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Da una parte l’immaginare la conoscenza scientifica "vera" come incorporea e asituata, dall’altra l’esigenza di un "prendere la parola" e della sua localizzazione eco-sociale e spazio-temporale. La conoscenza è un’attività creativa sempre e comunque concretamente in atto, emergente all’interno delle più vaste "interdipendenze costitutive" di cui è parte. La percezione del carattere unico e contingente di ogni singolo accadimento non può essere scollegato dallo sguardo dell’osservatore cui accade. La prospettiva è quella di una convergenza tra saperi a lungo compartimentati con un attraversamento dei vari campi disciplinari e delle reti eco-sociali che li sostengono. Tutto questo e altro nutre l’auspicio ad "ascoltare il mondo" contro l’avanzata di un progetto di civilizzazione ormai fuori controllo.

Sergio Manghi

Il presente della relazione. Dialogo, differenze, società-mondo

RICERCA PSICOANALITICA

Fascicolo: 1 / 2018

L’articolo propone alcune riflessioni sui problemi e le opportunità che la pratica del dialogo incontra nel presente, inscritto nel quadro dell’intera storia umana. Il presente è considerato come inizio travagliato di una nuova forma societaria, la società-mondo, intesa, con Morin, come nuova comunità di destino. Vengono discusse tre nozioni, ritenute in grado di evidenziare le questioni più sfidanti: eterogeneità, simultaneità e caduta della gerarchia. Si assume, con Girard, che le interazioni sociali umane siano da sempre regolate tramite gerarchie unanimemente credute di origine sacra, ovvero extra-umana, fondate primariamente sull’efficacia evolutiva del dispositivo sacrificale. Si ipotizza che, con l’affermarsi delle narrazioni che rivelano l’innocenza della vittima espiatoria (in specie i Vangeli), sia iniziato un radicale processo di indebolimento della gerarchia che ha portato dalla regolazione verticale delle interazioni sociali alla sfida inedita di regolazioni più dirette e orizzontali. Con il modernismo, e poi con la recente globalizzazione, marcata dallo sviluppo di tecnologie comunicative iperveloci, questo processo ha conosciuto una poderosa accelerazione, con esiti in prevalenza individualistici e distruttivi. Si suggerisce che esiti diversi, capaci di favorire processi di soggettivazione positiva, richiedano la promozione di un sentimento ecologico (nel senso di Bateson) di partecipazione relazionale alla società-mondo in formazione.

Sergio Manghi

Editoriale

RUOLO TERAPEUTICO (IL)

Fascicolo: 129 / 2015

In un tempo, nel quale l’immaginario collettivo del prendersi cura va assumendo sempre più un orientamento tecnico-specialistico, l’articolo di Laura Fruggeri muove controcorrente e pone in evidenza il carattere "multi-componenziale" del processo terapeutico. Ciò significa esaminare il suo comporsi attraverso diverse coordinate dell’azione di cura fra loro ineludibilmente intrecciate, dove il sapere tecnico non è che una, per quanto ovviamente molto importante, delle dimensioni in gioco. Viste nella forma di coppie complementari tra polarità in tensione dinamica, tali coordinate potrebbero essere riassunte così: la tensione tra i saperi tecnici e quelli relazionali, la tensione tra lo sguardo sull’azione e quello sui suoi contesti di significazione, la tensione tra quanto avviene nel setting terapeutico e quanto avviene nel più vasto "scenario" sociale, culturale e istituzionale del quale il setting terapeutico è parte - e parte attiva. L’articolo riassume queste coppie complementari in una sola: la coppia tecnico-procedurale/simbolico-relazionale.

La soggettività non è una qualità separata dal corpo, come tendiamo a pensarla noi moderni, ma una qualità inscritta nell’organizzazione vivente stessa. Inoltre, essa è non è meramente intra-dividuale, ma allo stesso tempo relazionale e sociale. Tale interpretazione della soggettività, ispirata in particolare all’opera di Edgar Morin, è convergente con le riflessioni filosofiche sul soggetto sviluppate da Iofrida nella sua discussione delle evidenze sperimentali dell’infant research di orientamento sistemico, e può aiutare a comprendere le attuali sfide di sopravvivenza della nostra specie, la cui evoluzione è affidata per la prima volta nella sua storia a una forma di coesistenza priva di un epicentro organizzatore unico: la società-mondo.

Sergio Manghi

Liberi, liberi. Tra violenza e fraternità

EDUCAZIONE SENTIMENTALE

Fascicolo: 14 / 2010

Dal 1945 ad oggi, le nostre società e il nostro immaginario collettivo sono cambiati profondamente. Ed è cambiato anche il modo di significare la violenza smisurata che ha fatto il suo ingresso nella storia con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, nel frattempo proliferate. All’immaginario postbellico, caratterizzato da aspettative di forte integrazione sociale e da un rapporto protettivo, "pater-materno", tra individui e istituzioni, è seguito l’immaginario degli anni ’60 e ’70, caratterizzato dal dilagare del desiderio "filiale" di indipendenza e di libertà. A partire dai primi anni ’80, la spinta libertaria è stata incorporata, trasformata e sublimata dall’immaginario "neo-liberale" del capitalismo tecnonichilista (Magatti). Con questa inedita configurazione sociale, caratterizzata dal convergere delle spinte libertarie - radicalmente individualizzate, frammentate ed estetizzate ("godimento cinico": "i"ek) - e degli apparati tecnologici sviluppati in tutti gli ambiti della vita, incluso quello militare, ormai potentemente nuclearizzato, il nichilismo profetizzato da Nietzsche tende a permeare l’immaginario collettivo. Nelle nostre relazioni, dal livello internazionale a quello interpersonale, emerge una nuova sfida: la sfida della fraternità. La sfida del riconoscimento reciproco tra i "figli" in uscita - auspicabilmente - dall’adolescenza della libertà.

Sergio Manghi

Contratto naturale e contratto sociale. La questione ecologica come questione antropologica

CULTURE DELLA SOSTENIBILITA '

Fascicolo: 2 / 2007

The dualism between Natural and Human Sciences is still persisting. The reason of it consists in the underestimation of the linguistic issues: expressions like fight against pollution, environmental protection, preservation of ecosystems and similar ones do not have unambiguous meanings. For example there is a frontal ecology which assumes some descriptive- explanatory notions which can be summarised through the word environment, and there is a relational ecology which adopts the ecosystemic explanatory principle both in the description of the observed systems and in the description of the relationship between observed and observing systems. From this point of view, the term ecology designates primarily (even though not only that) a general epistemology of living processes with an evolutionistic character. Or, if we prefer, an epistemology of complexity. With regards to social sciences a notion of ecology so meant, detached from the objectivistic-frontal concepts of the environment and the ecosystem, entails the task to contribute to the same definition of what can be meant through terms like environment and ecosystems, that is, to construct new explanatory principles. In other words the ecological issue is a question of communication, first of all, between human beings conceived ab origine as living beings, as entirely bio-socio-cultural animals, embedded in pragmatic, linguistic, communicative and living ecosystems which are larger than them. No Chernobyl could be understood apart from the understanding of Auschwitz. No ecology of the interaction between us and the environment could arise without a dialogue between a naturalistic knowledge and socioanthropological ones able to question and permanently connect their respective languages.

Sergio Manghi

Informazione di massa e relazioni medico-paziente-altri. Spunti da una ricerca

SALUTE E SOCIETÀ

Fascicolo: 1 / 2007

This essay is based on an empirical research on 55 doctors (Parma, Italy, 2001- 2002). It focuses on the communicational uneasinesses experienced by the doctors in their social interactions with the patients, their relatives, the Health Services, the media agencies, and the others individual and social subjects constituting the healthcare context. In particular, the relationship is analized between such communicational uneasinesses and the representations of mass information orienting the descriptions of their own interactive experience provided by the doctors to the researchers.

Sergio Manghi

Psicosi, famiglia, istituzioni. La riflessione di Gregory Bateson sullo schizofrenico John Perceval

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 3 / 2005

John Perceval era uno schizofrenico che nel 1836 e nel 1840, ritenendosi guarito, pubblicò due volumi sulla propria esperienza. Oltre un secolo dopo (1961), i due volumi furono ripubblicati, in un volume unico, dall’antropologo Gregory Bateson (1904-1980). In quegli anni, Bateson si stava occupando di teoria della comunicazione, e in particolare del ruolo dei paradossi comunicativi nell’umorismo, nel gioco, nell’arte, nella religione e nella psicosi. Nel memoriale di Perceval, Bateson trovava una lucida anticipazione delle proprie teorie: la teoria della comunicazione come processo che non ha alla base i singoli individui ma sistemi interattivi più ampi (tipicamente: le famiglie); e la teoria della schizofrenia come caratteristica di un sistema (un sistema comunicativo intrappolato in un doppio legame). Perceval, osserva Bateson nel saggio introduttivo, descrive in termini di doppi legami i pattern interattivi che connettevano lui stesso, i propri familiari e i medici degli istituti psichiatrici nei quali era stato internato. Inoltre, Perceval mostra come la psicosi non sia da vedere come una malattia, ma come un tentativo di autocura attivato dall’interno di un sistema relazionale doppiovincolante. La psicosi, per Bateson, può esser vista come una cerimonia di autoguarigione: un complesso rituale iniziatico che i linguaggi scientifici e istituzionali, insensibili alle modalità comunicative relazionali di natura estetico-religiosa, tendono a ostacolare, alimentando così, con le migliori intenzioni, lo stato di sofferenza in atto. Discutendo il saggio di Bateson, e situandolo nella cornice della sua opera complessiva (dagli anni ’30 agli anni ’70 del XX secolo), si possono svolgere alcune considerazioni tuttora attuali, intorno al ruolo delle istituzioni e dei professionisti nei processi di cura. In particolare, intorno ai limiti dell’evidence based care e dell’abitudine a pensare secondo lo schema bisogno-risposta; limiti derivanti dalla delegittimazione istituzionalizzata dei linguaggi relazionali, sapienziali, estetici e religiosi, che Bateson considerava complementari a quelli scientifici.