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Con una ricerca su 179 casi visti negli ultimi otto anni l’autore discute l’efficacia di un primo incontro familiare per coinvolgere nel trattamento gli adolescenti non richiedenti, cioè la quasi totalità degli adolescenti che giungono a contatto di uno psicoterapeuta. Descritta una tipologia di nove tipi di adolescenti non collaboranti e di due tipi di collaboranti, vengono esposte le linee guida e le tecniche della presa in carico dell’adolescente, dal primo contatto fino al primo/secondo colloquio familiare: sicurezza nella seduta, coinvolgimento emotivo, autorevolezza del terapeuta, spiegazioni psicologiche, condivisione delle proprie storie, ricostruzione di appartenenza.
L’ipotesi basilare di questo lavoro è che i DCA e i comportamenti/atteggiamenti relazionali correlati, sono indicatori di particolari strategie emotive. In particolare, viene presa in considerazione l’anoressia come indicatore di una strategia di regolazione affettiva evitante, con riferimento a processi dissociativi alessitimici, sviluppati tramite relazioni di attaccamento precoci insicure. Alla luce di tali premesse teoriche, gli autori ipotizzano una particolare efficacia di trattamento, tramite approcci riferiti alle Attachment-related therapy e alle Affective balance therapy. Viene quindi esaminato come esempio in tal senso la EFFT (Emotionally Focused Family Therapy), la cui efficacia è discussa e collegata a ipotesi teoriche e ricerche empiriche relative a processi evolutivi e intersoggettivi di regolazione affettiva.
L’autore si propone di delineare il valore terapeutico degli animali domestici nell’ambiente familiare e nei contesti di cura, rintracciandone risvolti psicoeducativi e finalità terapeutiche. In particolare, entro una prospettiva evolutivo-familiare e nell’ambito dell’approccio zooantropologico, centrato sul processo interattivo uomo-animale, si configurano le caratteristiche di un contesto di cura che tiene conto del benessere psicofisico e delle peculiarità di coloro che vengono coinvolti in un incontro eterospecifico ed in cui viene valorizzata una co-partnership, nella sua valenza terapeutica. Partendo dal presupposto che gli animali d’affezione non siano fautori di miracolose guarigioni, si vuole porre l’accento sulle attività relazionali assistite dalla presenza di due co-terapeuti (uomo-animale), finalizzate a benefici di ordine educativo e riabilitativo, nonché mirate all’attraversamento del rischio individuale e familiare o al trattamento di psicopatologie. Il focus dell’articolo si orienta specificatamente su una serie di dimensioni: Pet therapy e zooantropologia nelle famiglie attuali; Pet relationship e questioni metodologiche; Pet relationship come incontro etero-specifico in adolescenza.
Nel lavoro argomentiamo che le conoscenze sulle imprese familiari sono del tutto inadeguate rispetto alla dimensione che il fenomeno riveste in Italia. Infatti, i pur imprecisi confronti tra Paesi europei rivelano che le imprese familiari avrebbero il massimo peso nel sistema produttivo nazionale italiano. Sosteniamo che le difficoltà di quantificazione del fenomeno non giustificano questa situazione di scarsa conoscenza, che inficia il dibattitto di politica economica sulle imprese familiari. Per cercare di rimediare, si elabora una quantificazione originale basata su un ampio campione rappresentativo giungendo a stimare il peso delle imprese familiari sul 70% del totale degli addetti nell’industria e servizi. Si elaborano inoltre statistiche che quantificano il fenomeno a livello territoriale, mettendo in luce come, sebbene generalizzata, la sua rilevanza sia ancor più marcata in alcune regioni. Infine, si mostra che le imprese familiari sono protagoniste vitali nella formazione di nuove imprese.
In quest’articolo utilizziamo diverse metodologie per stimare l’equazione di Verdoorn con l’obiettivo di saggiare l’ipotesi della presenza di rendimenti crescenti di scala nel settore manifatturiero nelle regioni europee NUTS-2 per l’intervallo temporale 1995-2006. Estendiamo l’equazione di base di Verdoorn considerando la dimensione spaziale sia in termini di prossimità sia di gerarchia geografica. I nostri risultati corroborano la presenza di effetti spaziali, identificano rendimenti crescenti di scala a diversi livelli gerarchici ed evidenziano un certo grado di eterogeneità spaziale. L’analisi svolta evidenzia il ruolo dello spazio nei processi di crescita della produttività regionale, sia in termini di prossimità sia di gerarchia geografica. La produttività delle regioni Europee è caratterizzata da rilevanti spillover spaziali sia positivi, possibilmente legati alla diffusione della tecnologia, che negativi, possibilmente dovuti a effetti di competizione spaziale.
Le imprese cooperative rappresentano, come noto, un modello peculiare che è molto diverso da quello delle imprese capitalistiche. Tale modello si basa su un insieme di valori, universalmente riconosciuti dall’Alleanza internazionale delle cooperative, come la partecipazione aperta e volontaria, il controllo democratico dei soci, l’autonomia e l’indipendenza, i rapporti con la comunità locale. Questi valori sono diffusi in tutto il mondo e conferiscono a queste specifiche imprese un "vantaggio cooperativo". Questa ricerca intende verificare sulla base di dati empirici la migliore performance delle imprese cooperative nell’ultimo decennio e più in particolare durante la crisi attuale, evidenziando il loro contributo al mantenimento dei livelli occupazionali. Il lavoro è diviso in due parti. Nella prima parte, vengono sottolineate alcune peculiarità delle imprese cooperative (riguardo al totale e alle cooperative sociali) soprattutto con riferimento al ruolo dei soci che sono, nella duplice veste di lavoratori e imprenditori, profondamente coinvolti nelle strategie delle imprese. Nella seconda parte della ricerca è analizzata la performance occupazionale delle imprese cooperative (e di quelle sociali) sulla base di dati regionali desunti dai censimenti Istat 2001 e 2011 e da alcune indagini qualitative.
L’autore, attraverso l’esempio di due casi clinici, un bambino autistico ed un adolescente borderline, prende in esame le difficoltà che deve affrontare l’analista nel gestire gli acting out e gli enactment che si verificano nel corso del trattamento psicoanalitico. Viene dato particolare rilievo al coinvolgimento affettivo-emozionale dei due componenti della coppia analitica che si muove sul registro del "terzo analitico", in situazioni di setting modificate, a seconda della necessità, al fine di poter mantenere il rapporto terapeutico.
Partendo da esperienze cliniche con bambini stranieri adottati nel nostro paese, vengono prese in considerazione le implicazioni psichiche legate alla rinuncia alla lingua delle origini. Una rinuncia che, in molti casi, avviene con sorprendente immediatezza e che sembra fornire un elemento di rassicurazione ai genitori adottivi, alle prese col fantasma dell’estraneità. Se da un lato questa rinuncia immediata alla lingua delle origini contiene un elemento difensivo legato al distanziamento da esperienze dolorose del passato, per altri versi questa rinuncia costituisce anche una lacerazione delle prime trame relazionali sottostanti alla tessitura del linguaggio verbale. Una trama sonora che sorge fin dalla vita prenatale attraverso gli elementi relazionali con una presenza materna che si costituisce come un orizzonte sonoro. La musicalità materna che è alla base del futuro linguaggio può essere considerata come l’attivatore di un impulso ritmico a vivere, a muoversi ed a comunicare con un altro da sé.
Quanto vedemmo, in Mali e a Walia, è ragione della ricerca: donne e bebè sembravano infatti rapportarsi in un tipo di maternage diverso da quello noto, portandoci a chiederci: 1. si può ancora pensare a una cultura africana "originale", dati i processi di colonizzazione e decolonizzazione, causa di trasformazione delle culture dell’Est e del Sud del mondo, nel bene e nel male? 2. che significato ha nascere oggi in un paese straniero? Abbiamo pertanto dedicato uno dei seminari di Infant Observation dell'Università di Pavia all'osservazione di bambini nati in famiglie africane musulmane residenti a Pavia, senza selezionare ipotesi a priori per ampliare il campo esplorandolo e «valutando quanto le "Culture" operino sul corpo e sulla psiche in modo da creare forme di umanità "uniche" (come unico è l’individuo) e, allo stesso tempo, interagiscano con le componenti genetiche o filogenetiche (più condivise trasculturalmente), a loro volta modificate dalla complessità dei fattori che intervengono» (Lombardozzi 2013).
L'obiettivo generale della ricerca è quello di studiare gli aspetti psicologici, sociali e di rischio psicopatologico associati al progetto di procreazione, alla maternità e alla cura dei bambini in donne immigrate che vivono in provincia di Pavia. Abbiamo presentato a 55 donne immigrate, tra la 28a e la 32a settimana di gravidanza, un'intervista semi-strutturata che si ispira all’IRMAG e che è stata adattata ai migranti per studiare le differenti rappresentazioni della donna in relazione alla sua identità femminile e materna e per esaminare gli aspetti emotivi e i vissuti che riguardano la gravidanza in un altro paese. Fermo restando che la storia di ogni donna migrante sfugge a qualsiasi generalizzazione, possiamo invece affermare di aver ritrovato vissuti di solitudine, disagio e vulnerabilità amplificati dalla esperienza migratoria. Questa condizione favorisce la comparsa di vissuti depressivi che hanno un’incidenza negativa sulla qualità della relazione con il bambino.
L’autrice, alla luce del suo lavoro terapeutico con i rifugiati politici, cerca di dare parola al loro viaggio: dall’addio all’approdo in terra straniera. Alla rottura dei loro legami intersoggettivi, ma anche alla diffidenza che l’emigrato, per antonomasia figura di spaesamento, solleva nei residenti: proviene terre lontane, antitesi dell’Europa e della "civiltà". Al "memento", agli striduli orizzonti di bisogni che il suo forzato viaggio, il suo dimesso aspetto, evocano in coloro che li accolgono. Quindi alle ricadute, sotterranee e meno, di tutto ciò nella relazione di cura.
La prospettiva di questo articolo si situa nell’ambito di una sociologia e antropologia dell’infanzia che sottolinea la capacità che bambine e bambini hanno di agire su di sé e sugli altri, di produrre cultura e di dar forma alle strutture e alle dinamiche sociali. Una risorsa centrale di tale capacità d’azione è il corpo, in quanto costruzione discorsiva ed esperienza quotidiana di trasformazione. Nei bambini la dimensione d’incompiutezza propria alla condizione umana e fonte di pratiche culturali e sociali di soggettivazione, si rende più visibile. Crescere si configura come un lavoro complesso in cui interagiscono l’interiorizzazione di tecniche del corpo e forme personali di creatività, in cui il corpo incompiuto funziona come risorsa identitaria e di agency. Lungi dall’essere soltanto il luogo d’iscrizione delle identità e delle differenze, il corpo costituisce anche il luogo della loro fabbricazione: i bambini sono quindi attivi nella costruzione, riproduzione e interpretazione delle differenze tra sé e gli altri. Dopo una sintesi critica degli approcci fondati sull’analisi della vulnerabilità dei bambini migranti, richiedenti asilo o "discendenti" d’immigrati, questo articolo si interroga sulle modalità dell’agency infantile nel campo migratorio e nei processi di etnicizzazione che ne conseguono.
Nei transiti migratori si possono verificare vere e proprie fratture nei processi identificativi. Vengono esaminate in particolare le problematiche di bambini e adolescenti appartenenti alle cosiddette "seconde generazioni" di migranti e le specifiche difficoltà che incontrano nel costruire il proprio senso di identità attraverso frontiere culturali incerte e instabili. Vengono discusse in particolare le fratture transgenerazionali che possono determinarsi e le loro ricadute sulla possibilità di riconoscersi in una genealogia e in una appartenenza: la propria stessa origine diventa terreno di conflitto e area enigmatica da decifrare, mettendo così particolarmente a rischio la struttura narcisistica individuale e il legame intersoggettivo.