La Medicina Narrativa (Narrative Based Medicine, NBM) nasce
come metodo per aiutare i sanitari a mantenere entusiasmo, curiosità
e passione per le storie delle persone con malattia, così da favorire personalizzazione
e umanizzazione delle cure, potenziare l’alleanza terapeutica e
l’outcome di salute. Il suo impiego, tra le altre cose, può servire a sublimare
le pressioni, prendere contatto e lavorare sulle emozioni dovute alla convivenza
con la malattia. Questo ultimo utilizzo può essere fatto proprio sia dalla
persona che dal sanitario, ma, in quest’ultimo caso, è stato spesso accusato
di anacronismo, rispetto alla rapidità richiesta dalle cure e dalla vita moderna.
L’aspetto che sfugge a questa argomentazione è una virtuosa lettura della
NBM nel verso opposto ovvero non come qualcosa che ruba tempo alla pratica
clinica quotidiana, ma come qualcosa che “sta dentro” essa e può arricchirla,
cambiando il modo di comunicare del sanitario, aiutandolo a capire
come accogliere e utilizzare le diversità delle persone per “ fare” medicina di
appropriatezza. Una delle prospettive per rendere più appropriata e specifica
la medicina, e quindi uno dei tagli attraverso i quali arricchire la relazione
d’aiuto tramite la NBM, è proprio quello legato alla medicina di genere. Lo
studio di come, per esempio, uomini e donne comunicano diversamente può
aiutare a modulare l’interazione nella triade persona, caregiver, sanitario e
cogliere diverse sfaccettature del racconto. L’analisi di come uomini e donne
ricostruiscono il proprio ruolo di genere attraverso le narrazioni può, invece,
aiutare a comprendere come rivolgersi agli utenti, quali aspetti preventivi o
del piano terapeutico potrebbero essere elusi o reinterpretati, le leve per la motivazione e molto altro. In questo articolo presentiamo una breve sintesi
della letteratura su questo argomento.