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A cura della Redazione

Abstracts

STORIA URBANA

Fascicolo: 162 / 2019

Enrico Iachello

Giuseppe Giarrizzo e la storia urbana come storia politica: Catania, 1986

STORIA URBANA

Fascicolo: 162 / 2019

Il saggio rileva nella storia di Catania contemporanea (1860-1980), scritta da Giuseppe Giarrizzo nel 1986 per i tipi di Laterza, l’applicazione di un paradigma di storia politica che riesce, anticipando impostazioni metodologiche che solo a metà degli anni ’90 si affermeranno, a coniugare insieme spazio urbano e attività politico-sociale. L’approccio del libro di Giarrizzo privilegia la dimensione politica in quanto capace (o incapace) di ‘regolare’ i processi complessi e contraddittori della crescita urbana. Modelli culturali, articolazioni spaziali, topografia sociale e processi economici sono osservati dal punto di vista dell’attività politica, cui compete l’individuazione di un possibile equilibrio urbano e la definizione di una identità condivisa.

Il saggio si pone l’obiettivo di offrire una prima analisi della vicenda legata alla ricostruzione dell’abitato di Ponte di Legno (Brescia) dopo il devastante bombardamento austriaco che colpì il centro dell’Alta Valcamonica la mattina del 27 settembre 1917, lasciandolo a fine giornata «una sola rovina fumante». Gli studi fin qui condotti, infatti, si concentrano prevalentemente sulle vicende belliche che interessarono la linea di confine tra i due contendenti, attestata tra il passo di Gavia e quello del Tonale in Alta Valcamonica che - dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria - divenne immediatamente territorio di scontro. Altri approfondimenti più recenti riguardano invece le infrastrutturazioni belliche realizzate dall’esercito italiano lungo le tre linee di resistenza individuate nell’area camuna. Meno frequentato è invece il tema della difficile opera di ricostruzione del paese, che portò le autorità locali a mobilitarsi presso il governo per far fronte al drammatico stato in cui versava la popolazione già sfollata ben prima del bombardamento e a porre le basi per la rinascita del paese. Attraverso lo studio di fonti archivistiche perlopiù inedite, l’intento è stato quello di ripercorrere la travagliata vicenda analizzando il ruolo dell’ufficio tecnico speciale di Ponte di Legno, costituito dal ministero per le terre liberate nell’estate 1919, e l’iter di approvazione del piano regolatore redatto dall’ingegnere bresciano Giuliano Massarani (marzo 1920), la cui attuazione portò nel luglio 1921 all’inaugurazione del capoluogo ricostruito

La guerra al fronte è dura, ma molto più dura è la vita quotidiana dei prigionieri che si ritrovano a vivere talvolta in condizioni di estrema precarietà esistenziale. Molti si consegnano spontaneamente al nemico nell’aspettativa di un trattamento migliore e si ritrovano così a vivere in campi di lavoro o a essere utilizzati per lavori vari. La sorte di molti prigionieri austro-ungarici e con loro di slavi, russi e altre nazionalità rima ste coinvolte nel primo conflitto mondiale è segnata da lunghi spostamenti a ridosso del fronte lungo il quale si combatte un guerra logorante di posizionamento con avanzamenti di poche decine di metri alla volta e ripiegamenti della stessa distanza. Lungo un tratto di confine che diventa a un tratto terra redenta oppure terra contesa all’odiato nemico. Le testimonianze, sempre più rare, e lo scavo di materiale d’archivio specialistico, pur nella sua esiguità, offrono tuttavia spunti interessanti per ricostruire storie mai narrate e aggiungono piccoli, significativi dettagli di una storia non del tutto chiarita in sede storiografica. Mancano all’appello dati statistici sull’impiego di molti militari prigionieri in Italia della cui fine ancora oggi non si sa nulla. Il loro utilizzo nei territori italiani del nord, e soprattutto dell’area veneto-friulana, è stato per lo più di tipo agricolo e logistico nella costruzione di ponti e strade. È possibile che in futuro altri studi possano svelarci nuovi dettagli sulle loro attività e offrire agli studiosi ulteriori elementi per ricostruire la mappa dei loro spostamenti e del loro utilizzo nei territori italiani.

Tra il 1915 ed il 1919 in Italia, la presenza dell’esercito nella Zona di Guerra modificò l’aspetto fisico del territorio con l’istituzione delle servitù militari e delle occupazioni che imposero severe limitazioni ai civili. L’"invasione" del limitato orizzonte delle comunità rurali produsse in borghesi e paesani uno spiccato spirito adattivo: essi non si limitarono a subire, ma considerarono i militari a tutti gli effetti una risorsa da sfruttare, portatrice di un vantaggio maggiore del disagio arrecato. I sindaci richiesero perciò incessantemente ai deputati circoscrizionali accantonamenti di guarnigioni nei loro paesi, affinché l’economia potesse trarne beneficio. Si rafforzò la mediazione politico- clientelare, che avvantaggiò chi seppe inserirsi nel contesto economico della mobilitazione, ed escluse di fatto la maggioranza dei ceti subalterni agricoli da ricadute positive. Il saggio analizza le modificazioni fisiche verificatesi in borgate e campagne del Basso Garda, caratterizzato da forte espansione industriale entro un’economia agraria ancora prevalente, generate dalle strategie di sindaci, notabili e semplici cittadini attraverso il ricorso al "sistema" di mediazione politico-clientelare per profittare delle "opportunità" offerte dallo stato di guerra.

Questo studio si pone come obiettivo quello di analizzare i cambiamenti delle colture durante la Grande guerra nella Toscana meridionale e in particolare nella provincia di Siena. Attraverso un approccio anche di natura quantitativa si è indagato come un territorio, la cui economia era basata principalmente sull’agricoltura, seppe rispon dere alle contingenze del conflitto con particolare attenzione alla produzione del grano e del suo prezzo. Ciò è stato possibile grazie alla costruzione di appositi indici su prezzo e produzione. La ricerca storico-economica è stata affiancata anche da una di natura politico-istituzionale per osservare come la classe dirigente locale seppe rispondere alle direttive nazionali.

L’articolo illustra il ruolo assunto da città e villaggi rurali ed alpini delle regioni nord-orientali italiane all’interno della zona di guerra» durante il primo conflitto mondiale. Le amministrazioni municipali dovettero sostenere la mobilitazione logistica dell’esercito, difendere le cittadine dagli attacchi aerei, garantire nutrimento alle popolazioni e soccorrere i profughi. Le realtà urbane dovettero assumere nuove funzioni legate allo stato di guerra: città-fortezze, città-ospedale, città-centro logistico; gli spazi urbani vennero modificati dalla guerra e assunsero una nuova funzionalità.

Stefano Maggi

Le ferrovie dietro al fronte: trasformazioni della rete negli anni di guerra

STORIA URBANA

Fascicolo: 162 / 2019

Il saggio analizza le trasformazioni introdotte dalle necessità belliche sulla rete ferroviaria italiana del nord-est, nella quale si attivarono potenziamenti delle stazioni e dei binari e si costruirono nuovi tratti. Quando l’Italia entrò nella Grande guerra, il settore dei trasporti era contrassegnato dal predominio della ferrovia sulle medie e lunghe distanze. Di conseguenza lo sforzo logistico fu concentrato sui treni e sulle linee ferroviarie. Nel periodo dal maggio 1915 e fino al novembre 1918, nella zona del fronte furono attivati vari tronchi sia dalla parte italiana sia dalla parte austriaca, finalizzati a rifornire le trincee con uomini, vettovaglie, armamenti, arrivando in treno più vicino possibile al fronte. Ferrovie dello Stato, compagnie concessionarie di ferrovie private, come la Società veneta, talvolta direttamente l’esercito, costruirono nuovi tratti, anche di ferrovie smontabili Decauville, le cosiddette ferrovie da campo. Alcuni dei tronchi realizzati per la Grande guerra, furono poi convertiti all’esercizio civile, ad esempio la Cividale-Caporetto e la Dobbiaco-Cortina-Calalzo. Le fonti per ricostruire queste vicende, finora mai analizzate rispetto al fronte italiano, sono rappresentate dalle relazioni ufficiali delle Ferrovie dello Stato, dalle pubblicazioni e dai documento negli archivi militari, dai diari di guerra e dalla memorialistica successiva al conflitto.

Annunziata Maria Oteri, Renato Sansa

L’altra guerra. Aspetti economici, sociali e territoriali della mobilitazione generale

STORIA URBANA

Fascicolo: 162 / 2019

Il saggio presenta le principali tematiche trattate nel fascicolo che studia le trasformazioni di abitati, territori, società in relazione alla Grande guerra. Il tema, concepito entro un progetto editoriale dedicato al primo conflitto mondiale in occasione del centenario, si inquadra a sua volta in un programma ben più ampio, di cui «Storia urbana» si occupa da tempo, inerente il rapporto fra territori ed eventi catastrofici. Nella prima parte del saggio si delineano le ragioni che hanno spinto la rivista a occuparsi di questo tema in relazione ai due conflitti bellici, ma guardando ad alcuni eventi sismici particolarmente significativi, e all’intento, poi, di studiare in particolare i mutamenti causati dalla Grande guerra in una visione multidisciplinare. Nella seconda parte del saggio si introducono le principali tematiche trattate nel fascicolo, muovendo da due concetti chiave per le vicende che si raccontano, quello di mobilitazione e quello di zona di guerra.

This essay belongs to the fi eld of studies devoted to South European democratizations. As historiography has already underlined Europeanism played a key role in the political and institutional change of Spain and Portugal in the late Seventies. Starting from this assumption we will focus on the external infl uence in the reorganization of these countries’ socialist parties - and in particular - the way European action and perception infl uenced the renewal of their internal leadership. In order to describe this process we have chosen to backdate our analysis to the late Fifties. We will see how the respective domestic opposition groups interpreted the Eec under the Estado Novo and Franco regime and to what extent the meaning assigned - that time - to the European institutions contributed to shape the political message of the Iberian socialism, after the end of the dictatorship.

This article explores the cultural internationalism of the French Socialist party (Ps) from its birth in 1971, under F. Mitterrand’s leadership, until its electoral victories in 1981. During this major decade for the political, economic but also cultural globalization, its internationalism is a weak ideology. However, the Ps is mobilized in a lot of contemporary struggles all around the world and subscribes, like its ancestry, to the Socialist International. To decipher what its internationalism eff ectively means for the French Ps, the author chose here to study its cultural basis and productions.

The article focuses on the role and functions of transnational social democratic networks in the Socialist International and the European Community during the 1970s. It ventures into deliberations inside these networks and examines how socialist leaders perceived and dealt with the economic and monetary crisis and also its implications for European integration. It establishes that socialist networks regarded economic and monetary issues instrumental to their societal conceptions in which they actively engaged throughout the decade. It also demonstrates that European socialists regarded European integration conductive to their policy objectives, and deemed their ideas for a rearranged economic system conductive to European integration.