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Il contributo analizza l’applicazione della legge n. 173/2015 nella giurisprudenza italiana, con particolare attenzione al diritto del minore in affidamento a mantenere i legami affettivi con la famiglia affidataria. Si esaminano i limiti di legittimazione degli affidatari nell’agire in giudizio e il ruolo centrale del pubblico ministero. Ampio spazio è dedicato all’obbligo di convocazione degli affidatari nei procedimenti giudiziari, a pena di nullità, e alla possibilità di presentare memorie scritte. Il testo approfondisce infine il tema dell’adozione da parte degli affidatari, analizzando due pronunce inedite dei Tribunali per i minorenni di Messina e di Catania, che offrono due esiti opposti ma convergono nel riconoscere, in forma diversa, il valore della continuità affettiva per il benessere del minore.
L’articolo esamina il percorso intrapreso dalla Regione Piemonte per assicurare la continuità affettiva dei minori collocati in affidamento familiare, con particolare attenzione alla delibera regionale n. 17-6714 del 2018. Fin dal 2012, il Piemonte si è distinto per l’impegno nel valorizzare e tutelare i legami significativi creati dai minori, coinvolgendo attivamente servizi sociali, autorità giudiziarie e associazioni specializzate. Viene approfondito il concetto di continuità affettiva, intesa non soltanto come semplice mantenimento dei rapporti, ma come riconoscimento e valorizzazione della storia personale e relazionale del bambino. Centrale è il ruolo dell’ascolto attento del minore e della preparazione accurata delle famiglie affidatarie, adottive e di origine.
L’autrice riflette sulle conseguenze che la crisi della famiglia comporta a carico delle relazioni genitoriali muovendo dalla parte dei bambini e dei ragazzi, in ciò coadiuvata anche dalle risultanze – emblematiche – di una recentissima ricerca scientifica sul tema, ed estesamente riportate. Filtrato attraverso i sentimenti e le emozioni dei figli, il dibattito sul macrotema dell’affidamento condiviso e della sua corretta declinazione pratica finisce, così, per transitare inevitabilmente dal piano della bigenitorialità a quello della cogenitorialità; una dimensione ben più responsabile e proattiva, dove il partenariato di ruolo può continuare a “funzionare” concretamente anche al di là della separazione fisica, assicurando ai minori figli ciò che loro stessi riconoscono come il bisogno più profondo e inalienabile: quello di mantenere relazioni sane e protettive con ciascun genitore.
L’articolo ha avuto la finalità di analizzare, attraverso una rassegna della letteratura, i principali effetti della separazione sui bambini. Per farlo sono state evidenziate le prevalenti dimensioni che sembrano dar luogo a processi relazionali disfuzionali, impedendo ai genitori di sintonizzarsi sui bisogni dei figli in modo sufficientemente adeguato o francamente disadattivo. Le evidenze empiriche sembrano evidenziare come il conflitto intergenitoriale giochi un fattore chiave sulla crescita dei figli e sulla loro stabilità affettiva e comporti importanti costi emotivi e di sviluppo.
Questo contributo riflette criticamente sul concetto di “trauma adottivo”, interrogandosi sui limiti di una lettura rigidamente traumatologica dell’esperienza adottiva. Pur riconoscendo il dolore legato alla separazione dalla famiglia d’origine, si propone una visione più articolata e dinamica del trauma, inteso non come condanna permanente ma come ferita che può essere attraversata, elaborata e integrata. L’adozione, infatti, non deve essere ridotta a una narrazione di mancanza o deficit, bensì riconosciuta nella sua complessità, come esperienza identitaria che evolve nel tempo e che può essere generativa. Il testo evidenzia inoltre come la sofferenza delle persone adottate non derivi esclusivamente dal passato, ma venga spesso riattivata dal contesto sociale: dallo sguardo esterno, dagli stereotipi, dal “bionormativismo” che continua a privilegiare il legame biologico come unico modello legittimo di famiglia. In quest’ottica, il trauma adottivo è anche responsabilità collettiva e questione politica: liberare l’esperienza adottiva da narrazioni predeterminate è essenziale per favorire percorsi autentici di consapevolezza e appartenenza. Solo restituendo dignità e pluralità alle diverse configurazioni familiari è possibile promuovere una cultura inclusiva in cui le cicatrici non siano solo segni di sofferenza, ma anche tracce di ricomposizione e resilienza.
L’articolo approfondisce il tema della continuità degli affetti nei percorsi di affido familiare, con uno sguardo concreto sull’esperienza dell’Associazione Kairòs. Partendo dal quadro normativo e dai dati nazionali sui minori fuori famiglia, il testo mette al centro il valore relazionale dell’affido come risposta educativa ed emotiva ai bisogni dei minori, in particolare di quelli considerati “difficili da collocare”. Viene presentato il modello Erh – Etica delle Relazioni Umane® –, la struttura del lavoro in équipe, il ruolo della supervisione e l’accompagnamento quotidiano delle famiglie affidatarie da parte dei Tutor Kairòs. Uno spazio rilevante è dedicato agli affidi sine die, alla gestione dei legami con la famiglia d’origine e alla necessità di valutare, caso per caso, la reale possibilità di garantire una continuità affettiva sostenibile e benefica per il minore, con le testimonianze di due famiglie affidatarie.
Ripercorrendo la propria storia di adozione e di vita, una psicologa racconta, alla luce delle principali teorie psicologiche e psicoanalitiche classiche e attuali, il progressivo dispiegarsi del processo di costruzione di significati e nessi tra esperienze e appartenenze diverse che ha reso possibile, nel corso degli anni, una continuità affettiva nella discontinuità.
L’articolo propone una riflessione sull’applicazione delle norme introdotte dalla legge n. 173/2015 all’esito di una ricerca qualitativa condotta tramite interviste a professionisti del mondo dell’affidamento che operano sul territorio nazionale. Dopo una premessa metodologica che illustra come sono stati individuati i professionisti e i contenuti dei quesiti loro formulati, il contributo esplora i significati plurimi del termine “continuità degli affetti” e le difformità nella sua applicazione, dalla fase dell’affidamento fino all’adozione o al rientro in famiglia. Si analizza il ruolo dei centri affidi nella sensibilizzazione, formazione e supporto alle famiglie affidatarie; il coinvolgimento degli affidatari nei procedimenti giudiziari; le modalità di accompagnamento di tutti i soggetti coinvolti nella conclusione dell’affidamento con il rientro in famiglia o il passaggio a una famiglia adottiva. In chiusura, vengono presentate le proposte e le riflessioni finali emerse dalle interviste ai professionisti.
Il contributo esamina il ruolo dell’avvocatura nella tutela della continuità affettiva dei minori in affidamento, alla luce della legge n. 173/2015. L’autrice analizza le diverse funzioni che l’avvocato può rivestire – curatore speciale, difensore degli affidatari, dei genitori o di altri parenti – evidenziando come ciascuna richieda una specifica attenzione all’interesse superiore del minore. Particolare rilievo è dato al compito dell’avvocato di garantire che il legame affettivo tra minore e affidatari non venga compromesso, anche dopo la conclusione del procedimento giudiziario. Il testo approfondisce inoltre la collaborazione tra i soggetti coinvolti (giudici, servizi sociali, affidatari) e le prerogative giuridiche dell’affidatario, sottolineando la centralità dell’ascolto e della rappresentazione delle esigenze affettive del minore nel processo decisionale.
Il contributo, scritto da un pubblico ministero minorile, propone una riflessione critica sulla concreta applicazione della legge n. 173/2015, centrata sulla valorizzazione del diritto alla continuità affettiva del minore in affido. L’autrice esamina due nuclei tematici principali: la necessaria convocazione degli affidatari nei procedimenti che incidono sullo stato giuridico del minore, e la valutazione della famiglia affidataria come risorsa adottiva nei casi di consolidati legami affettivi. Viene sottolineata la rilevanza dell’ascolto diretto degli affidatari, anche nei giudizi d’appello, e il ruolo del pubblico ministero nel vigilare sulle fasi di transizione del minore, specialmente in caso di rientro in famiglia o trasferimento. Il testo denuncia i rischi connessi a pratiche che, pur formalmente legittime, possono configurare “scorciatoie” verso l’adozione, e invita a rafforzare la progettualità e il monitoraggio nei percorsi di affido e post-affido, affinché la continuità affettiva diventi criterio effettivo e operativo nella tutela del superiore interesse del minore.
L’articolo analizza l’evoluzione giurisprudenziale e normativa in materia di affidamento e adozione, con particolare attenzione al principio della continuità affettiva. Attraverso l’esperienza del Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta, si evidenzia la centralità del minore e dei suoi legami significativi. Le recenti sentenze costituzionali e di legittimità hanno rafforzato un approccio relazionale alla tutela dei minori. Si propone una giustizia minorile attenta alla gradualità, all’ascolto e al rispetto del vissuto affettivo. L’obiettivo è una cultura giuridica fondata sull’interesse concreto del bambino.
Il contributo analizza pregi e criticità della legge n. 173/2015 sulla continuità degli affetti, che ha modificato la legge n. 184/1983 in materia di adozione, introducendo il diritto dei minori in affido a mantenere relazioni significative con le figure di riferimento che li hanno cresciuti. L’autrice valorizza il senso evolutivo della riforma, che ha permesso di superare l’automatismo dell’interruzione dei legami affettivi in caso di adozione, e sottolinea il ruolo centrale del giudice minorile nel valutare tali relazioni. Tuttavia, emergono anche rischi applicativi, come l’uso strumentale della norma da parte di famiglie affidatarie temporanee che, nonostante un mandato limitato, avanzano richieste adottive senza aver affrontato un percorso di preparazione adeguato. La riflessione si conclude con un richiamo alla necessità di una lettura della legge centrata sul benessere del minore e sulla qualità del legame costruito nel tempo, evitando decisioni standardizzate e ponendo al centro l’unicità della vicenda individuale.
L’articolo propone una riflessione critica sull’applicazione della legge n. 173/2015, a partire dalle esperienze dirette di famiglie affidatarie e adottive. Attraverso interviste e focus group emergono chiaramente sia i punti di forza sia le criticità dell’attuale prassi applicativa. Le testimonianze evidenziano l’importanza della continuità affettiva per la stabilità emotiva e identitaria dei minori e mettono in luce la necessità di una gestione graduale e condivisa del passaggio dall’affido all’adozione o al ritorno nella famiglia d’origine. Particolare attenzione viene dedicata al ruolo degli affidatari, alla loro valorizzazione e al riconoscimento formale del loro contributo attraverso modalità adeguate di ascolto da parte degli operatori e del tribunale. L’articolo sottolinea, inoltre, l’importanza di una maggiore collaborazione tra famiglie affidatarie, famiglie adottive, servizi socioassistenziali e giudiziari, per garantire concretamente il diritto del minore alla continuità dei propri legami affettivi.
Questo contributo raccoglie la testimonianza personale di Emanuela, una giovane donna che ha vissuto l’esperienza dell’affidamento familiare per dodici anni prima di rientrare nella propria famiglia d’origine. Il racconto evidenzia il valore della continuità degli affetti, così come sancito dalla legge n. 173/2015, mostrando come sia possibile mantenere legami affettivi significativi con la famiglia affidataria anche dopo la fine dell’affido. Attraverso emozioni, ricordi e riflessioni mature, Emanuela sottolinea quanto l’affido abbia contribuito alla sua crescita personale, alla costruzione di valori e all’elaborazione di un’identità che abbraccia entrambe le sue famiglie.
L’articolo esplora il ruolo cruciale della continuità affettiva nello sviluppo dei bambini, specialmente nei contesti di affido e adozione. Partendo dalla teoria dell’attaccamento e dagli studi dell’Infant Research, viene sottolineata l’importanza dei legami stabili per la crescita emotiva, cognitiva e relazionale. La discontinuità affettiva, spesso inevitabile nei casi di tutela, può generare traumi se non gestita correttamente, ma può diventare occasione di cura se accompagnata da narrazione, gradualità e relazioni ponte. La continuità non va intesa rigidamente come mantenimento dei legami biologici, ma come coerenza emotiva e costruzione di significati condivisi nel percorso del minore.
Il presente breve lavoro vuole puntualizzare, attraverso un excursus dei contributi psicologici e psicoanalitici, il significato da attribuirsi al termine “Affetto/Affetti” in riferimento alla questione della continuità di cui alla legge n. 173/2015. Dopo aver considerato la rilevanza degli affetti nello sviluppo individuale e nella costruzione della memoria, viene esaminata l’essenzialità delle relazioni oggettuali con particolare riferimento alla teoria dell’attaccamento e definito il concetto di continuità interna della storia personale come fondamento dell’identità personale.