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L’Autore esamina la sentenza della Corte costituzionale n. 141 del 2025 che ha affermato la legittimità costituzionale dell’esclusione dei dirigenti dal divieto pandemico di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo. A suo avviso la sentenza ha anzitutto rilievo ben oltre la vicenda pandemica, interessando la più generale disciplina del licenziamento del dirigente e la stessa figura dirigenziale, di cui ritiene decisamente confermata la nozione legale, da ben configurare e contraddistinta da un autonomo potere organizzativo. L’Autore individua quindi nella particolare forza del dirigente nel mercato del lavoro – conseguente alla sua posizione nell’organizzazione – il perno della sentenza nonché l’elemento in grado di dare solidità al bilanciamento degli interessi nell’intera disciplina del licenziamento del dirigente includendovi la sua tutela.
Nel saggio è analizzata la recente sentenza della Corte costituzionale n. 156 del 30 ottobre 2025, che, dichiarandolo parzialmente illegittimo, integra il disposto dell’art. 19 della l. 20 maggio 1970, n. 300. L’intervento della Consulta è ritenuto coerente all’indirizzo storico e opportuno, alla luce dei molteplici problemi oggi derivanti dalla selezione del sindacato, nel cui ambito è consentita la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali, in esclusiva connessione con le dinamiche della contrattazione collettiva. Perplessità sono però manifestate sul nuovo parametro introdotto, riferito al solo sindacato nazionale, comparativamente più rappresentativo. Vengono quindi formulate alcune ipotesi interpretative, volte a ricostruire il significato di questa nozione. Allo stesso modo sono individuati i contenuti di un possibile intervento legislativo, come auspicato dalla Corte costituzionale.
L’articolo esamina alcuni dei più rilevanti profili di diritto societario connessi alla recente approvazione della l. n. 76/2025 sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese, con particolare riguardo alle forme di partecipazione decisionale ivi delineate. In linea generale, viene evidenziata una certa approssimazione nell’utilizzo delle categorie concettuali del diritto societario, tale da richiedere all’interprete una significativa (e non sempre facile) opera ricostruttiva, nel tentativo di elaborare un’interpretazione sistematicamente coerente. Ciò nondimeno, si ritiene che il testo di legge di recente approvazione – pur significativamente depotenziato rispetto all’originaria proposta – sia comunque idoneo a realizzare un passo avanti verso il riconoscimento degli ideali della partecipazione, rimuovendo al contempo alcuni ostacoli normativi alla sua effettiva implementazione.
Il saggio analizza la legge 76/2025 alla luce di una doppia accezione della categoria della “legge apparente” secondo un approccio della sociologia del diritto. La prima attiene alla predisposizione delle condizioni che rendano attuabile il programma legislativo; la seconda riguarda invece la sua efficacia trasformativa affidata a una convincente comunicazione degli obiettivi da realizzare ai soggetti abilitati a realizzarli. L’Autore ritiene che la legge 76/2025 sia una legge apparente in entrambe le accezioni; ma ancor più nella seconda. Mette in guardia però dal ritenerla perciò stesso inutile, avendo piuttosto un notevole potenziale disruptive. Che però può essere ribaltato da un utilizzo sapiente e lungimirante da parte di uno schieramento sindacale che trovasse ragioni e forza per una nuova azione congiunta volta anche ad avvicinare nuove fasce di lavoratori.
Nell’economia delle piattaforme, il campo della salute e della sicurezza sul lavoro (Ssl) rappresenta un’area di policy particolarmente critica. L’articolo identifica e analizza le principali questioni che interessano la salute e la sicurezza dei lavoratori immigrati delle piattaforme. A partire da una revisione della letteratura e tenendo in considerazione le categorie sociologiche dell’agency e della corporeità, la trattazione ha tenuto insieme le sfide che derivano dalla natura di questa forma di lavoro con le problematiche che riguardano in modo specifico i rider immigrati che trasportano merci a domicilio in ambito urbano in Italia. Il quadro emerso mostra la sovraesposizione dei lavoratori immigrati ai pericoli per la propria integrità psicofisica e le loro ridotte possibilità di accesso alle protezioni sociali. Emergono, inoltre, significative variazioni in relazione ai diversi modelli di organizzazione del lavoro adottati dalle piattaforme, che penalizzano gli immigrati sprovvisti dei requisiti per soggiornare e lavorare in Italia, o che si trovano in condizione di forte bisogno.
Il saggio si propone di indagare la capacità del diritto del lavoro di garantire la stabilità occupazionale nel quadro della transizione verde e di contribuire all’attuazione di una Just transition. La ricerca mira a verificare, in primo luogo, se il dato normativo imponga al datore di lavoro di formare il prestatore nelle ipotesi di riorganizzazione aziendale green e in che misura la violazione di tale obbligo comprima il potere di licenziamento. In secondo luogo, il saggio guarda alle diverse misure di sostegno finanziario per le imprese dedicate alla formazione del personale sulle competenze verdi. All’esito di una valutazione d’insieme dei due percorsi d’indagine, l’A. ritiene che la sfida della JT richieda di introdurre un diritto soggettivo alla formazione professionale che sia in grado di limitare l’esercizio del potere di recesso datoriale e di sollecitare le imprese a ricorrere agli strumenti di sostegno finanziario dedicati alla riqualificazione in chiave verde del personale.
Il saggio indaga i profili amministrativistici dell’equo trattamento dei lavoratori nei contratti pubblici, con particolare riguardo all’equilibrio tra tutela del lavoro, concorrenza e principio del risultato. Alla luce del decreto correttivo al Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 209/2024), l’analisi evidenzia come le nuove disposizioni alternino elementi di rafforzamento e potenziali criticità nel sistema di garanzie delineato dal d.lgs. 36/2023. Vengono in particolare approfonditi alcuni profili relativi alla procedimentalizzazione della scelta del Ccnl, alla verifica di equivalenza delle tutele nonché alla disciplina sulla ribassabilità dei costi della manodopera, ammissibile solo in presenza di efficienze organizzative. Nella seconda parte, il contributo esamina le iniziative locali sul salario minimo volte a introdurre soglie retributive inderogabili (9 euro l’ora) negli appalti pubblici. Inquadrate tali esperienze nella prospettiva del cosiddetto utilizzo strategico del procurement pubblico, il saggio ne valuta la compatibilità con i principi costituzionali e con i principi di parità di trattamento e del risultato. Quest’ultimo è proposto come chiave di bilanciamento tra obiettivi sociali e efficienza amministrativa.
Lo Stato sociale è nato in un secolo in cui la cultura romanocanonica medievale si era da tempo diversificata tra nazioni che coltivavano ciascuna la propria identità giuridica. In Germania, la concezione leibniziana di un diritto oggettivo, fondato sulla solidarietà, che emana dalle collettività umane e condiziona il riconoscimento dei diritti degli individui, ha avuto molti eredi. Essa si oppone alla tradizione giuridica inglese, che parte invece dall’affermazione primaria dei diritti individuali per costruire su di essi istituzioni che hanno il compito di conciliarli. Il modello sociale francese non rientra in nessuno di questi due tipi, poiché la concezione giacobina di un popolo di cittadini che non hanno altra associazione se non lo Stato ha dovuto conciliarsi con un’altra tradizione intellettuale, anch’essa di ispirazione individualista, ma che punta sulle capacità di autoorganizzazione e di mutua assistenza tra gli individui.
This article examines the mobilisation of Italy’s performing arts workers during the COVID-19 pandemic as a paradigmatic case of classification struggles, in Bourdieu’s sense of symbolic and political conflicts over the boundaries of legitimate work. In a sector marked by fragmentation and discontinuity, large parts of artistic labour remain excluded by the classificatory frameworks that regulate access to social protection. Drawing on qualitative research, the article analyses forms of contestation against these exclusions, arguing that such struggles go beyond redistributive claims to challenge the very cognitive basis underpinning contemporary social policies.