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Nel corso degli ultimi trent’anni, la legal geography si è affermata come percorso interdisciplinare di ricerca tra geografia e giurisprudenza. Il presente contributo ne traccia la traiettoria per stabilire se vada interpretata come un campo di ricerca autonomo e definito, o se sia meglio qualificabile come un flusso di ricerche eterogenee. Per rispondere, si considererà l’interesse del lavoro di Niklas Luhmann per gli approcci interdisciplinari allo studio del diritto, e alla legal geography in questo caso. In questo modo si offre una panoramica della ricerca tra diritto e geografia al pubblico italiano, anche col fine di suscitare maggiori adesioni e interesse.
Il concetto di agricultural heritage si è affermato nella letteratura internazionale per indicare paesaggi agrari caratterizzati da un elevato valore culturale, sociale ed ecologico derivante dalla sopravvivenza di sistemi agricoli del passato, alternativi all’agricoltura industriale. Analizzando la letteratura scientifica e i documenti ufficiali delle iniziative nazionali e internazionali su questo argomento, mi ripropongo di esaminare il concetto, gli oggetti che descrive e il suo ruolo operante e performativo nell’ispirare nuove pratiche agricole sostenibili.Con questo scritto intendo richiamare l’attenzione su un tema di ricerca in cui il sapere geografico può giocare un ruolo significativo. Il campo di osservazione è quello dei paesaggi agrari europei, sullo sfondo della scala globale e con un focus specifico sul nostro Paese. L’esame delle vicende di un particolare agricultural heritage italiano, la coltura promiscua della vite, consente di entrare nel merito dei complessi processi con cui si ‘costruisce’ un agricultural heritage e delle loro conseguenze.
Il presente lavoro, frutto di ricerche sul campo sviluppatesi nell’arco di otto anni (2015-2023), intende porre in evidenza l’evoluzione, i tratti comuni e le diversità che hanno caratterizzato le città di Belgrado e Trieste nell’affrontare la medesima crisi umanitaria, quella che dall’estate del 2015 ha stravolto le politiche europee sull’immigrazione e messo a dura prova i sistemi di accoglienza locali. Per esigenze editoriali, la nostra analisi sarà proposta in due ‘momenti’ concettualmente unitari seppur presentati in due distinti articoli: qui viene discusso il posizionamento del progetto rispetto alla letteratura esistente, la metodologia adottata e il caso di Belgrado; nell’articolo successivo (intitolato: Spazi informali e interstizi urbani lungo la Rotta Balcanica (2): Trieste Endgame e pubblicato nel prossimo numero di questa rivista) sarà presa in esame la capitale adriatica e, nelle conclusioni, si proporranno spunti di riflessione validi per il saggio nel suo complesso. La nostra analisi si articola pertanto partendo dalla ‘contro-mappatura’ di alcuni interstizi urbani trasformati dalla presenza di profughi e richiedenti asilo, per poi prendere in considerazione le geografie formali e informali prodotte dalle rispettive politiche dell’accoglienza messe in atto nelle due città – incluso il ruolo delle autorità e delle organizzazioni umanitarie e di volontariato.
In this article, I analyse the implication of the spread of videoconferencing for prisoners under pre-trial detention as a technology embedded in a process of civilising punishment by bureaucratising criminal procedure. This is specifically examined through a series of letters from Italian prisoners ‘engaged in struggles’, held in maximum security from 2006 to 2020. From a situated perspective, the letters describe videoconferencing as a way of disembodying and recoding the space-time of the prisoners, reducing them to a simulacrum: a series of images, sounds and glances caught by cameras and microphones. This technology ensures, through a both material and virtual geographical solution, efficiency, and security but at the cost of increasing the distance between the judge, society and the accused.
La crisi dell’Unione europea si manifesta prepotentemente ai suoi confini. Non solo i confini esterni della ‘fortezza Europa’, ma anche quelli interni tra Stati membri sono tornati al centro del dibattito politico in risposta alle diverse crisi degli ultimi anni. Se da un lato la volontà di ‘riprendere il controllo’ ha portato al riemergere di limitazioni per attraversare il territorio europeo, altri processi si sono attivati in parallelo a diverse scale, contribuendo a risignificare i confini intra-europei. Attraverso un’analisi del confine tra Italia e Francia, l’articolo sostiene innanzitutto la necessità di porre l’accento sulla coesistenza di processi diversi per comprendere le dinamiche in atto al confine; in secondo luogo, si propone di interrogarsi sugli effetti di questa coesistenza, in particolare nella definizione di nuovi modelli di governance transfrontaliera.
Jean Brunhes ebbe un ruolo fondamentale nella realizzazione del progetto Archives de la Planète (ADLP), finanziato dal magnate Albert Kahn tra il 1912 e il 1933. Il geografo francese partecipò insieme ad altri operatori alle missioni nazionali e internazionali, apportando la sua metodologia all’allora nascente disciplina della geografia umana. L’articolo intende indagare l’impiego della fotografia e della cinepresa da parte di Brunhes come strumenti per produrre conoscenza geografica. A tal fine è necessario comprendere il contesto storico nel quale tali strumenti sono stati adottati, per ricostruire il ‘metodo Brunhes’ e le modalità in cui fotografie e filmati sono stati usati nella documentazione. Infine, gli ADLP conservati presso il Museo Kahn di Parigi vengono analizzati come luogo predisposto a una pratica geografica con risvolti didattici e divulgativi.
Il contributo si propone di esaminare l’approccio del geografo David Seamon in relazione a una delle sue opere più conosciute e influenti. Collocate le teorie e la metodologia di Seamon nel quadro della geografia umanistica coeva e in quello del pensiero fenomenologico, il contributo analizza alcuni studi direttamente legati alle intuizioni di Seamon e ne dimostra, infine, tanto il valore attuale quanto i potenziali impieghi per lo sviluppo di nuove analisi geografiche dei luoghi.
Come misurare l’authorship plurale nei lavori scientifici? Si tratta di una questione importante e forse sottostimata nelle pratiche di valutazione della disciplina geografica, almeno in Italia. Sono molte le implicazioni dei possibili diversi modi di affrontare il tema. Questo contributo vuole solamente aprire un dibattito all’interno della nostra comunità scientifica.
Rielaborando l’esperienza autoriale e attoriale nell’ambito di una cena con delitto inscenata presso la Società Geografica Italiana in occasione della Notte Europea della Geografia del 2023, il testo riflette sul ruolo delle performance come occasione per esplorare ed espandere la definizione di geografia pubblica, intesa come espressione e manifestazione di ciò che geografe e geografi ‘possono fare’.
Francesco Chiodelli, Cemento armato. La politica dell’illegalità nelle città italiane (Giovanni Laino) – Maurilio Pirone (a cura di), Ultimo Miglio. Lavoro di piattaforma e conflitti urbani (Laura Eccher) – Leslie Kern, La gentrificazione è inevitabile e altre bugie (Teresa Graziano) – Giovanni Semi, Manuale per una gentrificazione carina (Teresa Graziano) – Paola Imperatore, Emanuele Leonardi, L’era della giustizia climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologica dal basso (Giorgia Scognamiglio) – Maria Chiara Giorda, La Chiesa ortodossa romena in Italia. Per una geografia storico-religiosa (Alberto Vanolo)
In seguito alle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19, diversi atenei italiani hanno organizzato iniziative individuali o di gruppo per ridurre le sofferenze degli stu-denti. Tra i vari metodi utilizzati in queste iniziative c’è anche la metodologia fenomeno-logico-ermeneutica. Scopo del presente contributo è quello di descrivere un’esperienza di gruppo basata su questo approccio, realizzata in un ateneo italiano anche al fine di iden-tificare i nodi critici legati ad essa. Al gruppo da remoto hanno partecipato 12 studenti che hanno letto e discusso in ogni incontro alcune testimonianze riguardanti la sofferen-za di loro coetanei durante le prime restrizioni dovute all’insorgere della pandemia. A conclusione dei sette incontri è stato chiesto ai partecipanti di elaborare un testo che ri-portasse la loro esperienza. Successivamente è stata realizzata un’analisi dei contenuti delle narrazioni da cui sono emerse una serie di categorie fenomenologiche, che mettono in luce come la dimensione online non abbia impedito al gruppo di sperimentare relazio-ni ricche di significato in grado di favorire forme di rielaborazione del disagio esperito attraverso l’affioramento e la condivisione delle emozioni contribuendo così a una mi-gliore gestione delle emozioni stesse. L’approccio fenomenologico sembra così risultare una metodologia applicabile nei contesti di gruppo da remoto.