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Il saggio intende esaminare il rapporto tra politica e futuro nel corso del 1992, un anno che determinò una cesura fondamentale nella storia della democrazia repubblicana italiana. In particolare, sulla base di un’articolata documentazione (documenti di partito, manifesti, programmi elettorali, stampa di partito, sondaggi e quotidiani), il contributo prende in esame innanzitutto il futuro immaginato prima delle elezioni nazionali del 5-6 aprile 1992 dai principali partiti politici (la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito democratico della sinistra e il Movimento sociale italiano-Destra nazionale). In secondo luogo, esso analizza poi il futuro presentato agli elettori nel corso della campagna elettorale dai partiti. Nelle conclusioni, si tracciano delle brevi considerazioni in merito a cosa la politica del 1992 ci dice del futuro corso della politica italiana fino a oggi.
Negli anni Settanta il boom della fantascienza, dovuto all’enorme successo di Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo, rende questo genere il più adatto a individuare e mostrare scenari futuri. Del resto, l’immaginario fantascientifico sembra prefigurare il domani, condizionando la percezione dell’avvenire. Quando nel marzo del 1977 la rivista Robot pubblica "SF e politica" esplode un vivace dibattito sulle caratteristiche della fantascienza progressista e conservatrice. La polemica favorisce una polarizzazione da cui ha origine l’esperienza di destra della fanzine Dimensione cosmica e quella del collettivo di estrema sinistra di Un’ambigua Utopia. Il saggio ricostruisce in particolar modo la storia di questo gruppo milanese di militanti della sinistra extraparlamentare. Si tratta infatti di una propaggine scanzonata e arrabbiata del movimento del ’77 che utilizza la fantascienza per avviare una riflessione più generale sul futuro della politica e sull’amara costatazione della fine della speranza in un mondo migliore.
L’articolo analizza la presenza di codici e linguaggi tipici della sensibilità "pastorale" in alcune correnti della sinistra radicale degli anni Settanta. L’ansia con cui si guardava al futuro, generata dalla percezione del rischio di una catastrofe ecologica e dalla paura degli effetti disumanizzanti della tecnica, prese ad alimentare l’idea di un ritorno alla natura, al fine di ristabilire l’equilibrio ecologico perduto e di porre di nuovo al centro l’uomo e le sue abilità. L’articolo si concentra sulle forme che questa sensibilità pastorale prese nell’ambito del design cosiddetto radicale, soffermandosi sulle sperimentazioni di alcuni gruppi di giovani architetti e designers fiorentini che ebbero molta fortuna, anche a livello internazionale. Uno di questi progetti - uno studio di taglio antropologico sul lavoro contadino - introduce all’ultima parte dell’articolo, dedicata a un sintetico panorama del folk revival degli anni Settanta.
L’articolo esamina come le principali culture politiche italiane abbiano percepito e introiettato la questione ambientale nei primi anni Settanta e come abbiano partecipato al nascente dibattito internazionale sulla sostenibilità. Il contributo indaga inoltre come, a fronte degli "studi sul futuro" allora tanto in voga, i principali partiti italiani immaginassero la società futura per ciò che riguarda i problemi dell’ambiente e dello sviluppo. Seguendo i dibattiti e le iniziative che si svolsero nelle aule parlamentari, nelle sedi di partito e sulla stampa in relazione ad alcuni eventi-chiave nazionali (come la pubblicazione del Progetto 80, l’istituzione del Comitato parlamentare per i problemi ecologici e la prima conferenza nazionale sull’ambiente) e internazionali (in particolare, la pubblicazione del Rapporto del Mit The Limits to Growth e la Conferenza sull’ambiente umano promossa dall’Onu, tenutasi a Stoccolma nel 1972), l’articolo mostra che, benché all’inizio degli anni Settanta l’ambiente fosse entrato nell’agenda dei partiti e fosse stata avviata una prima riflessione - ancorché scarna - sui temi della «sostenibilità», il dibattito su questi temi in Italia ebbe un seguito lento, accidentato e poco efficace almeno fino alla seconda metà del decennio.
Il Partito comunista italiano, anche per differenziarsi dal messianismo socialista, non impostò la sua azione politica nel secondo dopoguerra su una «contrapposizione fra una società storica con oppressi e oppressori ed una società metastorica senza oppressi ed oppressori», come osservò Norberto Bobbio nel 1955. Cionondimeno, non c’è dubbio che negli "anni duri" della Guerra Fredda il riferimento al "materialismo dialettico", pur mitigato dalla pubblicazione dei Quaderni di Gramsci, ebbe un peso nel definire una prospettiva teleologica che lasciò tracce nella sua visione anche successivamente. Dopo il 1956, però, una certa indeterminatezza ideologica, il proliferare di nuove correnti del marxismo, la trasformazione geopolitica del mondo e altri fattori si riverberarono sulla sua visione del futuro che tese a identificarsi con la stessa linea del partito. Negli ultimi due decenni di certezze sul futuro non ve ne furono più: se fu riaffermata l’«esigenza di socialismo» non lo era più la certezza del suo avvento, non rappresentava più in alcun modo un fatto inscritto nella dialettica della storia.
Il saggio ricostruisce il rapporto tra estrema destra e futuro nell’Italia della Guerra Fredda. Si tratta di un tema poco indagato dalle scienze storiche, politiche e sociali che hanno concentrato la loro analisi, piuttosto, sul peso del passato, in particolar modo sulla rielaborazione del fascismo. Per quanto discontinua e intermittente, la crescita elettorale dell’estrema destra suggerisce, non solo per l’Italia, di studiare con più attenzione le culture politiche di questa frammentata area politica, ricostruendone il rapporto con la democrazia, l’idea di società che si ambiva costruire e il futuro politico a cui si voleva partecipare. Da questa prospettiva, infatti, è possibile cogliere un vero e proprio cambiamento di paradigma, con l’estrema destra impegnata a rappresentare sé stessa non più come un attore politico sconfitto e schiacciato nella rielaborazione del passato, ma stagliata verso il futuro, convinta di poter tornare a ricoprire un ruolo di primo piano nella politica nazionale e internazionale.
Attraverso i versi dei cantautori, l’articolo cerca di cogliere la visione che i giovani orientati politicamente verso sinistra avevano delle due superpotenze: valori, disvalori, contraddizioni, prospettive per il futuro. In particolare, si noterà come, nella narrazione e nella rappresentazione del mondo bipolare, la canzone d’autore imboccasse tre diverse strade: da un lato essa si fece interprete - in una critica congiunta alle due superpotenze - delle paure legate alla corsa agli armamenti ed alla sfida nucleare. Un altro filone, invece, si concentrò - in chiave antistatunitense - sulla critica delle contraddizioni della società capitalista. Un ultimo, infine, vide i cantautori prendere di mira le antinomie del sistema sovietico; questo filone, minoritario nel corso degli anni Settanta, conoscerà un forte slancio negli anni Ottanta in corrispondenza con la crisi del comunismo internazionale. Sul finire del decennio la canzone d’autore si interrogherà sulla fine del blocco sovietico e sul futuro della politica mondiale.
Il saggio affronta un caso di studio decisamente peculiare: un’agenzia di stampa internazionale, nata nei primi anni Sessanta nei circoli e negli ambienti democratici cristiani giovanili, che mirava alla ridefinizione degli equilibri complessivi della Guerra Fredda attraverso la riforma radicale del sistema di informazione e di comunicazione mondiale. L’Inter Press Service, pensata inizialmente dentro la strategia di costruzione di una internazionale democristiana della stampa, si è affermata dapprima nel continente latino-americano, diventando progressivamente un punto di riferimento per i paesi del Terzo mondo e per il movimento dei non allineati. L’obiettivo del saggio è di ricostruire le vicende originarie dell’agenzia, i progetti e la mission, la rete di rapporti e la visione innovativa del metodo di lavoro giornalistico, caratterizzato da una forte politicizzazione e con finalità di trasformazione radicale degli equilibri mondiali esistenti per la costruzione di una futura società internazionale. Un progetto con tratti profondamente utopistici e radicato nelle dinamiche peculiari della Guerra Fredda.
Il saggio esplora il dibattito sul governo dello sviluppo economico dell’Italia e, in questa chiave, la visione del futuro del paese elaborata dalla DC negli anni Ses-santa, nel quadro dell’esperimento di centro-sinistra. Il contributo affronta tre am-biti di analisi. In primo luogo, esso prende in esame gli anni Sessanta come "età dell’oro" dell’idea di pianificazione nel contesto europeo e globale, per poi ripercor-rere il dibattito su programmazione e progresso elaborato allora dalla DC, in parti-colare in occasione dei convegni di S. Pellegrino del 1961 e del 1962. In secondo luogo, il saggio mette a fuoco le strategie di propaganda messe in campo dalla DC per rassicurare, ma anche per mobilitare i cittadini attorno alla visione di moder-nizzazione proposta dal partito nella prima metà degli anni Sessanta. Infine, il contributo analizza le reazioni dell’opinione pubblica italiana di fronte al centro-sinistra, alla proposta politica della DC e al futuro del paese; in questa prospettiva, esso esamina le crescenti difficoltà incontrate dal dibattito sulla programmazione e il rimodularsi di aspettative e fiducia nel futuro, a vari livelli, nell’ultimo scorcio del decennio.
Obiettivo della ricerca è studiare il ruolo che radio, televisione e cinegiornali svolsero nell’orientare l’opinione pubblica italiana tra gli anni Cinquanta e Sessan-ta. Attraverso parole ed immagini l’industria mediatica, direttamente o indiretta-mente controllata dal governo, ritrasse per il suo pubblico un paese che si incam-minava in maniera definitiva e risoluta verso un avvenire di progresso scientifico e tecnologico. La loro rappresentazione dell’Italia svolse un ruolo centrale nel rafforzamento del consenso e contribuì a definire una nuova identità democratica nazionale capace di adattarsi alle sollecitazioni della nuova stagione bipolare.
Oggetto del saggio è il futuro come discorso sulla polis: sulla politica come luogo nel quale la comunità elabora la coscienza di sé, forgia i suoi legami civici e valoriali, progetta le sue istituzioni di governo. Terreno empirico dell’analisi è il confronto tra le culture costituenti italiane sul modello di società prefigurata. Un confronto scandito dalla dialettica, costantemente tesa, tra diritto e politica e dal suo problematico apporto alla prospettiva utopica della rifondazione integrale dell’ordine sociale. Su queste basi, e sullo sfondo di una nuova guerra civile internazionale, il dibattito costituente pose le premesse per una convergenza pragmatica tra i grandi partiti popolari dentro una cornice di valori non pregiudizievole delle rispettive, spesso confliggenti, ragioni storiche.
In Italia come in Europa, la crisi seguita alla fine della seconda guerra mondiale non fu solo politica, economica e sociale ma anche culturale. Alla convinzione diffusa che in crisi fosse tutta la civiltà occidentale, si unì presto la paura di una nuova guerra generalizzata, segnata dalla minaccia atomica, che alimentò una letteratura dai toni apocalittici. Il saggio mostra come lo scrittore Giovanni Papini, per quanto ormai estraneo alle principali tendenze culturali affermatesi allora in Italia, incarnasse con la sua opera uno dei possibili esiti di quella "cultura della crisi" che si era sviluppata già negli anni Trenta. Affidandosi all’invenzione narrativa, egli seppe tradurre le sue radicate convinzioni antimoderne e antiborghesi in scenari inquietanti del futuro, ora anticipando tendenze reali, ora precorrendo temi che si ritroveranno più tardi in molta letteratura fantascientifica. Come intellettuale cattolico, inoltre, Papini fu per breve tempo anche un punto di riferimento per alcuni cenacoli di giovani cattolici alla ricerca di una loro via, tra spirituale e letteraria, che escludeva tanto un diretto impegno politico quanto l’allineamento all’indirizzo integralistico dominante nella Chiesa.
Sullo sfondo del lungo percorso di evoluzione delle tecniche tradizionali per l’approvvigionamento idrico in quella che Orazio definì, nel I sec a.C., «Apulia siticulosa», il saggio ripercorre i profondi cambiamenti avvenuti in Puglia nel periodo post-unitario con l’avvio di un complesso progetto di addomesticamento delle acque che ha portato alla realizzazione del più grande acquedotto d’Europa. Ciò ha segnato un mutamento profondo nel modo di concepire la tecnica e il progresso e il rapporto stesso delle comunità locali con il proprio territorio. Il saggio analizza le premesse, le strategie e le conseguenze di tale percorso di radicale cambiamento tecnologico, evidenziando il modo in cui la visione eroica della tecnica ad esso sotteso abbia generato un modello di sviluppo territoriale segnato da gravi problematiche ambientali e un paradigma di scarsità che si auto-alimenta. Di contro, il saggio illustra alcune recenti prospettive di recupero delle tecnologie idriche tradizionali all’interno di un nuovo progetto di sviluppo territoriale basato sulla valorizzazione di quel patrimonio stratificato (storico, territoriale e socio-culturale) che definisce l’identità dei luoghi.
Il saggio indaga uno studio locale finora inesplorato: il funzionamento dell’apparato di protezione antiaerea a Catania durante il secondo conflitto mondiale. Alla base dell’articolo vi è una ricerca originale, condotta su fonti inedite e conservate presso l’Archivio di Stato di Catania, l’Archivio Centrale dello Stato, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e il Museo dello Sbarco a Catania. Il focus è posto non sulla difesa attiva, ovvero l’artiglieria contraerea, bensì su quella passiva, comprendente tutti i mezzi impiegati per proteggere persone e cose. Dopo un breve resoconto delle misure adottate in città, lo studio analizza il principale strumento di difesa passiva: l’edilizia antiaerea. La galassia dei ricoveri antiaerei spaziava dagli ampi rifugi pubblici ai più ristretti ricoveri casalinghi, passando per i rifugi scolastici. Si documenta lo stato dei rifugi all’inizio e alla fine delle ostilità, analizzandone lo scarso livello di adeguatezza. Furono proprio i ricoveri antiaerei i luoghi simbolo della nuova quotidianità cittadina, stretta fra la costante minaccia aerea e le crescenti privazioni materiali. La prospettiva dei civili sulla guerra, in particolare quella aerea, viene restituita dai resoconti della Censura di guerra e della Questura. Da tali documenti emergono l’andamento del morale cittadino e, soprattutto, il progressivo scollamento che i bombardamenti alleati produssero fra regime e cittadini.
In questo contributo verranno indagati gli apparati informativi e contesti narrativi delle guide turistiche dedicate alla città di Rovereto prodotte nel XIX secolo. La comparazione di queste fonti ha permesso di mettere in evidenza le interpretazioni degli autori, i differenti contesti urbani e le diverse narrazioni dello spazio attorno alle quali si intrecciavano gli interessi delle committenze. Nel periodo preso in considerazione, Rovereto è stata un centro densamente popolato con una fiorente produzione manifatturiera, tra cui spiccava quella della seta, che l'aveva resa famosa in tutta Europa. Ma allo stesso tempo, si tratta anche di una cittadina italofona sotto il dominino austriaco in cui il sentimento culturale dominante borghese era quello italiano che, come accadeva in quasi tutto il Trentino, si traduceva in un certo sentimento anti-asburgico.
Fra i faldoni conservati nel fondo della Congregazione del Buon Governo depositato presso l’Archivio di Stato di Roma si possono annoverare molteplici fascicoli dedicati alla ristrutturazione e manutenzione del porto di Fano. Infatti, lo scalo fu oggetto di numerose attenzioni fin dalla prima epoca moderna per via della sua felice posizione. Affacciato sul mar Adriatico e comunicante con la via Flaminia, ossia il principale percorso congiungente Roma con Bologna e il resto d’Europa, l’approdo risultava strategico tanto per le comunicazioni quanto per i commerci. Uno degli ultimi incartamenti della collezione tratta dell’ottimizzazione del porto che si cercò di condurre a compimento all’inizio del XIX secolo, appena poco tempo prima che la discesa delle truppe napoleoniche costringesse lo Stato Pontificio alla sua prima dissoluzione dopo secoli di sopravvivenza. Seppur quindi la congiuntura non fosse affatto propizia, lo sforzo sostenuto dalle gerarchie papali testimonia il valore che l’ormeggio ricopriva per gli interessi nazionali: un’importanza tale da coinvolgere nella fabbrica idrostatici di fama (il capitano Giuseppe Castagnola e Pietro Zara), architetti papali (Virginio Bracci e Andrea Vici) e funzionari pubblici locali.
Gli studi sulla città di Candia devono fare i conti con la frammentarietà delle fonti e con il fatto che il patrimonio costruito di età veneziana è stato fortemente rimaneggiato o è scomparso. Il saggio indaga lo spazio urbano a Candia nel tardo periodo veneziano, una fase di poco precedente alla conquista ottomana, attraverso alcuni catastici inediti (XVI-XVII secolo) e il confronto con la storiografia e l’iconografia storica. Alla catalogazione dei toponimi riferiti a luoghi urbani è seguita una loro mappatura. Sono stati così esaminati da un lato i tipi di beni, gli edifici religiosi menzionati e la loro posizione – alcune ipotesi note di attribuzione sono state confermate e ne sono state avanzate di nuove – e dall’altro alcuni aspetti della suddivisione e dell’uso dello spazio: i luoghi coinvolti nei trasferimenti, l’organizzazione in contrade/parochie e l’analisi di alcune aree con vocazione specifica. La struttura dei catastici permette di mappare non l’esatta posizione delle proprietà, ma le macroaree in cui esse ricadevano: è possibile ricostruire quindi una geografia parziale del mercato immobiliare a Candia, identificando le aree maggiormente interessate dai passaggi di proprietà, e aggiungere nuovi strumenti per interpretare la città come processo spaziale, sociale, economico, politico ed edilizio.