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Questo scritto ripercorre l’esperienza dell’Autrice quale giudice e poi Presidente della Corte costituzionale. I riferimenti alla collegialità e all’appartenenza disciplinare quale giuslavorista all’interno del collegio servono a illustrare un percorso di apprendimento e di costruzione di un’“etica costituzionale”, tesa a valorizzare la tutela della persona umana.
Il saggio analizza l’influenza che la sentenza della Corte costituzionale n. 51 del 2015 ha avuto sul diritto del lavoro. La tesi espressa da questa decisione – il contratto collettivo a cui rinvia la legge è un parametro a cui commisurare il trattamento economico dei lavoratori di una cooperativa – viene valutata alla luce delle problematiche connesse agli artt. 36, c. 1, e 39, cc. 1 e 4, della Costituzione. Inoltre, viene analizzato anche il rilievo che la decisione della Corte può avere in relazione alla retribuzione proporzionata e sufficiente di cui all’art. 36 Cost. e a una eventuale legislazione sul salario minimo. In tale contesto, si afferma la incostituzionalità del criterio adottato dalla l. n. 144/2025, con il suo riferimento ai contratti collettivi maggiormente applicabili. Infine, il saggio si concentra sulle leggi che rinviano ai contratti collettivi e sul problema della possibile violazione dell’art. 39, cc. 4 e 1, della Costituzione. L’Autore rileva come, a parte la l. n. 144/2025, tale legislazione non violi né i principi in tema di estensione erga omnes dei contratti collettivi, né la libertà del datore di lavoro di scegliere il contratto collettivo.
Lo scritto analizza l’influenza della cultura giuslavoristica nella giurisprudenza costituzionale degli ultimi trent’anni sulla c.d. privatizzazione del pubblico impiego. Dopo una breve bilancio qualiquantitativo, l’Autore si sofferma su tre sentenze in tema di contrattazione collettiva, organizzazione del lavoro ad alta professionalità e dirigenza, sottolineandone l’impatto sull’iter delle riforme degli anni scorsi e gli insegnamenti sulle attuali prospettive di nuove riforme.
Il saggio ricostruisce gli orientamenti della Corte costituzionale in materia di accesso degli stranieri alle prestazioni di sicurezza sociale, mettendo in luce le tensioni esistenti tra il principio di eguaglianza e la discrezionalità legislativa anche alla luce dei vincoli derivanti dal diritto dell’Unione europea. L’analisi si concentra sulla distinzione tra prestazioni essenziali e non essenziali, sui requisiti di residenza qualificata quali condizioni di accesso alle prestazioni sociali e sul diverso utilizzo dello scrutinio di ragionevolezza e del giudizio antidiscriminatorio, anche nel quadro del dialogo tra Corti. Ne emerge un panorama non sempre lineare: accanto a decisioni che ampliano la tutela dei diritti sociali degli stranieri si registrano soluzioni più restrittive, il che evidenzia il ruolo centrale, ma talora oscillante, giocato dalla giurisprudenza costituzionale.
Il contributo analizza criticamente il sistema italiano di contrattazione collettiva, mettendo in evidenza il superamento della rappresentanza privatistica a favore della rappresentatività sindacale quale criterio centrale di legittimazione. Attraverso l’esame delle principali evoluzioni normative e giurisprudenziali, l’Autore evidenzia l’affermazione di modelli fondati sul consenso maggioritario e propone di interpretare il contratto collettivo come fontefatto, efficace nei rapporti individuali tramite rinvio.
Il contributo analizza la giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di previdenza sociale, con particolare riferimento alle sentenze emanate durante l’esperienza di Silvana Sciarra. L’indagine evidenzia il costante bilanciamento tra effettività dei diritti sociali e sostenibilità finanziaria, mettendo in luce criteri di giudizio, continuità evolutive, dialogo con il legislatore e limiti dell’intervento giudiziale in un sistema in crisi.
Il saggio analizza la evoluzione della giurisprudenza costituzionale in materia licenziamento per giustificato motivo oggettivo nella dialettica con la giurisprudenza di legittimità. Particolare attenzione è dedicata, da un lato, alla sentenza n. 59 del 2021, che ha censurato la facoltatività della reintegrazione prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e, dall’altro, alla sentenza n. 125 del 2022, che ha affrontato il tema della manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento. L’analisi si estende poi al regime introdotto dal Jobs Act, esaminato alla luce della sentenza n. 128 del 2024. Il saggio si conclude con l’auspicio che il legislatore recepisca i moniti della Corte costituzionale volti a ricondurre a unità l’attuale disciplina.
Il contributo, dopo aver analizzato l’evoluzione della giurisprudenza costituzionale in materia di licenziamenti illegittimi dell’ultimo decennio e messo in evidenza quei punti che possono considerarsi ormai consolidati, mette in discussione i presupposti interpretativi che ne hanno orientato gli sviluppi più recenti. A partire dalla sentenza n. 45 del 1965, la Corte costituzionale ha escluso che il diritto al lavoro (art. 4 Cost.) implichi un diritto alla stabilità nel posto di lavoro, legittimando una pluralità di rimedi e la progressiva riduzione dell’ambito della tutela reintegratoria a favore di quella indennitaria. L’articolo propone una rilettura critica di questo assetto, interrogandosi se l’esclusione della reintegrazione quale rimedio costituzionalmente necessario non derivi da una interpretazione riduttiva del principio lavorista, alla luce della concezione del lavoro come fondamento della Repubblica e strumento di emancipazione personale e partecipazione sociale.
Il saggio si interroga sul fondamento costituzionale del regime rimediale del licenziamento nelle piccole imprese, meno favorevole rispetto a quello applicabile nelle imprese di maggiori dimensioni anche dopo la sentenza n. 118/2025 della Corte costituzionale che ha elevato il massimale dell’indennità previsto dall’art. 9, d.lgs. n. 23/2015. La compressione del diritto al pieno risarcimento dei lavoratori delle piccole imprese si configura tanto più irragionevole se confrontato con la tutela risarcitoria garantita ai lavoratori protetti dalla tutela reale. Alle anomalie e incongruenze del regime rimediale vigente nel nostro ordinamento viene contrapposta la lineare prospettiva seguita dal Comitato europeo dei diritti sociali sulla base dell’art. 24 della Carta sociale europea, il cui recepimento nella legislazione nazionale sarebbe per l’a. adesivo ai valori costituzionali e ai generali principi dell’ordinamento civile.
Il contributo mira a svelare come – al fondo della giurisprudenza costituzionale dell’ultimo decennio sui temi giuslavoristici – si celi la “riscoperta” dell’efficacia precettiva delle norme costituzionali dedicate al lavoro e alla previdenza, oscurata dalla crisi economica e finanziaria. Riprendendo il filo della propria giurisprudenza degli anni Sessanta/Settanta del Novecento, la Corte costituzionale recupera il disegno costituzionale sul lavoro inteso sia come diritto di libertà della persona, sia come obiettivo che i pubblici poteri devono impegnarsi a garantire nella misura massima possibile (la “piena occupazione”), nonché a proteggere, circondandolo di idonee garanzie. In questa prospettiva – avvalorata dal richiamo alle fonti europee e internazionali – sia le soluzioni adottate sia le tecniche decisionali utilizzate non solo si giustificano, ma si rivelano come costituzionalmente imposte.
L’articolo esamina il rapporto tra Corte costituzionale e legislatore nel diritto del lavoro, muovendo dall’idea che il lavoro occupi una posizione centrale nella Costituzione italiana non solo sul piano dei valori costituzionali, ma anche come ambito privilegiato del suo carattere trasformativo. In questa prospettiva, il diritto del lavoro è letto come spazio costituzionale del “già e non ancora”, nel quale al riconoscimento di situazioni giuridiche soggettive si accompagna la promozione di condizioni volti a renderle effettive. Il contributo ricostruisce le principali forme attraverso cui la Corte ha governato l’attuazione costituzionale in presenza di inerzie o insufficienze legislative: dal monito al seguito legislativo, dall’innalzamento progressivo della pressione argomentativa fino all’intervento demolitorio, secondo una dinamica dialogica ma graduata. Attraverso l’analisi di casi emblematici, l’Autore sostiene che questa geometria variabile non risponde a logiche meramente politicoideologiche, bensì a una razionalità propriamente giuridica, individuata nel principio di ragionevolezza. Quest’ultimo è proposto come principio di sistema e criterio di orientamento del bilanciamento tra promozione dei diritti sociali, discrezionalità legislativa e rispetto della separazione dei poteri.
Il contributo, prendendo spunto da taluni casi di rinvio pregiudiziale proposti dalla Corte costituzionale, si interroga sulle forme di dialogo che questa ha recentemente intrattenuto con la Corte di giustizia in materia di tutela di diritti sociali garantiti in pari tempo dall’ordinamento italiano e da quello dell’Unione europea, in particolare a cittadini di Paesi terzi.
Il saggio analizza l’evoluzione del principio del primato del diritto eurounionale nei rapporti con l’ordinamento interno, attraverso la giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte costituzionale. Dopo avere ricostruito la dottrina Granital, l’ampliamento del concetto di norma direttamente applicabile e le modifiche costituzionali intervenute con riferimento agli artt. 11 e 117, c. 1, Cost., il contributo si sofferma sulle conseguenze del Trattato di Lisbona e sul rilievo assunto dall’obiter dictum del 2017 nei casi di duplicità del contrasto. Particolare attenzione è dedicata alle recenti sentenze in materia di diritto del lavoro e sicurezza sociale al fine di verificare come la Corte costituzionale stia ridefinendo il rapporto tra disapplicazione della norma interna, incidente di costituzionalità e tutela dei diritti.
Lo scritto ripercorre brevemente i principali sviluppi della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di lavoro.
Il saggio analizza le più importanti sentenze in materia di diritto del lavoro che la Corte costituzionale ha adottato negli ultimi dieci anni. La tesi sostenuta dall’Autore è che la presenza di giudici con specifiche conoscenze in materia di diritto del lavoro aiutano la Corte ad adottare sentenze che incidono sistematicamente sugli orientamenti della giurisprudenza. In particolare, l’Autore pone in evidenza il dialogo tra Corte costituzionale e Corte di Cassazione che ha avuto luogo negli ultimi dieci anni.
Il saluto presenta il Convegno come esito di legami scientifici tra il Centro di Studi Paolo Grossi, i Quaderni fiorentini, il Giornale di diritto del lavoro e Silvana Sciarra. Richiamando Grossi e Giugni, delinea un “pensiero giuslavoristico” radicato nella storicità del diritto e nella realtà sociale, contrario al formalismo e attento al nesso tra lavoro e cittadinanza sociale. La giustizia costituzionale è indicata come lo spazio in cui questa prospettiva rilegge i diritti nel contesto della trasformazione dello Stato sociale.