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Alan G. Vaughan e Andrew Samuels, entrambi analisti junghiani, hanno avuto il piacere di incontrarsi durante la prima Conferenza di Analysis & Activism tenutasi a Londra nel 2014. Entrambi colpiti dalla presentazione di nuovi paradigmi e dalla applicazione dei principi della psicologia analitica oltre la stanza di analisi, alle comunità più diverse dal punto di vista etnico ed economico, le loro conversazioni si sono intensificate attraverso lo scambio di e-mail e la condivisione delle loro idee.Nell’agosto 2017 si sono incontrati di persona durante la conferenza dell’International Association of Jungian Studies (IAJS) a Cape Town, in Sudafrica, città natale di Nelson Mandela. Gli scambi sono stati animati e ricchi, il rapporto genuino. Hanno discusso di psicologia analitica, analisi e attivismo, politica, economia, diaspora africana e della diffusione della psicopatologia del razzismo. Le loro conversazioni sono continuate, sulle colline di Oakland in California, il 17 dicembre 2017.
L’autore immagina una conversazione tra uno psicologo specializzando in psicoterapia della famiglia e il filosofo francese Edgar Morin. Lo studente ha appena letto il primo volume de "Il metodo" ed è desideroso di approfondire la conoscenza attraverso l’incontro con l’autore. La conversazione dunque si dipana attraverso le domande del giovane e gli insegnamenti dell’anziano pensatore, riprendendo i concetti epistemologici espressi nel libro. Morin confessa allo studente gli intenti che stanno alla base della scrittura del libro, chiarifica la propria posizione epistemologica e si pone come autentico "maître à penser", aiutando il giovane specializzando verso una nuova visione della complessità del reale.
Il classico lavoro di Rosenhan On being sane in insane places (Science, 1973, 179: 250-258) continua a suscitare controversie. Vengono illustrati i termini del dibattito recente che verte sulla validità e il significato della diagnosi in psichiatria, la sua dipendenza dal contesto, gli effetti di reciproco condizionamento tra diagnosi e tipo di relazione utente-operatore. Si sostiene che questi problemi sono ancora vivi e in gran parte irrisolti dopo più di trent’anni, seppur trasferiti dall’ambito manicomiale a quello della moderna salute mentale aziendalizzata. Gli autori propongono che (1) l’approfondimento del concetto di giudizio clinico, (2) una maggiore disponibilità dell’operatore all’incontro con l’utente e (3) una capacità riflessiva sulle pressioni extra-cliniche sulle scelte terapeutiche possano costituire antidoti al rischio di aridità dell’at¬tuale prassi diagnostica e di stereotipia degli interventi.
La figura di Dorotea Sofia non è stata ancora adeguatamente sottoposta all’attenzione degli studiosi. Della sua vita ci si è occupati soprattutto in relazione ai fatti della successione al ducato di suo nipote Carlo di Borbone. Molto più in ombra sono state la sua fisionomia di duchessa nella fase precedente e soprattutto le sue relazione con le sorelle Pfalz-Neuburg, con le quali creò un network al femminile di sovrane consorti sparse per l’Europa. Moralità, religiosità, politica della magnificenza, partecipazione alla teatralizzazione del potere, ma anche maggiore attenzione alla preservazione degli spazi privati della famiglia ducale attraverso un restringimento della sua visibilità e degli accessi furono i campi principali nei quali Dorotea Sofia esplicò la sua funzione di duchessa, collaborando pienamente a mantenere alto il prestigio della famiglia Farnese, in un mondo nel quale la funzione paternalistica era molto forte. Nelle sue relazioni estere cercò di preservare il ruolo della sua famiglia di origine, spostandosi tuttavia sempre più da posizioni filo austriache a posizioni filo spagnole.
Nel loro ultimo lavoro, Capitale senza capitale. Roma e il declino dell’Italia (Roma, Donzelli, 2013), Romano Benini e Paolo De Nardis analizzano acutamente i molteplici punti di forza e le criticità di Roma e, per analogia, dell’intero Paese , in perenne tensione tra feconde opportunità e occasioni perdute, fornendo, al tempo stesso, indicazioni per arrestarne il declino e "ricostruire il benessere", inteso, quest’ultimo, nel senso più pieno di crescita sinergica di capitale economico, sociale e culturale.
È appena terminato il lavoro di una Consensus Conference sulle terapie psicologiche per ansia e depressione rivolta ai pazienti e ai loro famigliari, al mondo dell’istruzione universitaria, alle isti-tuzioni preposte all’aggiornamento professionale, al Sistema Sanitario Nazionale, al mondo della ricerca scientifica e degli enti finanziatori. Gruppi di esperti hanno analizzato la letteratura e steso un’ampia relazione che è stata sottoposta al giudizio di una Giuria, presieduta da Silvio Garattini, composta da esponenti della società civile. Queste sono alcune delle conclusioni: (1) non tutte le terapie sono da considerare di prima scelta, (2) alcune psicoterapie sono cost-effective e più effica-ci dei farmaci, e (3) sono raccomandate dalle più autorevoli Linee-Guida internazionali. Le psico-terapie sono sottoutilizzate nel Sistema Sanitario Nazionale, e i pazienti devono ricorrere al merca-to privato con una discriminazione di censo intollerabile in tema di salute. Spesso vengono utiliz-zati metodi terapeutici di non provata efficacia, e manca una adeguata informazione sui progressi recenti. Vi è bisogno di interventi informativi, formativi, organizzativi e di trasparenza, con impli-cazioni anche deontologiche.
In questa riflessione ci si vuole soffermare sul ridimensionamento del ricorso al carcere attraverso la combinazione dei princìpi «una cella un detenuto» e «il numero chiuso in carcere». Aggiungiamo: è solo un esercizio, una riflessione a prescindere. A prescindere dalla politica penale di governi vecchi e nuovi. A prescindere dalla possibilità di vere riforme. A prescindere da quelli che sono gli attuali equilibri politici, la cui vischiosità e improduttività in termini di prospettive riformatrici sono generalmente note (come se ciò non bastasse, il valore sicurezza, inteso come tutela dell’ordine pubblico, attraversa gli schieramenti e i sentimenti di ampi strati popolari in modo così profondo e distorto che è impossibile prevedere oggi una trasformazione del sistema penale e del ventaglio delle pene con un drastico ridimensionamento di quella carceraria). A prescindere però anche da alcuni princìpi considerati da molti, oggi, come valori irrinunciabili, in particolare quello della certezza della pena; o da ruoli definiti in determinati limiti, come quello attuale della magistratura di sorveglianza. Dunque questo è un intervento che riguarda una stagione che non c’è e che, se dovesse maturare in futuro, probabilmente dovrebbe passare attraverso riflessioni e scelte di dimensione europea. Qui e oggi questo intervento è quindi soltanto un esercizio, un tragitto di considerazioni senza attualità; o, se si vuole, solo una provocazione.
Si prende in considerazione la conferenza che Freud tenne su Leonardo da Vinci nella seduta del 1° dicembre 1909 della Società Psicoanalitica di Vienna quale anticipazione del saggio Un ricor-do d’infanzia di Leonardo da Vinci (Freud, 1910b). Si cerca di mettere in evidenza la discrepanza tra le ipotesi formulate da Freud e i dati storici allora a sua disposizione. Senza entrare nel merito specifico dell’errore di Freud sul tema dell’avvoltoio, ampiamente presente nella letteratura sul suo scritto, si esprimono perplessità sulle reali conoscenze di Freud nel campo della storia dell’arte e sul metodo da lui adottato nella ricostruzione della personalità di Leonardo, che volutamente trascura dati storici per affidarsi quasi esclusivamente a una psicoanalisi applicata che fa ampio ricorso alla fantasia, tanto che lui stesso definirà lo scritto che seguirà questa conferenza una biografia per metà romanzata. Un’incongruenza fondamentale di questa relazione, che non sarà emendata neppure nel saggio del 1910, è che Freud definisce “fantasia” ciò che Leonardo indicava chiaramente come un ricordo d’infanzia.
L’introduzione illustra brevemente il contesto storiografico e le ragioni da cui nasce questa sezione di "Italia contemporanea" dedicata alle vicende sindacali e ai conflitti di lavoro dei primi anni settanta. A quarant’anni dalla conclusione del ciclo di lotte 1968-1974, il mondo del lavoro ha drasticamente cambiato la sua fisionomia. I modelli e gli orientamenti di allora paiono ormai estranei all’oggi. Può essere utile dunque ripensare e verificare il senso di quegli avvenimenti e le conseguenze di quei processi sociali e politici.
Viene proposta una tassonomia di sistemi motivazionali di base (rettiliano, mammifero e neo-mammifero) emersi in diverse fasi nel corso di milioni di anni. Queste fasi non si sono sostituite le une alle altre, ma si sono riorganizzate nel cervello a diversi livelli gerarchici. Viene argomentato che (1) l’uomo è una specie ultra-cooperativa e che (2) un alto livello di cooperazione imprime una forte pressione selettiva per lo sviluppo di sofisticate forme di comunicazione intersoggettiva. Questi due sviluppi hanno avuto effetti a cascata sull’evoluzione, creando sia le condizioni per cui gli esseri umani sono diventati capaci di comprendere le intenzioni, i comportamenti, le emozioni e quindi la mente altrui, sia l’emergere del linguaggio e di modalità simboliche di evoluzione culturale. Vengono descritti i passaggi che portarono a questa strategia di sopravvivenza ultra-cooperativa e i loro meccanismi genetici, con particolare attenzione a un modello selettivo a più livelli, e vengono discusse le implicazioni per la psicoterapia e la psicoanalisi.