La ricerca ha estratto dal catalogo 104869 titoli
In questo lavoro l’autore si interroga sulle possibili conseguenze delle trasformazioni attuali in campo tecnologico sulla teoria e sulla pratica psicoanalitiche. In particolare, viene presa in considerazione la progressiva "virtualizzazione" della realtà che molti autori, in ambito filosofico e no, rilevano. Se viene meno la nozione di realtà per come la si è sempre pensata - per esempio contrapposta alla fantasia e all’immaginazione - sono ancora valide le categorie che la psicoanalisi utilizza e che derivano da un pensiero che si è costituito prima che tali trasformazioni avvenissero? La stessa nozione di genealogia sembra in profonda trasformazione: come incide su alcuni dei fondamenti su cui la psicoanalisi poggia, per esempio la differenza tra le generazioni? Anche il corpo appare soggetto alla stessa opera di smaterializzazione e disseminazione; ne sarebbero testimonianza le opere recenti di artisti che utilizzano ciò che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Non occorre allora ripensare alcuni fondamenti della psicoanalisi proprio a partire, però, dal metodo classico che può fornire comunque una sonda e uno sguardo scientifico su questa nuova categoria di umano che sembra andare costituendosi? Anche nell’ambito psicoanalitico stesso si sta riflettendo sull’impatto di tali cambiamenti, forse irreversibili, e confrontando con l’esigenza di individuare un possibile, ma probabil-mente necessario, punto di equilibrio tra la tradizione psicoanalitica, con i suoi strumenti di indagine, e il "nuovo" che si sta manifestando.
Il saggio, nato da una conferenza sul tema della democrazia organizzata da "Attac", è una trattazione della questione dei processi di individualizzazione e disindividualizzazione in relazione all’impegno politico che ripercorre la produzione sociologica recente e attraversa le analisi di autori come Norbert Elias, Jacques Derrida e Michel Foucault. Particolare attenzione è rivolta al problema dei presupposti impliciti operanti nell’analisi sociologica e a quanto da essi deriva sul piano valutativo. L’autore, che propone un recupero critico della nozione di individualità, mette in guardia da un lato rispetto a una considerazione atemporale delle categorie sociologiche e politiche, dall’altro rispetto alle riduzioni semplificanti dell’individualismo di cui sottolinea invece l’irriducibile complessità.
Tendenze emergenti e prossime sfide dell'underwear: dalle strategie vincenti delle marche di successo ai punti vendita
Questo testo può rivelarsi un prezioso strumento di analisi e comprensione dell’attuale fase di cambiamento del mercato per i vari operatori del settore dell’intimo: imprenditori, manager, creativi, responsabili marketing, commercianti.
cod. 577.2
La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è la più grave delle malattie del motoneurone e causa limitazioni motorie ingravescenti, nonché problemi nelle funzioni della respirazione, della deglutizione e della parola. Per le caratteristiche del decorso e della sintomatologia, la malattia minaccia continuamente l’autonomia delle persone affette e impone un carico assistenziale enorme ai caregiver e alle famiglie. Un’ampia letteratura descrive l’impatto della SLA sulla qualità di vita dei pazienti e dei loro caregiver, mentre poco studiato è il rapporto tra queste variabili e il funzionamento della famiglia nel suo insieme. Scopo del presente lavoro è proprio quello di valutare determinati indici di organizzazione familiare, nello specifico coesione ed adattabilità, in rapporto a variabili quali il carico assistenziale dei caregiver e la qualità di vita dei pazienti. I dati evidenziano un’elevata incidenza di famiglie che tendono verso punteggi estremi rispetto a tali indici, punteggi che tuttavia non si associano ad esiti negativi sul piano dell’adattamento psicologico ma, al contrario, mostrano correlazioni positive con le variabili che indicano processi funzionali di adattamento. Gli autori avanzano ipotesi sull’interpretazione di questi dati alla luce delle caratteristiche della malattia in esame, nonché su aspetti metodologici relativi all’utilizzo del questionario FACES III.
Quando si parla di scissione in psicosomatica, il nostro pensiero corre immediatamente alle difese messe in atto dal paziente che somatizza, senza pensare alla scissione avvenuta all’interno della psicosomatica stessa o alla scissione che l’operatore della salute usa come difesa contro il controtransfert che sperimenta. Lo scopo di questo lavoro è dimostrare l’importanza di poter riconoscere questo meccanismo non solo nel paziente ma anche in chi lo cura, al fine di promuovere una migliore integrazione mente-corpo.
Il lavoro si pone in un’ottica socio e psico-politica, volendo applicare da un lato concetti e modelli che traggono origine dal lavoro clinico con i gruppi e con gli individui, ed applicandoli ai rapporti internazionali; dall’altro anche utilizzando e cercando di integrare con i primi, osservazioni di carattere sociologico e culturale. Ci si propone di affrontare il tema dell’Unione europea, vista come processo di aggregazione e scissione di grandi gruppi in continua evoluzione dialettica fra loro, e di studiarne l’effetto sulla formazione dell’identità nazionale dei cittadini europei. L’attenzione è concentrata sulle dinamiche consce ed inconsce che possono agire da stimolo e/o da ostacolo verso l’avvicinamento-allontanamento dagli altri Stati membri dell’Unione, focalizzandosi in particolare sul Regno Unito e sull’Italia. Questi due paesi sono usati come rappresentanti di due opposte scuole di pensiero. Nel fare ciò, alcuni miti e riti nazionali vengono discussi. Vengono ipotizzati rapporti fra elementi storici e culturali appartenenti ai due paesi, che possono essere rilevanti per comprendere meglio gli atteggiamenti anche inconsci, e spesso contrastanti, verso l’unificazione europea. Anche alcuni conflitti culturali che possono a volte emergere nel lavoro clinico analitico, vengono esaminati. Questi trends vengono osservati in un contesto di equilibri internazionali mutevoli, e alla luce dei processi di regionalizzazione e globalizzazione, includendone anche un accenno ad alcune relative reazioni difensive. Si descrive il concetto di nazione come elemento transizionale in senso winnicottiano, e come ponte verso il raggiungimento di un desiderabile cosmopolitismo. Viene descritto il concetto di patologia sociale, ed è proposto un modello di integrazione culturale possibile.
L’articolo, partendo da un inquadramento dell’istituzione carceraria quale luogo di scissioni, analizza il tema del rischio collusivo che ogni Operatore che lavora in carcere si trova inevitabilmente ad affrontare. Un’Istituzione scissa - quale è appunto il carcere - porta facilmente a schierarsi e di conseguenza a colludere. Prendendo le mosse dalla radice etimologica della parola "collusione" e dal suo impiego nel Diritto, si dà in seguito una definizione del termine così come utilizzato in psicologia fino a collocarlo nel contesto penitenziario. Nell’articolo vengono analizzate tre diverse "tentazioni collusive" a seconda dei diversi partner coinvolti nella relazione: la committenza, la Polizia penitenziaria e i detenuti. Si approda infine ad una nuova definizione del termine "collusione", più ampia e non meramente negativa, presa in prestito da Renzo Carli.
Eva Justin fu una delle principali ricercatrici del "Centro di ricerca sull’igiene razziale e la biologia della popolazione" della Germania nazista diretto da Robert Ritter, e le sue indagini contribuirono a far sterilizzare e/o mandare a morte migliaia di rom e sinti, adulti e bambini. L’articolo analizza la tesi di dottorato sui bambini zingari (recentemente tradotta in italiano) che Eva Justin sostenne nel 1943 all’Università di Berlino; esso cerca di mostrare come tutti i dati empirici presentati vengano costantemente distorti dalla cornice teorica di una forma di criminologia razzista in competizione con altre espressioni di razzismo nazista. Delineando brevemente i contesti in cui si è sviluppato lo studio di Justin, l’articolo vuole anche attirare l’attenzione sulla pratica diffusissima nella Germania prenazista della sottrazione dei minori sinti e rom alle famiglie da parte dello stato per internarli in istituti o darli in affido/adozione a famiglie di contadini. I dati su tali bambini costituirono la base storica della tesi di Justin, mentre la parte sperimentale del suo lavoro si basava sulle "osservazioni psicologiche" sui bambini di un istituto retto da suore cattoliche, che saranno poi immolati ad Auschwitz nell’agosto 1944.
cod. 1944.5