Titolo Rivista PSICOANALISI
Autori/Curatori David Morgan
Anno di pubblicazione 2026 Fascicolo 2026/1
Lingua Italiano Numero pagine 23 P. 53-75 Dimensione file 174 KB
DOI 10.3280/PSI2026-001004
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Nell’opera di Euripide “Le Baccanti”, l’autore posiziona il pubblico come spettatori che sono allo stesso tempo affascinati, inorriditi e coinvolti nello svolgersi della violenza. Ma il coro non si limita a osservare. Partecipa attraverso il canto, il commento e la testimonianza rituale che inquadrano la distruzione di Tebe come inevitabile, misteriosa o divina. Come questi anziani tebani che forniscono il libretto per la catastrofe pur insistendo nel rimanere esterni alla sua rappresentazione, gli spettatori contemporanei sono attratti in un dramma di osservazione senza azione, di conoscenza, pur rimanendo passivi in modo inquietante (Sklar, comunicazione personale, 2025). Sono in un certo senso complici liturgici e vorrei includere anche la mia voce in questo saggio, come contributo attuale a questa liturgia. Mi interessa la posizione psichica dello spettatore e la difesa collettiva della neutralità di fronte all’atrocità. Basandomi sui concetti di O e K di Bion, sulla distruzione attiva della conoscenza e sulle posizioni paranoide, schizoide e depressiva di Klein, sostengo che le rivendicazioni di neutralità non sono in realtà posizioni di oggettività, bensì difese attive contro la conoscenza catastrofica che la testimonianza richiede a tutti noi. Attraverso tre crisi contemporanee – la crisi di Gaza, la guerra in Ucraina e la tragedia della Grenfell Tower nel Regno Unito – esploro come individui, istituzioni e nazioni mobilitino sofisticate operazioni psichiche per evitare di assumere il ruolo di testimoni. Queste operazioni includono la scissione, la creazione di categorie di vittime “degne di essere compiante” e “non degne di essere compiante”, la proiezione, l’attribuzione della violenza a terzi distanti, negando in questo modo la propria complicità, e quella che definisco scotomizzazione strategica: una cecità coltivata che permette di essere consapevoli della sofferenza, rifiutandosi però di comprenderne il significato o, cosa ancora più importante, il nostro coinvolgimento in essa. Ho esplorato questo tema nel mio controtransfert in relazione a due gruppi di supervisione: uno in Cina, durato otto anni, e uno di breve durata in un paese musulmano autoritario e teocratico. Entrambe le esperienze mi hanno richiesto di svolgere il ruolo di supervisore, pur essendo consapevole della natura autoritaria del regime in cui operavano i miei terapeuti. Al termine di uno di questi gruppi, ho espresso la mia preoccupazione per la riservatezza in un paese noto per il controllo, e un clinico ha commentato: “Non si preoccupi, Dott. Morgan, lei non è così importante!”. L’articolo sostiene che la neutralità spesso funziona come una difesa maniacale contro il riconoscimento depressivo. Per essere veramente testimoni di questi eventi, sarebbe necessario riconoscere la nostra dipendenza da sistemi che producono sofferenza, la nostra complicità in strutture di violenza e il costo psichico del nostro benessere. Il rifiuto di testimoniare che riconosco in me stesso non è ignoranza passiva, ma un’operazione psichica attiva e forse persino necessaria alla sopravvivenza.
Parole chiave:scotomizzazione, testimonianza, neutralità, grievability.
David Morgan, Neutralità? Gli spettatori e il rifiuto di testimoniare. Riflessioni sull’Ucraina, Gaza, Grenfell e il clima in "PSICOANALISI" 1/2026, pp 53-75, DOI: 10.3280/PSI2026-001004