familiari esperti nei luoghi storicamente accessibili ai professionisti. Qui, nel Servizio di Salute Mentale di Trento, ogni giorno si condivide la buona pratica dello scambio reciproco dei saperi diversi, arricchendo il lavoro tecnico non solo di empatia, ma anche di sympatheia.
Il termine binge drinking viene sempre più impiegato dalla comunità scientifica per misurare il bere eccessivo e dai media per descrivere il bere giovanile e una presunta crescente propensione dei giovani ad ubriacarsi. Le statistiche mostrano però discrepanze e sollevano interrogativi cui si è cercato di rispondere attraverso una ricerca qualitativa mixed-method basata su 134 interviste individuali e un forum web rivolti a giovani (15-24 anni). I risultati mostrano che la categoria binge drinking include stili di consumo molto differenti non necessariamente orientati all’ubriachezza e che non è corretto parlare di "normalizzazione" del bere eccessivo in quanto permane una concezione negativa dell’ubriachezza anche tra i giovani.
L’autore affronta il tema del consumo di alcol tra adolescenti e giovani adulti, con specifico riferimento alla famiglia. Si afferma che considerare questo fenomeno come "alcolismo giovanile" può ingenerare confusione e atteggiamenti di allarme eccessivo ed ingiustificato. Si propone il termine di "consumo alcolico tra gli adolescenti ed i giovani" (underage drinking). Vengono presentati e discussi i dati più recenti disponibili sul consumo in questione, con specifico riferimento alla moderna visione dell’adolescenza e della fase del giovane adulto. In questa cornice, viene discusso il ruolo del consumo eccessivo e/o ripetuto di alcol come un aspetto che, oltre agli effetti a breve e medio termine dell’alcol, produce conseguenze rilevanti sul sistema familiare. Allo stesso tempo, si può affermare che alcuni comportamenti a rischio assumono un valore proprio nel passaggio della fase del ciclo vitale tra la tarda adolescenza e la giovinezza. Viene proposto un intervento che prevede il coinvolgimento anche dei soli genitori ed è presentato un caso clinico paradigmatico.
I dati sul consumo di alcool mettono in evidenza che i giovani hanno spesso un comportamento a rischio che può tradursi in dipendenza sopratutto all’età adulta. Le terapie comportamentali e cognitive considerano che il comportamento del bere è appreso in seguito a esperienze di piacere con l’alcol. L’utilizzo della bevanda è memorizzato col contesto in cui l’esperienza avviene. Si costruiscono cosi indici che attivano la voglia quando sono presenti. Inoltre, il piacere ottenuto alimenta la ricerca di ripetere quel piacere. Ciò che mantiene il consumo quando questo comincia a provocare conseguenze negative è che spesso permette di diminuire una sofferenza (rinforzo negativo). Inoltre, la presenza di idee facilitanti o scuse facilita la diminuzione del senso di colpa per quel consumo che sarebbe difficile difficile da realizzare date le conseguenze. un premessa alle terapie comportamentali e cognitive è la qualità e la quantità della motivazione. È quindi necessario che il giovane percepisca che gli inconvenienti del consumo e i vantaggi di cambiare sono superiori ai vantaggi del consumo e agli svantaggi del cambiare.
Negli ultimi e più recenti anni, è aumentato considerevolmente il fenomeno dell’alcolismo giovanile. L’autrice ne esamina le principali implicazioni psicologiche e psicosociali, pone l’attenzione sull’enorme complessità del fenomeno e sulla sempre più eterogenea modalità di presentazione clinica, descrivendo i principali strumenti terapeutici ad oggi disponibili. Partendo dal paradigma bio-psico-sociale, questo lavoro evidenzia la necessità di un approccio terapeutico multidisciplinare integrato in cui il modello psicodinamico riveste un ruolo fondamentale come dimensione di cura, perché rivolto alla soggettività. Il tutto viene poi esemplificato nel caso clinico proposto.