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Attraverso il filo conduttore della distinzione tra "concetto" e "fenomeno", Andrea Gilardoni interpreta il problema del tempo in Heidegger. In un confronto con i testi di Heidegger condotto alla luce dei concetti nietzscheani di eterno ritorno dell’uguale e di volontà di potenza, l’autore chiarisce tramite il concetto di "transhumano" (Übermensch) il passaggio dal concetto al fenomeno di tempo. Da questo punto di vista, il concetto di tempo appare come "la volontà di potenza: non però come libido dominandi, bensì come potenziamento della potenza (volontà di volontà)" [p. 73-121].
Obiettivo del saggio è argomentare la perdurante validità della tesi kelseniana della norma giuridica come giudizio ipotetico basato sul principio di imputazione. Dopo aver suggerito l’analogia con la tesi di Vezio Crisafulli della norma come precetto connotato da «ripetibilità», l’indagine prenderà in esame diverse tipologie normative che sembrano smentire l’assunto di partenza: le norme di principio, le norme programmatiche e le norme di competenza
La vasta letteratura sulla psicopatologia adolescenziale e gli esordi psicotici ignora la storia delle categorie diagnostiche che nel corso di 150 anni si sono succedute nella concettualizzazione di questi quadri clinici. L’Autore riassume la vicenda che, attraverso una prima descrizione dell’Ebe- frenia, portò al costrutto di Dementia praecox e, successivamente, a quello di Schizofrenia ancora in uso. Successivamente analizza le principali descrizio- ni psicopatologiche dei quadri di esordio che si sono succedute nel ‘900, in particolare quello della Schizofrenie simplex polimorfa e delle Schizofrenie subapofaniche. Tutti questi modelli riservano ancora oggi elementi di grande validità didattica e facilitano il corretto riconoscimento degli esordi nella clinica di oggi, che appare spesso confuso e tardivo per una serie di motivi. Tra questi la crisi della nosografia, la concettualizzazione degli esordi psi- cotici nel modello del disturbo del neurosviluppo tardivo, con le numerose accertate comorbidità ed i cambiamenti nel corso del tempo, il polimorfismo e l’aspecificità sintomatologica, da ultimo i grandi cambiamenti degli stan- dard comportamentali e cognitivi dei nativi digitali che spesso mascherano o si sovrappongono ai sintomi. Appare necessario per gli psichiatri clinici una riconcettualizzazione appropriata di questi quadri il cui trattamento precoce è di fondamentale importanza per la vita dei giovani pazienti, potendo condi- zionare positivamente la prognosi sia a breve che a lungo termine.
L’articolo presenta sei interpretazioni geografiche dell’area urbana di Milano e le riconduce a due distinti paradigmi scientifici: uno denominato "funzionale", che adotta un approccio deduttivo, e uno denominato "spaziale", che adotta un approccio induttivo. Si riscontra che alcune "figure urbane" sono riconosciute da entrambi i paradigmi e che i limiti amministrativi provinciali (oggi metropolitani) non corrispondono a nessuna delle letture analitiche dell’area urbana.
L’articolo analizza l’evoluzione del concetto di openness nell’istruzione superiore negli ultimi cinquanta anni, in base alla chiave di lettura dell’equità. A partire da cinque istanze normative di tale concetto, il contributo offre un’analisi di due differenti concezioni di openness, dedicando particolare attenzione al tema della valutazione: la prima concezione si sviluppa a partire dalla fondazione della UK Open University nel 1969 e trova piena maturazione negli anni Novanta e primi anni 2000 con il concetto di Open Distance Learning; la seconda prende le mosse dal movimento del Software Open Source e si fonda principalmente sul libero accesso a risorse e corsi, trovando compimento nelle Open Educational Resources e nei Massive Open Online Courses. Il contributo mostra come tutte le forme di openness analizzate perseguano un ideale di equità, ma con approcci di quest’ultima molto diversi e talvolta divergenti.
Il saggio affronta la questione del rapporto fra la tutela del benessere e della sicurezza al lavoro e le concezioni di organizzazione adottate nell’ordinamento giuridico, sostenendo che le vigenti norme di tutela del benessere e della sicurezza non sono adeguate agli obiettivi che dovrebbero conseguire. A questo scopo si mostra che: a) i saperi interdisciplinari sul benessere al lavoro e i principi fondamentali degli ordinamenti internazionali raccomandano l’adozione di prassi di prevenzione primaria, ossia la costruzione di processi di lavoro intrinsecamente privi di rischi; b) nondimeno, l’adozione di prassi di prevenzione primaria richiede che l’organizzazione sia concepita non come un’entità data e tendenzialmente immodificabile, ma come un processo di azioni e decisioni sempre modificabile e migliorabile; c) nell’ordinamento italiano l’adozione di una concezione di organizzazione come processo di azioni e decisioni è ostacolata sia da una “tradizionale” concezione dell’organizzazione come dominio riservato del datore di lavoro, sia da una recente decomposizione delle categorie generali della regolazione del lavoro. Ne consegue che un approccio di prevenzione primaria resta ancora largamente disatteso dalla regolazione della sicurezza e del benessere al lavoro.
La rilevanza del testo è legata ai processi dell’urbanizzazione e dei conseguenti sviluppi della pianificazione urbana e sanitaria quale processo per garantire ai cittadini salute e benessere. I saggi mettono in evidenza: l’importanza della presenza dei migranti e i loro bisogni emergenti di salute; la lotta alle morti evitabili attraverso la promozione di stili di vita consoni alla salute, con azioni legate alla educazione ed alla informazione del rischio; il conflitto dei soggetti di alcune realtà urbane tra il proprio lavoro e le conseguenze di questo in termini di inquinamento ambiente e malattie correlate. Si è considerata l’importanza dei determinanti sociali della salute e la lotta alla povertà che sottolineano prepotentemente l’urgenza di un approccio olistico e comunitario alla salute, in altri termini si è posta una rinnovata attenzione alle pratiche di pianificazione e programmazione della salute pubblica.
La sindrome agorafobica viene affrontata da diversi punti di vista. La discussione delle varie spiegazioni dell’agorafobia che si sono succedute negli anni mostra che sono avvenuti importanti cambiamenti nella teoria psicoanalitica. L’eziologia e il mantenimento dell’agorafobia includono il ruolo dei fattori genetici, delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali e dell’influenza delle condizioni sociali. Vengono presi in esame anche i contributi della teoria dell’attaccamento e alcune ricerche non psicoanalitiche che hanno contribuito a comprendere la sindrome agorafobica, sottolineando l’importanza del rinforzo e della generalizzazione dell’ansia, e l’efficacia della tecnica della esposizione. Alla fine viene presentato anche un esempio clinico. Nelle conclusioni viene sottolineato che la comprensione e il trattamento dell’agorafobia richiedono un approccio multimodale e interdisciplinare.
Guida all'uso
cod. 1306.1.2