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Francesco Gastaldi

Concertazione politiche di sviluppo locale: riflessioni critiche

SCIENZE REGIONALI

Fascicolo: 1 / 2003

Il presente contributo vuole mettere in evidenza come le politiche di promozione dello sviluppo locale di tipo concertativo per avere successo devono essere applicate in aree già dinamiche in cui esistono potenziali in termini di risorse territoriali, di culture locali e di relazioni fra attori attive e consolidate da risultati di successo. La progressiva istituzionalizzazione delle procedure concertative che si è affermata negli anni Novanta in Italia attraverso gli strumenti della Programmazione negoziata (primi fra tutti i Patti territoriali) ha prodotto risultati insoddisfacenti in aree con un tessuto sociale ed istituzionale degradato e frammentario e/o aree in cui le risorse esistenti non sono riconosciute come funzionali a nuovi percorsi di sviluppo. Il motivo di molti insuccessi è da ricercarsi nel fatto che tali procedure hanno codificato un modello unico da applicare ad ogni contesto ai fini della promozione del suo sviluppo; tuttavia, modalità concertative non appropriate rispetto alle caratteristiche locali, non solo non producono risultati duraturi, ma possono erodere o distruggere le potenzialità esistenti. Un’efficace metodologia di intervento adatta per un territorio, può trovare ostacoli o rivelarsi un boomerang per un altro.

This paper focuses on theory and methodology in estimating Keynesian regional multipliers. After introducing the concept of Keynesian multipliers at both national and regional level and describe the database used, two methodologies are compared and applied to the case of the Italian regions: the Marginal propensities method (MPM) and the Aggregate leakages method (ALM). The higher multipliers values in Southern Italy, resulting from the application of both methodologies, are consistent with similar previous findings and appear to be related to the degree of openness of the local economy, the availability of resources and their marginal productivity, the level of wealth, income distribution and the consequent different consumption patterns.

Peter Wostner

Regional Disparities in Transition Economies: the case of Slovenia

SCIENZE REGIONALI

Fascicolo: 1 / 2003

Regional Disparities in Transition Economies: The Case of Slovenia (di Peter Wostner) - ABSTRACT: This paper analyses the trends and causes of the regional disparities within Slovenia in the 1990s. It is shown that Slovenia has to a great extent followed the general rule: regional disparities have increased, and so has economic agglomeration. The analysis nevertheless points to some surprising findings: (1) the economic agglomeration has increased, but only marginally and was not as much focused towards the capital as expected this can be partly explained by the path dependency effect, based on the extensive regional policy in the period between 1971 and 1990; (2) the industrial specialization of worse-off and non-central regions has turned out to be an important convergence producing force; (3) human capital, R&D and FDIs had strong tendency to concentrate in the better performing regions exceptions to the rule indicate, however, that they represent an important ‘window of opportunity’ for faster growth also for other, especially intermediate, regions; (4) finally, geography matters even in a small country like Slovenia. Keywords: Convergence, Transition, Slovenia.

Christina Holtz-Bacha

La vita privata dei politici. Nuove strategie di immagine in Germania

COMUNICAZIONE POLITICA

Fascicolo: 1 / 2003

Il saggio analizza le nuove strategie di costruzione di immagine del leader politico in Germania, sullo sfondo dei cambiamenti avvenuti nella comunicazione politica americana negli ultimi anni. Se in Germania la sfera pubblica dei leader politici è sempre stata vista come un tabù giornalistico, oggi i giornalisti lamentano il fatto di essere strumentalizzati dai politici, mentre i politici criticano il modo in cui sono trattati dai media. L’uso del privato come strategia politica da parte dei leader tedeschi soddisfa quattro funzioni: umanizzazione (per cui i politici sembrano più umani, più piacevoli, e di conseguenza apparentemente vicini agli elettori); semplificazione e intrattenimento (un modo per trattare questioni politiche complesse, difficili da spiegare all’elettorato); emozionalizzazione (allo scopo di creare legami emozionali) e, infine, ricerca di notorietà (per stabilire, mantenere e accrescere il loro status di celebrità).

Guido Legnante

Vorrei ma non posso: la comunicazione politica vista dai parlamentari italiani

COMUNICAZIONE POLITICA

Fascicolo: 1 / 2003

Questo articolo presenta parte dei risultati di una survey condotta sui parlamentari italiani della XIII legislatura e relativa a come i politici percepiscono il mercato elettorale. Dopo avere argomentato l’utilità di questa prospettiva di analisi, vengono presentati i dati relativi ad alcune questioni connesse con la comunicazione politica: le attività e gli strumenti utilizzati dai politici per conoscere le caratteristiche dell’elettorato, le modalità di influenza dei diversi mezzi di comunicazione sui cittadini, la relazione fra la comunicazione politica e i tipi di voto, la questione della personalizzazione che riguarda i leader nazionali e i singoli parlamentari. A giudizio dei parlamentari la comunicazione, e in particolare la televisione, giocano un ruolo molto rilevante nel fare sì che il mercato elettorale sia caratterizzato da aspettative troppo elevate verso i politici, dal particolarismo e dall’irrazionalità degli elettori, dal mancato sviluppo di forme virtuose di rappresentanza a livello di collegio, da una politica eccessivamente centrata sui leader nazionali: un mix, insomma, di superficialità, leaderizzazione, irresponsabilità

Lidia De Michelis

Empires of the heart: il linguaggio di Tony Blair e la diplomazia della community

COMUNICAZIONE POLITICA

Fascicolo: 1 / 2003

L'articolo, che agli strumenti della critical discourse analysis affianca i contributo degli studi culturologici, della satira, della letteratura e dei media studies, riprende l'indagine di Fairclough intorno al linguaggio del New Labour durante i primi diciotto mesi di governo per estenderla ai nostri giorni. Sulla base di un'ampia selezione di enunciati politici e di articoli di vario orientamento apparsi sulla stampa britannica e americana particolare attenzione è rivolta alle dinamiche comunicative e culturali in base alle quali è andata costruendosi e focalizzandosi negli anni l'icona Tony Blair. Emerge, in special modo, come l'idea di community, connaturata al discorso della "Terza via", abbia ispirato a Blair quella "dottrina della international community cui egli ha cercato di attribuire contenuti etici e dignità globale attraverso l'azione diplomatica successiva all'11 settembre.

Kurt Lang, Gladys Engel Lang

Televisione, politica e guerra: ieri, oggi e domani

COMUNICAZIONE POLITICA

Fascicolo: 1 / 2003

La televisione fornisce una prospettiva unica nel senso che allarga il campo di visione dello spettatore, ma spesso fa questo senza fornire un contesto abbastanza ampio che permetta di interpretare ciò che si vede. In particolare, nel caso dei conflitti politici e militari mostrati dalla televisione è importante studiare le modalità con cui cittadini, leader di partito e istituzioni politiche si sono adattati alla presenza ubiqua della televisione e della sua realtà distorta. Allo scopo i due autori presentano un paradigma degli elementi principali da considerare nello studio degli effetti a lungo termine della televisione sulla politica: 1) gli attori politicamente rilevanti e i loro input; 2) le caratteristiche della televisione definite dalla sua specificità tecnologica e le prospettive delle persone che le gestiscono; 3) l’immagine della realtà politica così come viene rifratta dalla televisione; 4) la prospettiva della televisione come gruppo di riferimento; infine, 5) la sua influenza sul corso degli eventi e sulle istituzioni politiche.

Leonardo Ancona

Amarcord

GRUPPI

Fascicolo: 1 / 2003

L’autore aggiunge un contributo alla questione del rapporto tra sofferenza e qualità dell’intervento psichiatrico, riportando la sua personale storia nel percorso verso una psichiatria dinamica, che non si chiude all’uso dei farmaci né all’analisi individuale, visti come strumenti da affiancare al lavoro di gruppo.

Laddove si consideri la bioetica come lo studio sistematico della condotta umana nell’area della scienza e della cura della salute, quando valutata alla luce di principi morali (Reich, 1978), è legittimo interrogarsi sul ruolo assunto dal diritto nell’ambito della relativa disciplina. Alle origini della bioetica si trovano prevalentemente speculazioni scientifiche collegate alle tradizionali scienze naturali. Il diritto subentra successivamente, ad introdurre alcuni concetti fondamentali, funzionali a garantire, sotto il profilo normativo, l’operatività concreta dei principi bioetici. Tale ingresso è la testimonianza della necessità di disporre, nel campo della bioetica, di una scienza tipicamente connotata da elementi di universalismo ed assolutezza. Se si parte, infatti, dal pacifico assunto per cui un’etica tanto più è valida quanto più è in grado di esibire fondamenti e contenuti universali e generalmente condivisi, allora il caratteristico ed altrettanto pacificamente riconosciuto universalismo del linguaggio dei diritti si candida seriamente ad essere considerato come ultima manifestazione di un’etica autenticamente universale. Sembrerebbe possibile ricondurre tale caratteristico universalismo al concetto di consenso, come principio che sta alla base di ogni norma giuridica positiva. Tale concetto trova applicazione circa la valutazione degli stati della vita umana, caratterizzati dallo stesso, tipico universalismo che connota i diritti. Proprio alla luce della centralità acquisita dai diritti nell’ambito delle speculazioni intorno all’etica contemporanea, sembra addirittura possibile concludere nel senso di una diretta dipendenza della morale dal diritto. Tanto premesso, e di fronte all’esigenza di sussumere principi di carattere unitario come strumento di indirizzo per l’adozione di decisioni relative a questioni bioetiche, si aprono due soluzioni alternative: cristallizzare i fondamentali principi di bioetica in un testo costituzionale o para-costituzionale, dal quale attingere caso per caso; consentire la elaborazione di principi bioetici fondamentali in via solo giurisprudenziale, garantendo al giudice la possibilità di sussumere, di volta in volta, il principio bioetico più adeguato alle emergenze del caso concreto.

Gli autori mostrano le linee di ricerca e di intervento seguite per la presa in carico di pazienti immigrati. Sviluppano le tematiche relative alle variazioni di setting legate ai modelli culturali proposti dai pazienti e non considerati come acting out. Gli autori presentano una situazione clinica in cui le trasformazioni del setting sono in relazione ad elaborazioni gruppali di lutto e di separazioni.

Gioacchino Lavanco, Cinzia Novara, Serenella Pisciotta, Loredana Varveri

La comunità fra resistenze al cambiamento e communityship

GRUPPI

Fascicolo: 1 / 2003

Gli autori delineano le nuove frontiere dei sistemi simbolici condivisi che le comunità si danno, passando in rassegna i contributi teorici di maggiore rilievo sui temi del senso di comunità e del suo indebolirsi, tenendo presenti gli attuali fenomeni connessi alla globalizzazione ed alla crisi delle istituzioni. La trattazione inscrive tali temi nella prospettiva delle teorie sull’anticomunità e del capitale sociale, come strumento chiave dello sviluppo di comunità.

Giovanni Di Stefano , Giorgio Falgares, Franco Di Maria

Pregiudizio manifesto e latente e ipotesi del contatto nelle professioni d'aiuto: un contributo di ricerca

GRUPPI

Fascicolo: 1 / 2003

Il presente lavoro di ricerca si propone come un’indagine sulle quote di pregiudizio manifesto e latente presenti in soggetti impegnati in differenti contesti professionali (helpers formali, helpers informali, no helpers), prendendo inoltre in considerazione il ruolo che la dimensione del contatto con extracomunitari può avere nel ridurre gli atteggiamenti pregiudiziali (ipotesi del contatto). I risultati mostrano una relazione tra gruppo professionale di appartenenza e pregiudizio solo per i maschi; in particolare, i no helpers, i meno coinvolti sul piano relazionale, presentano minori quote di pregiudizio rispetto a coloro che, nella loro attività professionale, lavorano anche con un’utenza straniera. Per quanto concerne il contatto, la sua presenza in sé non è connessa con l’espressione di differenti quote di pregiudizio; tra chi dichiara di avere avuto un’esperienza di contatto, risulta essere significativa la qualità della stessa, ma non la volontarietà. Sono infine sviluppate alcune considerazioni sull’importanza di specifici interventi formativi per i professionisti più vicini ad un’utenza extracomunitaria.

David Guttmann

Gruppi e trasformazione

GRUPPI

Fascicolo: 1 / 2003

Nel tentativo di fare luce sulle dinamiche che caratterizzano un processo di trasformazione è stato preso come oggetto di esame (e osservato per la durata di un giorno e mezzo) un gruppo di ventiquattro persone comprendente la classe dirigente tutta maschile di una compagnia di servizi francesi di 75.000 impiegati. L’esito di tale osservazione ha messo in evidenza come il gruppo abbia messo in atto numerose resistenze alla trasformazione e come questa sia sempre associata all’emergere di sentimenti ed affetti (paura e coraggio, sofferenza e piacere, pazienza e impazienza), nonché all’aumento dell’ansia. Gli autori hanno inoltre proposto la metafora della scatola nera, la cui oscurità contiene i segmenti (sconosciuti e incompresi) dell’iter percorso dal gruppo. L’apertura alla trasformazione da parte del gruppo ha coinciso con l’intervento di uno specialista esterno al gruppo il cui ruolo è consistito nello scoprire una parte dei contenuti della scatola nera.

Il lavoro si pone in un’ottica socio e psico-politica, volendo applicare da un lato concetti e modelli che traggono origine dal lavoro clinico con i gruppi e con gli individui, ed applicandoli ai rapporti internazionali; dall’altro anche utilizzando e cercando di integrare con i primi, osservazioni di carattere sociologico e culturale. Ci si propone di affrontare il tema dell’Unione europea, vista come processo di aggregazione e scissione di grandi gruppi in continua evoluzione dialettica fra loro, e di studiarne l’effetto sulla formazione dell’identità nazionale dei cittadini europei. L’attenzione è concentrata sulle dinamiche consce ed inconsce che possono agire da stimolo e/o da ostacolo verso l’avvicinamento-allontanamento dagli altri Stati membri dell’Unione, focalizzandosi in particolare sul Regno Unito e sull’Italia. Questi due paesi sono usati come rappresentanti di due opposte scuole di pensiero. Nel fare ciò, alcuni miti e riti nazionali vengono discussi. Vengono ipotizzati rapporti fra elementi storici e culturali appartenenti ai due paesi, che possono essere rilevanti per comprendere meglio gli atteggiamenti anche inconsci, e spesso contrastanti, verso l’unificazione europea. Anche alcuni conflitti culturali che possono a volte emergere nel lavoro clinico analitico, vengono esaminati. Questi trends vengono osservati in un contesto di equilibri internazionali mutevoli, e alla luce dei processi di regionalizzazione e globalizzazione, includendone anche un accenno ad alcune relative reazioni difensive. Si descrive il concetto di nazione come elemento transizionale in senso winnicottiano, e come ponte verso il raggiungimento di un desiderabile cosmopolitismo. Viene descritto il concetto di patologia sociale, ed è proposto un modello di integrazione culturale possibile.

Donata Francescato

Globalizzazione e comunità locali

GRUPPI

Fascicolo: 1 / 2003

Il benessere sociale comincia dalla qualità degli spazi condivisi e delle relazioni tra gli individui. Diviene perciò necessario tenere in considerazione quanto importanti siano oggi i temi della globalizzazione e della localizzazione nello studio delle comunità. Essere globalizzati significa non avere confini, non avere limiti di spazio e di tempo, riduce gli etnocentrismi ed arricchisce la cultura; ma globalizzazione vuol dire anche sentirsi spaesati aumentare il divario tra ricchi e poveri, operare una frammentazione culturale. La localizzazione ha il vantaggio di comportare una forte coesione tra gli individui ed una comunicazione pressoché a costi zero, ma può rivelarsi una gabbia e non garantisce di trasmettere la memoria della comunità. La strada verso una globalizzazione a misura d’uomo passa attraverso la partecipazione, ma ciò implica essere consapevoli che almeno parte della mancanza di interesse dei giovani nei confronti della politica è legata alla natura della comunicazione politica di oggi ed essere capaci di investire nell’empowerment dei giovani.

Roberto Ravazzoni, Maria Grazia Cardinali

I nuovi sentieri di sviluppo della marca commerciale

INDUSTRIA & DISTRIBUZIONE

Fascicolo: 1 / 2003

Lo scopo di questo saggio è quello di stilizzare l’evoluzione della competizione tre le marche nei mercati dei beni di largo e generale consumo con riferimento al contesto competitivo italiano. In particolare, l’analisi intende concentrarsi sul ruolo e l’importanza che rivestono le marche dei distributori nell’ambito delle nuove dimensioni assunte dalla competizione tra le diverse tipologie di marche. In questi ultimi anni stiamo assistendo, anche nel nostro paese, ad un significativo inasprimento del confronto tra le marche e, in questo contesto, giocano un ruolo strategico le marche dei distributori che si stanno progressivamente sviluppando in nuovi mercati, un tempo estranei al fenomeno a causa delle consistenti barriere tecnologiche e di marketing innalzate dall’industria di marca. Le marche commerciali fanno la loro comparsa in settori caratterizzati da una elevata differenziazione intrinseca, molto concentrati e supportati da una intensa pressione pubblicitaria. Queste evidenze mettono in discussione i tradizionali assiomi strutturali, di condotta e di performance dei settori industriali che, fino ad oggi, spiegavano le politiche di marca dei distributori nei diversi mercati. Le tendenze in atto rappresentano infatti un segnale inequivocabile delle nuove strategie di branding della distribuzione, sempre più assimilabili a quelle dell’industria di marca per quel che concerne il crescente flusso di risorse destinate allo sviluppo dei prodotti a marca commerciale. L’articolo intende interpretare le nuove condotte competitive del trade, inserendole in un contesto di analisi delle strategie di differenziazione dell’insegna e di affermazione di una corporate image da parte dei distributori più dinamici ed evoluti sul piano del marketing. Le tendenze in atto nelle politiche di marca sono infatti riconducibili ad più ampio progetto di valorizzazione della marca insegna, nell’ambito del quale le marche commerciali svolgono un ruolo chiave se manovrate congiuntamente a tutte le altre leve del retailing mix (assortimenti, merchandising, ambientazione, offerta di servizi accessori, etc). Si cerca infine di comprendere le profonde implicazioni delle condotte del trade sugli assetti futuri dei mercati del largo e generale consumo. Questo nuovo contesto competitivo, non più solo orizzontale ma ormai anche verticale, produce rilevanti implicazioni per gli assetti strutturali dei mercati: si va infatti verso una crescente complessità competitiva che produrrà una inevitabile selezione tra le marche industriali e commerciali. In questa nuova sfida, si valutano le opzioni possibili per industria e distribuzione ai fini della sopravvivenza in un’arena competitiva sempre più affollata di attori, costretti ad operare in ambiti di mercato maturi e con contenute potenzialità di innovazione.

Nei mercati moderni l’esigenza di presidiare al meglio l’evoluzione dei consumi ha spostato a valle il baricentro strategico delle imprese. L’industria, in virtù di accordi più stabili con la distribuzione e di formule di integrazione contrattuale più spinte, ha cercato e talora ottenuto un maggior controllo delle informazioni nei punti vendita. Laddove le caratteristiche e la gamma dei prodotti offerti lo consentiva, i produttori si sono integrati a valle, sviluppando formule di franchising, reti di concessionari esclusivi/selettivi, acquisendo partecipazioni presso i propri clienti e, nei casi estremi, aprendo negozi di proprietà. La distribuzione, dal canto suo, in molti casi ha sviluppato percorsi alternativi, modificando gli assortimenti, legando a sé fornitori esclusivi e maturando una propria autonomia nel presidio degli investimenti sul consumatore. La circostanza non è sfuggita al legislatore, che ha affrontato il tema delle regole nei rapporti di canale, né tantomeno agli analisti che hanno registrato un vistoso incremento sia degli investimenti di trade marketing che di marketing distributivo.