RISULTATI RICERCA

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Francesca Piredda, Mariana Ciancia, Chiara Ligi, Anca Serbanescu

Ascoltare e raccontare. Co-progettare l’immaginario dello sport in carcere

TERRITORIO

Fascicolo: 102 / 2022

Questo scritto racconta l’apporto del gruppo di ricerca ImagisLab al progetto ACTS - A Chance Through Sport. Strutturatosi negli anni, l’approccio proposto assume la narrazione come un’attività che da sempre caratterizza gli esseri umani. Nella prima parte ri?ettiamo sul contributo della pratica dello storytelling rispetto alle ?nalità educative delle strutture penitenziarie e sulle potenzialità dell’immaginazione per dare forma al ruolo che lo sport può assumere al loro interno. Nella seconda parte descriviamo l’approccio applicato, il processo e gli strumenti di design, per ri?ettere su come l’uso della narrazione in contesti marginali possa favorire l’inclusione sociale e il dialogo tra i diversi stakeholder.

Andrea Di Franco

Progetto e carcere: un problema aperto

TERRITORIO

Fascicolo: 102 / 2022

Nelle carceri è storicamente percepita l’incapacità dell’ordinamento penitenziario italiano di tradurre i propri valori ispirativi in spazi di minima qualità abitativa per i detenuti e le attività che ne dovrebbero favorire il reinserimento sociale. A fronte di un patrimonio edilizio vetusto e inadeguato, un approccio possibile per incidere positivamente su tali condizioni critiche è la costruzione di un sapere progettuale teso a modi?care le strutture esistenti, attraverso l’indagine delle potenzialità insite nelle loro forme e nelle pratiche che devono ospitare. Questo è l’obiettivo di un programma di ricerca in corso da anni, che ha trovato una declinazione innovativa nella ri?essione e nell’agire progettuale su temi, spazi e pratiche dello sport e dell’attività motoria in carcere.

Lo sport è oggi un fattore importante per la costruzione di politiche per l’inclusione sociale. Un contesto peculiare di applicazione è quello delle carceri. L’ordinamento penitenziario italiano riconosce il valore dello sport come attività risocializzante, a bene?cio dei detenuti, ma l’attività sportiva nelle carceri italiane continua a essere minoritaria, a causa di un de?cit di spazi, attrezzature e competenze. Esiste un potenziale inespresso; per attivarlo, occorre un nuovo sapere progettuale operativo. Costruire e sperimentare questo sapere è stato l’obiettivo della ricerca ACTS – A Chance Through Sport. Raccontare gli esiti di questa sperimentazione è l’obiettivo del servizio proposto nelle pagine che seguono.

L’Archivio Piero Bottoni è una delle prime e più importanti raccolte archivistiche del Politecnico di Milano e, a livello nazionale, una tra le più signi?cative dedicate a un protagonista della cultura architettonica e urbanistica moderna: Piero Bottoni (1903-1973). A partire da una ri?essione sulle attività dell’Archivio dagli anni ’80 del Novecento ?no ai giorni nostri, in questo articolo si conduce una ri?essione sul rapporto tra conservazione del patrimonio culturale e ricerca scienti?ca e sul senso degli archivi di architettura, urbanistica e design nelle università.

All’indomani della seconda guerra mondiale la condizione abitativa a Milano è drammatica. Le stime del patrimonio abitativo perduto a causa delle distruzioni belliche lo quanti?cano tra il 15 e il 25% di quello preesistente. Il primo periodo della ricostruzione, tra il 1945 e il 1953, si caratterizza per la lentezza e soprattutto per l’esiguità di risposta al problema della casa per la componente più povera della popolazione. Il saggio propone un quadro dettagliato di questo primo periodo, per poi concludersi col riferimento a un diverso principio su cui si sarebbe potuta impostare la ricostruzione, concretato dall’esperienza del QT8 e del Monte Stella come ‘sogno’ perseguito da Piero Bottoni - per ‘una casa per tutti’.

Nell’Europa della prima età moderna la principale minaccia al potere dei sovrani proviene dalla famiglia stessa, ossia dai principi più pros-simi al trono i quali, rischiando di non cingere mai la corona, tentano di spodestare il titolare legittimo del potere. La storiografia ha ampiamen-te documentato le forme violente (i.e. rivolte armate e avvelenamenti) che queste iniziative generalmente assumono. Si è meno interessata, in compenso, a forme non violente di accaparramento del potere quale quella analizzata in questo articolo che consiste nel cercare di impedire al sovrano di sposarsi e di perpetuare il ramo principale della dinastia. Tale strada è imboccata da Giacomo di Savoia-Nemours, cugino ed erede per un quinquennio (1580-1585) del duca di Savoia, il quale, in-sieme alla moglie Anna d’Este, incoraggia la diffusione di voci sulla presunta incapacità del giovane cugino a generare figli, in modo da provocare l’estinzione del ramo principale a vantaggio del ramo cadet-to, il proprio.

Un appannaggio costituisce per un abile principe una concreta possibilità di costruire non solo la propria carriera, ma anche la fortuna dei suoi discendenti. Inoltre un appannaggio permette di acquisire un titolo trasmissibile agli eredi, trasformando quindi un cadetto - e perfino un «bastardo» naturalizzato - nel capostipite di un nuovo ramo della dinastia di origine.

La fortuna secentesca dei ritratti equestri femminili conosce un partico-lare sviluppo alla corte sabauda. Tra gli anni Cinquanta e Settanta di-verse opere rinnovano l’antica predilezione dei duchi per il ritratto equestre, celebrativo della storia dinastica e massima espressione della regalità. In questo contesto risulta nodale la serie dei grandi doppi ri-tratti su tela della Sala di Diana nella Reggia di Venaria (1657-1665), dipinti dai maggiori artisti attivi a corte, tra cui il fiammingo Jan Miel, romano d’adozione, e il lorenese Charles Dauphin, formatosi a Parigi: rappresentano una parata della famiglia ducale a caccia, dove duchesse, principesse e dame d’onore compongono una cavalcata di caccia-trici e amazzoni, eroine contemporanee e femmes fortes. Emerge qui un’immagine di potere femminile particolarmente legata alle Madame reali, Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours che ricoprirono il ruolo di reggenti. Le protagoniste della serie avanza-no su cavalli al trotto e si esibiscono nella complessa manovra della le-vade o corvetta, prerogativa dei ritratti maschili, ponendo così le rap-presentazioni di Venaria tra le rare declinazioni femminili di questa ti-pologia nelle corti europee di quegli anni. Per comprendere specificità e nuovi esiti di questa significativa fortuna, si ritorna allora alle opere, ai contesti e alla committenza in un critico periodo di passaggio di po-teri, ripercorrendo scelte di stile, modelli e iconografie in rapporto ai codici della ritrattistica e alle esperienze e pratiche in uso a corte. Dalle tele superstiti della serie di Venaria ai ritratti conservati nelle altre residenze, tra loro strettamente correlati, si traccia dunque una lettura d’insieme, con particolare attenzione ai dipinti del Castello di Racconi-gi tornando a rivedere l’identificazione delle enigmatiche principesse a cavallo.

This paper argues that Beatrice of Portugal used her cultural and social otherness as a device to construct an image and manage her power as the Duchess of Savoy. Considering the narratives of her sons Adrian, John, Amadeus and Emmanuel Philibert's christening festivities, written respectively by Antonino Dal Pozzo and Bonnes Nouvelles, this text discusses Beatrice's role and intentions as the author of the decorative programs.

Matthew Vester

René de Challant, ‘sovereign’ of Valangin

CHEIRON

Fascicolo: 1-2 / 2022

Nella prima metà del sedicesimo secolo, René de Challant fu a capo di una delle più prestigiose famiglie della Valle d’Aosta e, al contempo, governò territori in altre aree d’Europa. Benché la signoria di Valangin fosse inserita nella sfera di influenza elvetica, il suo stato giuridico era caratterizzato da una sostanziale ambiguità. Il contributo ripercorre il processo che indusse Challant a rivendicare il possesso di Valangin e a salvaguardare le proprie prerogative a fronte delle pretese avanzate dai conti di Neuchâtel. Tali aspetti consentono di riflettere sulle multiformi modalità in cui la sovranità fu intesa fino agli ultimi anni del sedicesimo secolo.

Attraverso questo saggio si cercherà di indagare l’incapacità di Casa Savoia, sotto il governo del duca Carlo Emanuele II, di ottenere una rapida vittoria sulla Repubblica di Genova, pur avendo sferrato un at-tacco a sorpresa, nei pressi del mar Ligure, nell’estate del 1672. L’umiliazione della guerra contro Genova del 1672 lasciò un vulnus psicologico, tanto che il figlio di Carlo Emanuele, Vittorio Amedeo II, fu abbastanza prudente da evitare un inutile conflitto con altri stati ita-liani, specialmente quelli che, come Genova, disponevano di una po-tenza navale superiore a quella dei duchi di Savoia. L’intervento di Luigi XIV per giungere alla firma di un trattato di pace tra i belligeranti - il trattato di St-Germain-en-Laye (1673) - determinò un ulteriore imbarazzo per Carlo Emanuele, i cui sogni di gloria militare dovettero infrangersi dinnanzi alla scarsa efficienza bellica.

Mario Riberi

Il potere di grazia nel Regno di Sardegna durante la Restaurazione

CHEIRON

Fascicolo: 1-2 / 2022

L’istituto della grazia «si evolve in funzione delle necessità dell’ordinamento e si presta così all’abolizione in via di fatto della pe-na di morte, alla valutazione di circostanze non previste dal legislatore, ripara errori giudiziari, si fa strumento di modulazione della pena» (Stronati, 2009). Nelle monarchie assolute ciò trovava giustificazione nella concentrazione di tutti i poteri nelle mani del sovrano, unico sog-getto in grado di condizionare le decisioni del potere giudiziario. Nella forma di governo parlamentare il potere di grazia è sopravvissuto come atto di prerogativa regia, conferito in via esclusiva al monarca. L’art. 8 dello Statuto Albertino riconosceva infatti al Sovrano il potere di fare la grazia e commutare le pene. In una prima fase si riteneva che il pote-re in esame fosse esclusivamente nelle mani del monarca, tuttavia, venne presto coinvolto anche il ministro Guardasigilli. Questi era chiamato, infatti, a controfirmare il decreto, di cui si assumeva la re-sponsabilità. Partendo da un’analisi necessariamente giuspubblicistica, il saggio esamina tale istituto soffermandosi in particolare sulla ricaduta del potere di grazia sul sistema penale dell’Ottocento.

Nella seconda metà del Settecento le feste teatrali furono il genere cui a Torino si fece più spesso ricorso per solennizzare le visite di principi e sovrani stranieri e per celebrare in musica i legami dinastici che la monarchia sabauda strinse con le principali corti europee. Luogo di co-struzione e rappresentazione della regalità, questo tipo di spettacolo costituisce un terreno fecondo per chi intenda studiare la politica curiale e le sue pratiche rituali; dal punto di vista culturale, teatrale e musicale, poi, offre non pochi spunti d’indagine. Particolarmente meritevole di attenzione è, in questo senso, uno degli spettacoli celebrativi più interessanti e singolari andati in scena nella capitale sabauda ossia La vittoria d’Imeneo di Baldassare Galuppi su libretto di Giuseppe Bartoli, allestito al Teatro Regio per le nozze di Vittorio Amedeo di Savoia con Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, nel 1750.

Il contributo analizza per il biennio 1713-1714 aspetti e significati della regalità legati alle cerimonie che videro protagonista Vittorio Amedeo II di Savoia, nuovo re di Sicilia, sia nella fase dell’acclamazione a Torino che all’entrata e all’incoronazione a Palermo. Sono indagati le feste e il viaggio in Sicilia come inizio di una kunstpolitik ed espressione di un popolo faber. L’architetto-sacerdote incarna in questi frangenti la figura del regista-progettista della scena barocca.

Alessandro Celi

Costanti e metamorfosi di regalità e sovranità nel Ducato di Aosta

CHEIRON

Fascicolo: 1-2 / 2022

Il Salone ducale del Comune di Aosta, risalente alla seconda metà dell’Ottocento, è decorato con affreschi che raffigurano i più impor-tanti personaggi della storia valdostana e una scena di ambientazione medievale, l’entrata in città del Conte verde. L’analisi delle immagini e il loro confronto con quelle del salone del palazzo vescovile di Aosta rivelano importanti aspetti dell’ideologia della classe dirigente valdo-stana del periodo, tanto laica quanto religiosa.

Luisa Clotilde Gentile

Corone d’oro, corone di carta. I Savoia e l’oggettivazione della regalità

CHEIRON

Fascicolo: 1-2 / 2022

Ancora in pieno Ottocento si avvertiva la necessità di ricorrere a un simbolo antico ed efficace, che evocasse la sacralità della persona del sovrano, reinterpretata in Italia in chiave laica e nazionale. La definizione della corona del nuovo regno, elemento di state-building visivo, non fu rettilinea, riflettendo man mano le tensioni politiche del momento. Essa restò un simbolo slegato dalla realtà oggettuale, esistendo solo nell’iconografia e nell’araldica del sovrano o dello Stato: una rap-presentazione virtuale, la cui efficacia era stata sperimentata dai Savoia nella loro secolare ricerca di regalità.

Il breve contributo ripercorre sinteticamente l’istituzionalizzazione del-la politica estera negli Stati sabaudi della Prima età moderna. Pur non avendo una struttura ben definita, l’importanza della diplomazia si evidenzia fin dalla reconquista di Emanuele Filiberto ed è un punto cen-trale della politica espansiva di Carlo Emanuele I. È solo con l’editto promulgato da Vittorio Amedeo II nel 1717 che si forma una Segreteria di Stato per gli affari esteri con il compito di organizzare e gestire la politica estera sabauda. Questa segreteria viene revisionata nel 1742, ma non viene modificata nella sostanza.