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Il contributo si propone di analizzare il volume Paggi e paggerie inquadrandolo nei cambiamenti della storiografia sulla corte degli ultimi quattro decenni. Al centro vi è la questione dell’educazione al servizio della corona e delle famiglie sovrane, come educazione al comando in varie esperienze italiane. Sono così messi in evidenza i ruoli di persone, saperi e spazi del mondo cortigiano, rimasti in penombra. In secondo luogo, gli autori del volume hanno coraggiosamente optato per una cronologia che non si conclude con la fine dell’antico regime, ma che abbraccia tutto il XIX secolo.
L’autrice propone un’ampia comparazione tra le corti dei Savoia, dei Medici, di Napoli e della Repubblica di Venezia fondata su tipologie documentarie prodotte in epoche e secondo modalità diverse (regolamenti, istruzioni, memorie, epistolari) congeniali alle diverse forme di esercizio del potere. Dato comune è l’importanza attribuita alla funzione pedagogicopolitica delle paggerie (disciplina del corpo, etichetta, milizia, burocrazia). Con l’analisi delle numerose fonti edite e inedite considerate in un lungo arco cronologico si indicano nuovi spunti di ricerca sul valore simbolico di spazi e architetture, sui rapporti familiari, sul ruolo dei sentimenti e delle vocazioni personali al di là dei modelli imposti e codificati della società di antico regime.
L’autrice presenta una rassegna dei contributi raccolti nel volume curato da Andrea Merlotti. Nella ricostruzione del contesto delle corti italiane (Torino, Firenze, Napoli e, in misura minore, Parma e Modena) si pone in evidenza il ruolo formativo e istituzionale delle Paggerie. In esse i giovani aristocratici affrontavano un percorso educativo piuttosto duro, per apprendere l’esercizio del comando, qualità essenziale per entrare nei ruoli militari come ufficiali o come dirigenti nell’apparato burocratico dei vari Stati. Le corti diventano in tal modo polo d’attrazione della nobiltà locale, specie degli aristocratici provenienti dalle aree più lontane dai centri di potere. In parallelo con i cambiamenti culturali e istituzionali che investono il contesto europeo, la fase finale delle Paggerie è segnata dalla loro trasformazione in scuole selezionate accanto alle quali sorgono nuovi strumenti di affermazione sociale per la creazione dei nuovi servitori dello Stato.
Il saggio esamina gli effetti della persecuzione economica contro i cittadini di nazionalità nemica – in particolare tedeschi e austroungarici – in Francia, Regno Unito, Italia e Belgio dopo la Prima guerra mondiale. La confisca dei beni appartenenti agli stranieri di nazionalità nemica continuò dopo il 1918 grazie al diritto di liquidazione conferito dai trattati di pace e permise ai paesi vincitori di ridefinire i confini della cittadinanza e di intervenire nella redistribuzione della ricchezza perseguendo una politica ispirata al nazionalismo economico. Uno degli obiettivi fondamentali era anche la ridefinizione dei processi economici globali, attraverso espropri volti a garantire la sicurezza nazionale tramite l’esclusione di soggetti stranieri da alcuni settori strategici. Il saggio considera anche i casi in cui la persecuzione economica venne sospesa o revocata mettendo in risalto come gli stati vincitori usarono la restituzione dei beni come ulteriore strumento di inclusione o assimilazione.
Focusing on the debate about confiscations in the Hungarian national assembly in 1848--1849 and on the discussions about confiscation and restitution in the Habsburg administration from 1849 to 1856, this article argues that these measures functioned as “moral economies of political retribution.” In each instance, financial and practical considerations were negotiated with relation to specific visions of the political and social order. At the center of this moral economy were costbenefit calculations, in which the symbolic costs of confiscations and the expected political advantages were weighed against the actual financial costs of the state’s guardianship over confiscated assets. While contingencies played a significant role in the implementation of these measures, this article shows that the parliamentary or interministerial discussions about confiscations were embedded in larger arguments about responsibility and representation, and the transition from subjection to citizenship.
Between 1861 and 1869, more than a hundred political refugees from Italy were hosted in the most important port city of the Habsburg Empire, Trieste. They were deserters and/or political and ideological opponents of the newly established Kingdom of Italy. The essay investigates how a specific category of “aliens” and a related “disciplinary space” were defined by the Habsburg imperial state through the economic issues of the assistance policies that supported this peculiar group of political refugees, for which a public fund was created ad hoc within the state treasury. As both international relations with the Kingdom of Italy and the political and economic situation within the Austrian Empire progressed, the status of these “ItAliens” was transformed from “political refugees” protected by Austrian assistance policies to individuals, who were considered “dangerous” for internal security and therefore eligible for expulsion from the lands of the Habsburg crown.
Il contributo affronta la dimensione economica dell’esilio politico utilizzando, come caso di studio, il Regno Lombardo-Veneto. Da un lato viene tratteggiato il quadro della legislazione austriaca e degli specifici provvedimenti emessi per le province italiane che, dal principio del XIX secolo al periodo post--1848, normarono gli strumenti della confisca e del sequestro dei beni dei condannati politici. Dall’altro, gli autori si soffermano più da vicino sui percorsi di alcuni emigrati politici in America, specialmente in relazione alle possibilità di accesso e di gestione del loro patrimonio, in un breve ma significativo torno di tempo: vale a dire, i primi anni del regno dell’imperatore Ferdinando I, segnati da due importanti amnistie (1835 e 1838) concesse come atti di distensione dopo una dura stagione di processi politici.
L’autrice sostiene che la condizione dello “straniero” nel XIX secolo non può essere compresa soltanto in termini politici o giuridici, ma va analizzata nella sua stretta connessione con le dinamiche economiche e patrimoniali. Attraverso il confronto tra l’esperienza francese e le legislazioni degli Stati italiani della Restaurazione, il saggio mostra come le misure di sequestro e confisca dei beni, applicate agli esiliati o agli oppositori politici, abbiano contribuito a costruire una “fabbrica economica dell’estraneo”. L’esclusione dal corpo politico non derivava soltanto da un atto di repressione politica, ma si concretizzava nella perdita di proprietà, redditi e diritti successori, compromettendo così l’appartenenza stessa alla comunità. L’articolo evidenzia inoltre il carattere ambivalente di tali pratiche, oscillanti fra eredità d’Ancien Régime e nuove concezioni liberali di cittadinanza e proprietà.
René Kaës è stato un pioniere e un grande teorico della psicoanalisi di gruppo ed ha contribuito in modo determinante allo sviluppo della psicoanalisi familiare e di coppia. Tratteremo alcuni concetti chiave, fondamentali per la concettualizzazione della psicoanalisi di coppia e familiare. Un caso clinico metterà in evidenza alcuni di questi concetti nel corso di una terapia psicoanalitica familiare. .
Nel suo articolo, l’autrice riprende il concetto di alleanze inconsce, così come elaborato da René Kaës, al fine di analizzare i legami di coppia da una prospettiva psicoanalitica. Queste alleanze costituiscono la base psicologica che unisce gli individui, plasmando sia la sfera intersoggettiva che quella transgenerazionale. Esse sono sostenute da meccanismi di difesa condivisi e da un “patto denegativo” che mantiene il legame coniugale. Nel caso clinico presentato, la relazione di coppia si articola attorno a difese condivise, al senso di colpa e alla difficoltà di differenziarsi dalle famiglie d’origine. Il corpo, in particolare quello femminile, esprime una negatività radicale attraverso sintomi quali il cancro, che richiamano la rimozione del seno delle donne durante il genocidio subito dalle famiglie d’origine di entrambi i coniugi. La trasmissione psichica tra generazioni riveste un ruolo centrale nella situazione clinica, con eventi traumatici non elaborati che si depositano e si trasmettono all’interno del legame di questa coppia. Il lavoro terapeutico cerca di trasformare l’insimbolizzabile in rappresentabile – sebbene con dei limiti – per aprire possibilità di elaborazione e cambiamento.
Durante i 55 giorni di confinamento imposti in Francia dalle autorità come misura di protezione dal contagio dal virus Covid-19, dal 13 marzo all’11 maggio 2020, ho preso degli appunti, a caldo, e poi li ho rilegati facendo molti tagli e cuciture. Il mio intento era di aprire qualche via di riflessione sull’impatto di questa pandemia sui tre principali spazi della realtà psichica di cui ho definito formazioni e processi: lo spazio intrapsichico, appartenente ai soggetti considerati nella loro singolarità; lo spazio intersoggettivo, relativo ai legami che i soggetti stabiliscono con altri soggetti; lo spazio degli insiemi plurisoggettivi di cui i soggetti sono membri, come le famiglie, i gruppi e le istituzioni. Questi spazi non sono impermeabili gli uni con gli altri, sono porosi, in un rapporto di interferenza e trasformazione reciproca. Ed è proprio sui flussi della realtà psichica tra questi spazi in questo periodo di pandemia che porto la mia attenzione.
Vengono esaminati i modi in cui i traumatismi collettivi impattano sugli spazi psichici soggettivi, intersoggettivi e degli insiemi plurisoggettivi, come li ha descritti Renè Kaes. In particolare viene discussa la trasformazione dei confini tra tali spazi in relazione a situazioni traumatiche che modificano profondamente le funzioni di legame a tutti i livelli, sia psichici che simbolici che relazionali, influenzando radicalmente sia la capacità di rappresentazione individuale che lo stesso processo culturale di riconoscimento dell’umano.
Il problema della realtà psichica inconscia e dell’inconscio negli insiemi plurisoggettivi (gruppi, coppie, famiglie) resta ampiamente aperto; è accessibile nei dispositivi di lavoro psicoanalitico specifici, ma l’articolazione teorico-clinica chiama uno sforzo per proporne un modello d’intelligibilità. Il problema inciampa su delle difficoltà epistemologiche e concettuali importanti che, per l’essenziale, sono legate alla trasposizione di proposizioni teoriche concepite nella cornice della cura individuale, a dispositivi che ne differiscono profondamente. Anche se i postulati di base (transfert, regola fondamentale) sono al tempo stesso invarianti, ma modulabili in ciascuna situazione psicoanalitica, è necessario prendere in considerazione la realtà psichica propria a tali situazioni. In questo articolo l’autore espone prima come i fondatori della pratica di gruppo hanno pensato o meno tale problema. Propone poi una breve presentazione dei concetti di realtà psichica inconscia e di inconscio così come sono stati elaborati nella cornice della cura individuale. Formula poi alcune delle proprie concezioni e rilancia i propri interrogativi su tale questione.
Il concetto di gruppo di appartenenza occupa un posto centrale nel pensiero e nella teoria psicoanalitica dei gruppi di Jean-Claude Rouchy (1990; 1998; 2001; 2005). L’articolo ne illustra le dimensioni principali e il modo in cui si avvicina e si differenzia dalla “area di appartenenza” (Neri, 1979) e dal “sentimento di appartenenza” (Correale, 1991; 2006). L’analisi di questo concetto costituisce un buon esempio del lavoro della creazione concettuale e dei problemi epistemologici che essa comporta quando si configura come la migrazione di un concetto, creato all’interno di una disciplina (in questo caso la sociologia e la psicologia sociale) e trasferito in un’altra, nello specifico quella della psicoanalisi. L’attenzione dell’autore si sofferma sul fatto che nelle teorie sociologiche e psicosociologiche dei gruppi, il concetto di gruppo di appartenenza è abbinato a quello di gruppo di riferimento, il quale però non è stato oggetto di un lavoro di “naturalizzazione” (Moscovici, 1961) analogo a quello che ha trasformato il concetto di gruppo di appartenenza. Diverse caratteristiche di questo secondo concetto, articolato con il primo, potrebbero comunque presentare un certo interesse se fossero elaborate nell’ambito della psicoanalisi dei gruppi.
Il “complesso del nonno” è stato definito e descritto nel 1913 da Ferenczi; lo stesso anno, Abraham forniva le prime osservazioni psicoanalitiche sul ruolo dei nonni nella psicologia delle nevrosi. Questi due articoli mettono in prospettiva, dal punto di vista del bambino, le relazioni immaginarie che questi stabilisce con la figura del padre (egli è un usurpatore dei beni e del potere del padre) e con quella del nonno (onnipotente, fantasmatizzato come una sorta di Dio padre). Il “complesso del nonno” è anche quello che il bambino costruisce nella sua rappresentazione dei legami tra le generazioni. Viene affrontato dal punto di vista del bambino nel suo rapporto con il complesso di Edipo. In quest’articolo, l’autore propone di capovolgere la prospettiva e di considerare il complesso del nonno come una costruzione psichica del nonno stesso e del complesso di Edipo di questo. La clinica arricchisce l’analisi allargando il campo alle diverse figure del complesso nei nonni; anche la letteratura vi contribuisce, in particolare attraverso l’analisi de L’arte di essere nonno di Victor Hugo. L’autore esamina poi come il futuro viene trasmesso nel contesto del malessere nella cultura contemporanea e come questa cultura abbia una incidenza sul complesso del nonno. L’articolo interroga in fine la questione della temporalità e della sua reversibilità, quella della responsabilità dei genitori e dei nonni dinanzi al futuro e a quella parte della trasmissione di cui non sono padroni.