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Questo numero propone una riflessione su 300 numeri di "Italia contemporanea": una storia lunga, frutto del lavoro di diverse generazioni di studiose e studiosi. La rivista nacque nel 1949 con il nome di "Il Movimento di liberazione in Italia. Rassegna bimestrale di studi e documenti". A promuoverne attivamente l’iniziativa fu il gruppo di politici e intellettuali, aggregati intorno alla figura di Ferruccio Parri, che, pochi mesi prima, aveva costituito a Milano l’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Negli anni Sessanta la "Rassegna" divenne una vera e propria rivista scientifica di storia contemporanea, la prima in Italia interamente dedicata allo studio del XX secolo. Nel 1974 essa prese il nome di "Italia contemporanea". Il numero 300 ripercorre questa storia, con una selezione di alcuni articoli tra le migliaia pubblicati in questi decenni. Senza intenzioni celebrative, l’obiettivo è di individuare e analizzare quali siano state le linee interpretative emerse negli anni. Interrogandosi poi se e quanto innovative - rispetto alla storiografia coeva - furono quelle pagine, e in quale misura siano oggi superate (o meno). La scelta degli argomenti ha seguito la storia di "Italia Contemporanea", che nei primi anni ha indagato i temi del fascismo, della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, per poi allargare sempre di più lo spettro degli interessi, sino a comprendere le vicende più recenti dell’Italia repubblicana. Gli autori e le autrici che hanno commentato gli articoli scelti dalla redazione hanno attraverso gli anni collaborato con, o sono stati attenti lettori/lettrici della rivista.
This paper analyzes the Ager Nolanus Table by Ambrogio Leone and Gerolamo Mocetto attached to De Nola Treatise (1514). The analyses involved several iconographic aspects, including typographical ones, those relating to the technical construction of the drawing, the representation methods used, and the cartographic representation techniques until the comparison with the current geography of the places through contemporary cartography. This research uses digital graphic analysis for each of the identified aspects. The result of the comparative analysis of the Table, also in comparison with the other three Tables attached to the Treatise, highlighted its prototype character in the context of modern cartography.
This essay studies the effects of urban and architectural transformation on the neighbourhood of Kocharab in the city of Ahmedabad (Gujarat, India), laying open social and spatial discrepancies by contrasting the century- old traditions with recent large-scale interventions. It considers the imbalances both on a dimensional and infrastructural level and explores how architecture could serve as a social and spatial mediator as well as a strategic tool to address the issue of access to social housing and basic services. The article further questions what findings can be deduced from locally and flexible adequate architectural responses towards future urban formations amidst the challenges for an Indian city that is expected to double its current population size within the next decade.
L’articolo propone una lettura della mostra di architettura ‘The Modern Movement in Italy: Architecture and Design’ come catalizzatore di una molteplicità di interessi nel quadro dei processi dello scambio transatlantico culturale e disciplinare tra Italia e Stati Uniti della seconda metà del Novecento. Il testo ricostruisce i contenuti, l’ideazione, e la fortuna critica dell’evento, un’esposizione itinerante curata nel 1953 da Ada Louise Huxtable per l’International Program del Museum of Modern Art di New York in seguito a un soggiorno in Italia in qualità di borsista Fulbright. L’esposizione è interpretata come paradigma per guardare alla complessità e alla stratificazione multidirezionale che caratterizza la ricezione delle culture del progetto italiano nell’America dei primi anni ’50.
Partendo dall’osservazione, tanto del progetto quanto della forma costruita, del quartiere San Giusto a Prato di Ludovico Quaroni, ci si interroga sulla nozione di ‘città aperta’ quale alternativa spaziale e ‘politica’ alla tendenza della città contemporanea di organizzarsi per nuclei segregati. Se da un lato l’illusione di vivere in assenza di relazioni contestuali degenera nella formazione di enclave, dall’altro il bisogno di confini riconoscibili resta una condizione del vivere collettivo. San Giusto, con le sue corti aperte ma capaci di definire spazi circoscritti, sembra ancora offrire, a settant’anni dalla sua concezione, una forma ‘progressista’ dell’abitare, in cui morfologia architettonica e urbana concorrono a favorire relazioni dialogiche tra individuo e comunità.