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Questo articolo racconta la storia di una ricerca-intervento realizzata da un gruppo di policy makers, impegnati a sperimentare nuove tecniche di animazione dello sviluppo economico a livello locale. La storia è focalizzata sui problemi incontrati nella fase costituente di un distretto tecnologico in Trentino, dove il gruppo è stato incaricato di promuovere processi di innovazione tra le imprese del settore costruzioni, nel segmento emergente degli edifici sostenibili. Lo studio di caso evidenzia che la nascita di un nuovo cluster richiede un elevato livello di imprenditorialità tra i policy makers e non solo tra gli attori privati.
Questo articolo propone un’analisi sulle tendenze dell’economia dei distretti italiani, fornendo riferimenti empirici e teorici a sostegno di una precisa tesi interpretativa: il modello italiano di organizzazione locale della produzione è ancora oggi vitale, ma ha bisogno di accelerare il processo di evoluzione verso assetti organizzativi, tecnologici e istituzionali più moderni. In tale prospettiva, l’articolo effettua una rassegna di alcuni contributi recenti di ricerca e presenta inoltre i risultati di una analisi econometrica che documentano la capacità di tenuta ma anche le diverse linee di trasformazione in corso nei distretti italiani. In particolare, vengono evidenziati i processi di formazione delle imprese leader, di crescita dei servizi e di evoluzione delle economie di specializzazione in economie di varietà. Nelle conclusioni si mette in luce l’utilità di integrare l’approccio tradizionale dell’analisi marshalliana ai contributi di tipo neo-schumpeteriano sull’economia dell’innovazione e dell’imprenditorialità.
La figura dell’uomo artigiano ha ricevuto negli ultimi anni una crescente attenzione da parte della ricerca socioeconomica internazionale. In questa nuova prospettiva di analisi, il saggio si propone di esaminare il suo effettivo contributo economico rispetto alla competitività dei settori tipici Made in Italy alla luce delle grandi trasformazioni che hanno segnato il sistema industriale italiano nel corso del decennio passato. Il saggio discute il contributo del lavoro artigiano nella media impresa industriale e riflette sulle modalità con cui il lavoro artigiano caratterizza alcune funzioni chiave nell’ambito delle catene globali del valore. In termini di politiche, il paper discute il modo in cui rilanciare la competitività della piccola impresa promuovendone nuove politiche di formazione e di promozione a scala internazionale.
L’immagine degli immigrati, mediata dai principali mezzi di comunicazione, ha condizionato l’opinione pubblica italiana generando un atteggiamento contraddittorio che, se da un lato lascia emergere una netta solidarietà nei confronti dello straniero, dall’altro, rivela timori e paure generati dalla crescente presenza di immigrati sul territorio italiano. In questo lavoro, utilizzando alcune indagini Itanes, sono stati analizzati, in un’ottica sincronica e diacronica, i cambiamenti che nell’ultimo decennio hanno caratterizzato il rapporto tra gli italiani e gli immigrati.
La competizione internazionale per i lavoratori ad alta qualificazione si basa sia sull’offerta di condizioni di lavoro favorevoli sia sull’offerta di regole che assicurino vantaggi in termini di status giuridico, di diritti di permanenza e di accesso alle opportunità del mercato interno del lavoro. Esiste uno scambio talent for citizenship in base al quale l’offerta più importante di uno Stato ad un lavoratore straniero è la facilitazione nell’ottenimento dei diritti propri della cittadinanza. Il saggio intende discutere la capacità della UE, in base alla propria costituzione economica, di governare questa politica per l’immigrazione secondo criteri di competitività internazionale.
Nella considerazione del rapporto tra struttura e storia nella psicoanalisi abbiamo privilegiato una disamina dei concetti in gioco. La nostra conclusione è che la polisemia del concetto di struttura è molto ampia e che al di fuori del campo dello strutturalismo esso diventa sostituibile da altri concetti: sistema, istanze, ecc. Lo studio della storia ci porta a distinguere diverse "temporalità" nello psichismo umano, e in questo scritto cerchiamo di analizzarne alcune. Nelle conclusioni privilegiamo un aggiornamento dei modelli che adoperiamo nella pratica clinica.
L’Autrice si confronta con il tema del rapporto tra multilinguismo e sinestesie; cioè sensazioni secondarie che si attivano in conseguenza della stimolazione di un registro sensoriale primario. Partendo da esperienze cliniche, messe a confronto con testimonianze letterarie, osserva come l’intreccio sinestesico di suoni, immagini e sensazioni si elevi alla massima potenza nei multilingui, in varie infinite combinazioni. Le sinestesie consentono sia di regredire, tornare all’origine, recuperare il passato; sia invece di far mettere profonde radici anche alle lingue straniere, dando spazio a nuovi vissuti affettivi: non solo alle parole, ma anche agli elementi costitutivi elementari del linguaggio come le lettere dell’alfabeto... Già Freud, al tempo degli studi sulle afasie, osserva che il sistema associativo delle rappresentazioni ha una capacità di estensione. Così, non solo le stesse parole nelle diverse lingue sono caricate differentemente di affetti, ma nei polilingui si costituiscono "superassociazioni", doppi sistemi di rappresentazioni di parola, talora con funzionamento relativamente indipendente, talora invece con un funzionamento a vasi comunicanti. Le sinestesie sono un fenomeno al confine di tante discipline, ma sarebbe utile costituire un vertice di osservazione del problema precipuamente psicoanalitico, a partire dalla distinzione del concetto di rappresentazioni/ percezioni amodali, strettamente connesso ma non sovrapponibile.
L’Autore, utilizzando alcune vignette cliniche, affronta il tema delle angosce dello psicoanalista nel loro rapporto con il transfert e il controtransfert. Partendo dall’assunto che il controtransfert è sicuramente una fonte importante d’angoscia, si chiede se lo psicoanalista non provi anche delle angosce derivanti da un transfert operato sul paziente, nonché dalla saturazione del suo stesso apparato psichico.
In questo lavoro l’Autore tratta il tema della rappresentazione e della sua relazione con l’angoscia. Ripropone una visione dell’angoscia come eccesso di stimolazione che si abbatte sull’apparato psichico. Cerca di privilegiare il racconto clinico con il presupposto che la narrativa è agli antipodi dell’angoscia traumatica. Ritiene che il proprio racconto sia già una teorizzazione circa la seduta e che in questo contesto l’associazione libera consenta all’attenzione fluttuante dell’analista di rendersi disponibile a essere traumatizzato. Teoricamente si sofferma sul racconto allegorico come concepito da Walter Benjamin: una forma espressiva che ben si adatta alle circostanze del movimento effimero del fatto clinico psicoanalitico.
L’Autrice attribuisce l’angoscia dell’analista nel primo colloquio a un insieme di motivazioni interconnesse: il confronto con l’ignoto, con il paziente sconosciuto e con la partecipazione ignota dell’inconscio dell’analista stesso, la tentazione di diagnosticare e di escludere quando sopraffatti, gli anni che sono stati necessari per costruire un’identità analitica sicura e la sua continua instabilità. L’esitazione ad usare il supporto dei propri pari per rinforzare l’assetto analitico interno, perché la psicoanalisi come professione ha un ideale di funzionamento che è onnipotente e impossibile da raggiungere. Da questa prospettiva, non stupisce che una convinta raccomandazione all’analisi possa essere sviata nel corso della consulta zione. L’esperienza di come sia cambiato nel corso degli anni il nostro modo di discutere e l’atmosfera nei workshop fa sperare in futuri miglioramenti.