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Unico porto franco europeo, con profondi fondali marini e buone connessioni con Mitteleuropa e Turchia, il porto di Trieste è il principale approdo settentrionale del ‘Corridoio Adriatico’. Negli ultimi anni lo scalo è stato oggetto di molte iniziative, pubbliche e private, volte ad aumentarne la performatività a partire dall’incremento delle reti infrastrutturali, dal potenziamento di piattaforme logistiche e dall’efficientamento delle attività produttive. Questo contributo indaga le trasformazioni spaziali che ne sono derivate e che sono tuttora in corso riflettendo su come, in rapporto alla costruzione di reti globali, le nuove zone dedicate alla logistica stiano riconfigurando le logiche dello scalo attraverso la creazione di spazi complessi e ibridi.

Astrid Safina

Formalità e informalità dentro il sistema logistico Pireo-Aspropyrgos

TERRITORIO

Fascicolo: 103 / 2022

Lo sviluppo delle funzioni logistico- portuali del porto del Pireo sta determinando un’ampia dispersione di nuove localizzazioni nell’entroterra, dentro e fuori spazi facilmente riconoscibili. Attraverso un’osservazione ravvicinata del retroporto di Aspropyrgos, questo contributo mette in luce come l’espansione del Pireo si concretizzi in spazi segnati da attività che oscillano tra formalità e informalità. Attività tra loro complementari, che danno origine a una molteplicità di condizioni urbane.

Alberto Valz Gris

Cosco e l’urbanizzazione "turbolenta" del porto del Pireo

TERRITORIO

Fascicolo: 103 / 2022

A partire dal 2009, la cosco Pacific acquisisce il controllo del porto greco del Pireo, segnandone una significativa espansione commerciale e fisica. A questa radicale crescita si accompagnano diverse forme di interazione con lo spazio densamente urbanizzato in cui il porto opera. Da un lato, il porto assorbe spazio urbano e lo ricomprende all’interno delle proprie operazioni, tramite sia l’espansione delle infrastrutture esistenti sia l’assimilazione di nuove aree. Dall’altro, la crescita portuale è segnata da molteplici forme di conflittualità sociale, interne ed esterne al porto stesso. Nel descrivere l’articolazione spaziale emergente del Pireo, questo contributo ne propone una lettura urbana a partire dalle forme di frizione che ne segnano l’evoluzione.

Il progetto del quartiere di Maribor-Jug a Maribor (1973- 1982) ha rappresentato il culmine dell’urbanistica del socialismo autogestito in Jugoslavia. La complessità delle vicende progettuali, oltre alla difficoltà linguistica nello studio dei documenti originali, ne hanno fatto però un caso ancora non adeguatamente indagato dalla storiografia internazionale. In questo contributo, dopo un’indagine sulle vicende costruttive che chiarisce il ruolo dei molti attori coinvolti nella progettazione urbanistica e architettonica del complesso, attraverso una documentazione inedita, si esaminano i fattori di criticità dell’operazione, peraltro già rilevati nelle ricerche sociologiche coeve al completamento dei lavori.

Francesca Governa, Angelo Sampieri

Infrastrutture globali e divenire urbano. Pireo, Trieste e il ‘Corridoio Adriatico’

TERRITORIO

Fascicolo: 103 / 2022

Come osservare e interrogare gli spazi costruiti e trasformati dai grandi progetti infrastrutturali? Quali gli attori, le strategie e le scale da tenere sotto osservazione? Quali le relazioni fra il cosiddetto ‘global infrastructure turn’ e le dinamiche di urbanizzazione? Ponendo queste domande l’articolo introduce i testi del servizio che, nel suo insieme, si interroga sulle trasformazioni spaziali connesse al recente sviluppo infrastrutturale lungo il cosiddetto ‘Corridoio Adriatico’, a partire dai porti di Trieste e del Pireo. L’articolo discute la necessità di superare una visione puramente tecnica delle infrastrutture e dei processi che le riguardano, per riconoscerne l’attuale ‘salto di scala’ e vedere dal terreno tali interventi come parte delle nuove forme del fenomeno urbano contemporaneo.

Urban fringes are strategic resources for contemporary cities. They contain uncertain spatialities which could host significant open space enhancements through design actions aimed at climate adaptation and mitigation, to improve local livability and reconnect cross-scalar networks. They are places of multiple relations where different conditions – natural and agricultural green spaces and corridors, infrastructural networks with nodes and connections, decentralized historical and rural fabrics, slow mobility networks, marginal areas, abandoned spaces and leftovers – come together. This section collects papers and design experiments which investigate fringe renewal in relation to various spatial elements: architecture, abandoned spaces, open spaces, green areas and forestation.

The first confirmed cases of Covid-19 were discovered around the end of 2019 in Wuhan, Hubei Province, China, and the world as we knew it changed from then on. Whereas most of the research has focused on the meso-urban scale, there is only a limited number of studies focusing on the distribution of cases at a spatially granular scale within cities, throughout time. This work aims at filling this gap, by drawing different cities across the globe into a comparative project, where the spread of the pandemic is analysed throughout three distinct ‘waves’ of the pandemic. This study sheds light on the current debate about the variability of results across time and space, and how insights need to be reframed by accounting for the spatiotemporal dynamicity of Covid-19.

Comitato di Redazione

Revisori 2022

TERRITORIO

Fascicolo: 103 / 2022

Territorio ringrazia i revisori che hanno valutato gli articoli proposti per la pubblicazione per i numeri dell’anno 2022.

A cura della Redazione

Abstracts

STORIA URBANA

Fascicolo: 172 / 2022

A cura della Redazione

Recensioni

STORIA URBANA

Fascicolo: 172 / 2022

Samuela Marconcini

Caccia ai beni degli ebrei in una cittadina di provincia: il caso di Empoli (Firenze)

STORIA URBANA

Fascicolo: 172 / 2022

«n° 1316 cappotti e n° 323 impermeabili confezionati con stoffa fornita dalla Ditta Ebraica G. Spizzichino & C. di Roma, ora Magazzini S. Carlo» giacciono in attesa di sequestro nei magazzini della ditta Scardigli di Empoli, segnala con puntigliosità la prefettura di Firenze il 24 gennaio del 1944. Il 7 febbraio dello stesso anno furono se questrati i beni di un’altra ditta empolese, di cui risulta socio un ebreo di Roma. Il 16 dicembre 1943 si erano invece racchiusi in una cassa di legno tutti i beni di Vittorio Misul, uno dei pochissimi ebrei presenti a Empoli durante la seconda guerra mondiale. Una comunità ebraica a Empoli non esisteva più da molti secoli, da quando cioè, nel 1570, si era istituito il ghetto a Firenze e al momento dell’entrata in vigore delle leggi antiebraiche del 1938 vi erano soltanto due famiglie ebree: quella di Umberto Foà, operaio, e quella di Leonardo Lusena, generale dell’esercito in pensione e membro del direttorio del locale Fascio. Eppure la presenza a Firenze di un unicum nel panorama italiano, ovvero l’Ufficio Affari Ebraici guidato fin dal 21 dicembre 1943 dalle rapaci mani del commissario prefettizio Martelloni, fece sì che ogni angolo della provincia fiorentina venisse indagato alla ricerca di beni ebraici, in collaborazione e talvolta in contrasto con le varie realtà preposte alla persecuzione antiebraica: le forze di occupazione, i carabinieri, la polizia, la GNR, il reparto di Mario Carità, il Sicherheitsdienst tedesco.

Fabio Montella

Squadrismo, comunità ebraica e spazi urbani: il caso della città di Modena

STORIA URBANA

Fascicolo: 172 / 2022

Tra il 1919 e il 1922 le città italiane furono attraversate da un’ondata di violenza politica intensa, senza precedenti, una sorta di guerra a bassa intensità che contribuì – tra l’altro – a ridisegnarne i luoghi e i simboli identitari delle città. A Modena, proprio al centro di tutto questo, ci furono i luoghi della comunità ebraica: soprattutto piazza Mazzini e adiacenze. La città di Modena appare un caso di studio interessante, da un lato per compren dere come le spinte che da destra agitavano il Paese (nazionalismo, arditismo, futuri smo, fiumanesimo…) siano riuscite a convergere in nuove forme di rappresentanza che attirarono, nella loro orbita, anche una parte non marginale della comunità ebraica;; dall’altro per capire come quelle stesse spinte abbiano costituito, all’opposto, una grave minaccia per un’altra parte della comunità, che si oppose fin dall’inizio al messag gio mussoliniano.

La comunità ebraica di Milano in età contemporanea nacque nella seconda metà del XIX secolo. Il suo sviluppo corse parallelamente a quello della città, che nei decenni post unitari fu teatro di un imponente aumento della popolazione e del conseguente stravolgimento urbanistico, caratterizzato dalla necessità di adeguarsi al nuovo sviluppo economico e da una diversa distribuzione delle classi sociali al suo interno. Anche la giovane comunità ebraica crebbe insieme alla popolazione milanese, grazie soprattutto al considerevole flusso migratorio, sino a raggiungere negli anni Trenta la sua massima espansione;; si trattava di una minoranza appartenente al ceto medio o medio-­alto. La mancanza di un ghetto storico non ha permesso di individuare uno specifico quartiere ebraico, ma dall’elaborazione dati del censimento fascista del 22 agosto 1938 è stato possibile ricostruire come la distribuzione abitativa degli ebrei milanesi ricalcasse sostanzialmente quella dei concittadini del medesimo ceto socio-­professionale. Con l’eccezione della zona nord della città, prevalentemente operaia, gli ebrei milanesi risiedettero soprattutto nelle aree a nord-­ovest e nord-­est del centro, tra i Navigli e i Bastioni e a cavallo di questi ultimi, con una presenza, anche se meno significativa, a sud. All’interno di tale schema, la distribu-­ zione fu sempre omogenea e non si crearono specifici nuclei residenziali legati all’età di residenza, alla professione svolta, alla nazionalità di provenienza.

Questo contributo indaga attraverso l’analisi di materiali epigrafici particolarmen-­ te significativi alcune vicende di uno dei centri vitali dell’ebraismo italiano: Firenze. L’ipotesi sottesa è che, seguendo la pista della committenza ebraica ma anche considerando monumenti e lapidi in cui gli ebrei semplicemente compaiono, si possano ricostruire i rapporti fra minoranza e società maggioritaria dall’inedita angolatura dell’uso dello spazio urbano sul versante cruciale della costruzione della memoria pubblica. Il saggio si sviluppa su due episodi “lapidari” ebraici: il primo, noto quasi solo agli studiosi e qui brevemente ricostruito, è ambientato nel complesso di Orsanmichele e risale al Rinascimento (i “dintorni” del titolo). Focalizzandosi su iscrizioni di varia natura, funge anche da premessa metodologica al saggio, dimostrando come per ogni epoca l’indagine epigrafica rappresenti un importante strumento per la ricostru-­ zione di conflitti, avvicinamenti, interscambi culturali. La seconda e più cospicua par-­ te del saggio tratta la prima metà del Novecento, specificamente tra la fine della Grande Guerra e la conquista fascista dell’Impero (1920-­1937). Vengono analizzate tre importanti opere (una lapide e due monumenti), realizzate dalla Comunità ebraica fiorentina in un periodo molto critico e lacerante per l’ebraismo italiano, mentre sullo sfondo la traiettoria del regime raggiunge il suo zenit e le leggi antiebraiche del 1938 sono alle porte.

Tra Otto e Novecento il porto di Trieste fu un hub fondamentale in Europa e in Italia per l’emigrazione ebraica in Palestina, soprattutto per gli ebrei provenienti dall’Europa dell’Est, mentre dopo il 1933 esso divenne la principale via di fuga per gli ebrei tedeschi e austriaci, diretti nelle Americhe e a Shanghai. L’articolo analizza, sulla base della storiografia esistente e sull’esame delle fonti orali e visive, le fasi e l’organizzazione di questo flusso migratorio attraverso il porto adriatico, soffermandosi sul ruolo svolto dal Comitato Italiano di Assistenza agli Emigranti Ebrei di Trieste fino al 1943, che grazie alla sua rete di relazioni internazionali con le grandi agencies ebraiche, con le autorità italiane e con le compagnie di navigazione rese possibile la partenza di migliaia di persone verso la salvezza. Focus del saggio sono gli spazi che furono riservati all’emigrazione ebraica a Trieste, le pratiche burocratiche necessarie alla partenza e le esperienze individuali, che ci permettono di ricostruire, attraverso gli egodocuments le emozioni, i desideri, le pau-­ re e le speranze dei rifugiati.

L’arrivo delle truppe francesi a Ferrara portò, nel 1797, al primo atterramento dei portoni del ghetto: dietro all’atto simbolico era il riconoscimento dei diritti a favore della minoranza ebraica per la quale significò l’immersione nella vita sociale, econo-­ mica e politica della città (e non solo), compreso il parziale abbandono delle abitazioni del vecchio quartiere. Significò anche opporsi e/o reagire alla forma mentis descritta da Ariel Di Porto quando afferma che «in Diaspora quello della separatezza dell’olio rispetto agli altri liquidi è stato un tema centrale per esplicare una visione del mondo che individuava nella separatezza la chiave per sopravvivere in un ambiente circostante maggioritario e spesso ostile». L’articolo inquadra la scelta residenziale ebraica effettuata di volta in volta a seguito delle quattro liberazioni dal ghetto che si sono succedute a Ferrara nel XIX secolo, puntando l’attenzione soprattutto al periodo dall’Unità d’Italia fino al 1943, per analizzare le opzioni adottate individualmente in rapporto con il livello di emancipazione e di assimilazione: lo scopo è individuare l’entità e la definizione urbana della migrazione intraurbana dall’ex ghetto oltre alle motivazioni sottese (matrimoni misti, posizione politica e professionale, ceto economico e culturale).

Gadi Luzzatto Voghera

Presentazione

STORIA URBANA

Fascicolo: 172 / 2022

Nel corso degli ultimi anni si è affermata nel settore sanitario una crescente attenzione al miglioramento continuo della qualità dei servizi e del raggiungimento e mantenimento di elevati standard assistenziali. Tale approccio, che viene identificato con le politiche di clinical governance, si basa sull’individuazione delle migliori condizioni affinché personale e operatori sanitari possano fornire risposte efficaci ai bisogni di salute dei pazienti, tutelando il contenuto umanizzante delle relazioni con questi ultimi. Gli strumenti che contraddistinguono questo approccio possono essere ricondotti ai seguenti: clinical risk management; valutazione degli indicatori di performance; progettazione e implementazione di corsi diagnostico-terapeutici assistenziali basati sull’evidence-based medicine; audit clinico; creazione e implementazione di percorsi assistenziali; ricerca e sviluppo comprensiva di adozione di sistemi informativi e tecnologie abilitanti; utilizzo dell’Health Technology Assessment; formazione continua.L’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specialità “San Giuseppe Moscati” ha adottato da alcuni anni una cultura profondamente orientata alla clinical governance, adottando in modo compiuto e puntuale gli strumenti a essa riconducibili.

Gli autori, di estrazione clinica e organizzativo-manageriale, delineano i pilastri fondamentali dell’approccio sistemico alla pianificazione strategica del PNRR e del DM 77 secondo la prospettiva dei nuovi scenari di integrazione territorio-ospedale. Un approccio, quindi, che si fondi sulla valorizzazione delle competenze multiple esistenti nelle organizzazioni e sulla co-costruzione di mappe di analisi e di programmazione basate su modelli sistemici di gestione delle patologie, contribuendo, così, a superare le visioni autoreferenziali.In armonia con tale premessa, gli autori tratteggiano le caratteristiche di applicazione dell’approccio sistemico tipico del disease management, utilizzando l’Epatopatia Cronica come esemplificazione del potenziale disegno attuativo e partendo dai seguenti interrogativi di fondo: - come costruire un processo di pianificazione strategica PNRRDM 77 secondo una “visione sistemica” clinica e manageriale?- come transitare dalla strategia ipotizzata alla strategia attuata e tradurre le priorità e gli obiettivi in prassi condivise?- quale potenziale riorganizzazione dell’assistenza territoriale a partire dalle nuove formule organizzative (AFT e UCCP) indicate dal DM 77 e dagli Accordi con i convenzionati?- quale potenziale articolazione del futuro sistema integrato, intraterritoriale e territorio-ospedale, e del nuovo distretto sanitario?