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Françoise Dejoas

Un aggiornamento sulle maioliche decorate a lustro d’importazione spagnola in Sicilia centromeridionale

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

L’autore considera le maioliche spagnole decorate a lustro rinvenuti in più aree della Sicilia centromeridionale. Il materiale presente a Gela, al Castellazzo di Delia e al castello di Pietrarossa è datato tra il XII e il XVI secolo. I castelli e le fonti di approvvigionamento sono particolarmente attenzionati poiché capaci localmente di gestire i flussi commerciali con la Spagna.

Maria Cristina Caggiani, Germana Barone, Salvina Fiorilla, Paolo Mazzoleni

Approfondimenti archeometrici su alcuni aspetti produttivi della ceramica smaltata in Sicilia

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

Negli ultimi decenni, lo studio dei ritrovamenti di ceramica di epoca medievale o post-medievale in Sicilia si è avvalso dell’apporto delle indagini archeometriche, condotte su frammenti provenienti da diversi siti, prevalentemente da Caltagirone. In questo lavoro, con l’obiettivo di approfondire le tecnologie di produzione impiegate, dodici frammenti di ceramica smaltata datati fra il XV e il XVI secolo e provenienti da Caltagirone, Buscemi, Scicli e Modica sono stati sottoposti ad osservazione microscopica e analisi chimico-mineralogica, con un particolare focus sugli smalti di colore blu.

Salvina Fiorilla, Annamaria Sammito, Giuseppe Terranova

Il castello di Modica e le prime maioliche

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

Gli scavi condotti nell’area del castello di Modica hanno permesso di individuare alcune antiche strutture di età normanna, mentre i rinvenimenti ceramici hanno svelato anche le altre fasi dal XIII alle più recenti. Nei livelli pertinenti alla fase quattrocentesca sono state ritrovate ceramiche rivestite che possono essere inserite tra le prime maioliche siciliane. Esse testimoniano i grandi mutamenti avvenuti nella società siciliana del ‘400.

Angela Maria Manenti

Dati preliminari sulla ceramica dal XIII al XVI secolo dagli scavi di Ortigia

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

Le campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza di Siracusa, dirette dal prof. Giuseppe Voza, negli anni tra il 1980 e il 1999, in molti luoghi di Ortigia, spesso in previsione di restauri monumentali e di opere di riqualificazione urbana, hanno portato alla luce, come sempre succede, nella mole di reperti, tanta ceramica, di cui si presenta in questa sede una selezione dal XIII al XVIII secolo almeno. Si conferma in linea di massima la ricchezza e la complessità di una città quale Siracusa in una continuità storico, culturale e soprattutto commerciale.

Elvira D’amico

Circolazione di ceramiche a Messina durante il Basso Medioevo. Aggiornamenti e dati di sintesi

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

Aggiornamenti e dati di sintesi Le ricerche archeologiche portate avanti negli ultimi decenni dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina permettono di tracciare le prime linee di un quadro che si presenta di estremo interesse e che rivela sempre più chiaramente il ruolo di protagonista rivestito dalla città dello Stretto all'interno del sistema economico del Mediterraneo basso medievale. Le ceramiche, d’importazione e di produzione locale, confermano il sincretismo culturale che caratterizzò tale periodo, spia di un’economia vivace, ricca di scambi e di trasmissioni di saperi e tecniche.

Si affrontano alcune questioni relative alle produzioni ceramiche bassomedievali di Palermo provando a mettere a confronto fonti documentarie, fonti archeologiche e dato ceramologico per fasce cronologiche. I dati analizzati coprono un arco cronologico (fine XII-prima metà XIV secolo) che vede la trasformazione della Palermo plurilingue con una corposa popolazione islamica e arabofona in una città cristiana e prevalentemente latina, queste trasformazioni si riflettono anche sulle produzioni ceramiche. Parole chiave: Palermo, produzione ceramica, normanni, svevi, bassomedioevo

Giuseppe Cacciaguerra

Produzione e circolazione della ceramica da cucina nella Sicilia sud-orientale in età bizantina (secoli VI-IX)

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

Produzione e circolazione della ceramica da cucina nella Sicilia sud-orientale in età bizantina (secoli VI-IX) I recenti scavi condotti a Siracusa hanno permesso di documentare un ampio complesso di materiali associati databili tra il periodo bizantino e islamico e di creare una seriazione delle ceramiche consumate a Siracusa in età bizantina. Il quadro mostra una sequenza di produzioni da fuoco locali e regionali e un percorso originale dei networks commerciali, dei sistemi di approvvigionamento e della circolazione della ceramica con evidenti differenze in relazione al ruolo della città nel corso di quattro secoli (VI-IX secolo).

Antonino Meo, Paola Orecchioni

I consumi di ceramica invetriata da mensa a Mazara tra X e XIV secolo. Nuovi dati dallo scavo di via Tenente Gaspare Romano

ARCHIVIO STORICO PER LA SICILIA ORIENTALE

Fascicolo: 1 / 2020

I consumi di ceramica invetriata da mensa a Mazara tra X e XIV secolo. Nuovi dati dallo scavo di via Tenente Gaspare Romano A distanza di decenni dalla sua esecuzione, lo scavo di Via Tenente Gaspare Romano (Mazara del Vallo -TP) si rivela un preziosissimo scrigno di dati archeologici. In particolare, il materiale ceramico recuperato da pozzi e latrine presenti sul sito consente uno sguardo che abbraccia l’epoca islamica, normanna, sveva, angioina e aragonese. L’articolo si propone di offrire una panoramica sulle ceramiche rivestite da mensa recuperate dagli scavi, che includono prodotti realizzati localmente a Mazara e oggetti importati da altri luoghi dell’isola e dal Mediterraneo.

A cura della Redazione

Abstracts

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 2-3 / 2020

La rilevanza della cultura nelle relazioni internazionali durante la Guerra Fredda fu riconosciuta, ma politicamente ben presto accantonata, dai 35 paesi che il 1° agosto del 1975 firmarono l’Atto Finale di Helsinki, documento istitutivo della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) e acme multilaterale della Détente. Il presente saggio - basato principalmente su fonti documentarie degli archivi CSCE, Nato e dei National Archives del Regno Unito - intende far luce su una delle dimensioni meno studiate del "cesto umanitari" della Conferenza per comprendere se gli aspetti culturali furono elementi facilitatori oppure ostativi nelle discussioni tra i paesi membri, dei quali si ripercorrerà la condotta. Una particolare sottolineatura sarà dedicata al ruolo avuto dalle «cultural personalities» dei due blocchi che, al seguito dei diplomatici, presero parte agli specifici appuntamenti destinati alla cooperazione culturale. Un’analisi dunque volta al passato, ma utile anche per interpretare attuali dinamiche della diplomazia culturale e riflettere su quale può essere oggi, dinnanzi al risorgere degli egoismi nazionali, il ruolo della cultura nelle relazioni internazionali.

This essay is an attempt, made by using the personal stories of Soviet Americani-sts, to study the role of Soviet academic visitors, approved and supervised by the KGB, in promoting the cultural products from the USA - mainly such visual media as films and television - in the USSR during the period of academic exchanges after 1959. During their visits to the United States, Soviet Americanists used their leisure time not only for sightseeing, visiting museums and shopping, but also for various forms of cultural entertainment, from watching films and television shows to visiting concerts of classical and popular music. These experiences eventually affected the recommenda-tions about American cultural products, which Soviet visitors submitted to the KGB and their supervisors after their return home. During the 1970s and the 1980s, Soviet admi-nistration benefited from such useful advice about American popular films and televi-sion programs, which could be promoted in the USSR. Even the KGB administration in the Soviet Union studied the lists of recommendations made by those scholars, and used them for promoting the "progressive, humanistic" American cultural products among local Communist and Komsomol leaders for the education of Soviet audience.

Cesare La Mantia

La stagione di Moda Polska nella Polonia socialista: aspetti interni e internazionali

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 2-3 / 2020

Nel secondo dopoguerra il settore della moda fu tra i protagonisti della rinascita della Polonia. Le sarte polacche crearono da tendaggi e vecchi vestiti abiti per vestire nella maniera più elegante la popolazione, soprattutto femminile. Durante la stagione di Moda Polska e di figure di spicco quali Jadwiga Grabowska o Barbara Hoff, la moda polacca si pose in contrasto con quella sovietica e stabilì rapporti a livello internazionale, anche con le case di moda francesi. La moda polacca divenne un forte fattore identitario nella delicata fase in cui Mosca cercava di sostituire le precedenti e radicate identità nazionali degli Stati sotto la sua influenza con nuovi modelli culturali e politici. Il fascino della moda polacca e delle sue creatrici contribuì a rafforzare all’estero l’immagine di una Polonia insofferente verso il comunismo e a mantenere un ulteriore canale di comunicazione con l’Occidente oltre a quello già presente grazie ai rapporti con la Santa Sede.

Gli scienziati occidentali incontravano i "colleghi" del blocco sovietico. L’obiettivo politico-diplomatico era mostrare disponibilità al dialogo, quello ovvio avere canali alternativi di informazione sui progressi sovietici. Questi contatti dovevano avvenire nel quadro di una collaborazione occidentale in funzione della traiettoria impressa allo sviluppo tecno-scientifico statunitense. Vennero tuttavia delineandosi negli anni Sessanta quei caratteri di una competizione/cooperazione euro-atlantica giunti fino ai giorni nostri, senza che il processo di costruzione europea ne intaccasse gli ambiti più strategici. Come in questo contesto rapportarsi con il mondo sovietico? E che immagine trarne? Nuove evidenze sembrano emergere grazie all’incrocio di diversi archivi tratti dall’esperienza più indicativa, quella francese, dalle commissioni scientifiche franco-sovietiche alla "cooperazione" spaziale con le missioni dello spationaute Jean-Luc Chrétien nel 1982 e nel 1988, e poi con la fase di maggior cooperazione durante le missioni Vega 1 e 2 nell’Armata Halley per far intercettare la cometa dalla sonda ESA Giotto nel marzo 1986.

Una delle componenti del mito spaziale sovietico è la collaborazione internazionale dell’Unione Sovietica nell’esplorazione spaziale e la disponibilità dell’Urss a stabilire rapporti aperti con i partner stranieri. Non per caso la propaganda spaziale sovietica è permeata di immagini di apertura, generosità e altruismo. L’autrice si pone l’obiettivo di indagare la dimensione internazionale della ricerca spaziale sovietica sia attraverso le pubblicazioni scientifiche e divulgative, sia attraverso gli scritti prodotti dai testimoni coinvolti in prima persona nell’industria aerospaziale. Il processo di apertura internazionale è esaminato nei suoi due aspetti fondamentali: la partecipazione dell’Urss a iniziative internazionali e la collaborazione con altri paesi. Il contributo intende inoltre individuare eventuali discrepanze tra narrazione ufficiale e realtà effettiva della collaborazione internazionale. L’autrice evidenzia che l’internazionalizzazione delle ricerche spaziali da parte dell’Unione Sovietica è un processo lungo e scandito in diverse fasi. Dietro i bisogni della propaganda si nasconde un dilemma fra la segretezza e la dimostrazione dei successi che si risolve con risultati contraddittori.

Obiettivo del presente lavoro è quello di indagare la riflessione introspettiva dell’esilio ceco (cecoslovacco) sulle sue funzioni e i suoi compiti rispetto alla Cecoslovacchia, intesa sia come regime comunista che come paese, e rispetto all’Occidente, nello specifico gli Stati Uniti. L’interesse è rivolto alla prima ondata di emigrazione anti-comunista, quella seguita al colpo di Praga del 1948, e copre un periodo di circa vent’anni, fino al 1968. L’indagine si concentra sulla rivista Promeny, fondata nel 1964 a New York da Ladislav Radimský all’interno della Società per le scienze e le arti, una organizzazione no profit di intellettuali cechi e slovacchi creata negli Usa nel 1958. Nella prima parte inserisce l’organizzazione da cui nasce la rivista all’interno del contesto dell’esilio intellettuale per concentrare poi l’attenzione, nella seconda parte, sulle questioni linguistica e culturale dell’esilio attraverso gli articoli, e le reazioni a questi, sulle pagine della rivista. Particolare attenzione è data agli editoriali in quanto tratti costitutivi della rivista stessa.

L’articolo traccia una prima ricostruzione dei rapporti fra la comunità ucraina della diaspora e la Repubblica sovietica dell’Ucraina, cercando di comprendere come questi siano cambiati nel contesto della Guerra Fredda. Per prima cosa si affronta la questione della formazione della diaspora ucraina come un soggetto transnazionale e con identità nazionali multiple, ma allo stesso tempo dotato di una certa compattezza, espresso attraverso la creazione di organizzazioni politiche e associazioni culturali sovranazionali. Si passa quindi ad analizzare queste relazioni dando rilievo a differenti elementi: i rapporti preferenziali con l’Urss degli ucraini canadesi comunisti, i viaggi di istruzione nell’Ucraina sovietica, il periodo di rinnovamento culturale rappresentato dagli sistdesjatnyky, la nascita del rapporto con i dissidenti all’interno del movimento transnazionale per la difesa dei diritti umani, la battaglia giocata sul piano della propaganda e il contributo dell’Associazione degli scrittori ucraini all’estero "Slovo" e infine il ruolo giocato dallo Harvard Ukrainian Research Institute nella liberazione e nel sostegno ai dissidenti scappati dalle repressioni brezneviane.

Umberto Tulli

La Guerra Fredda alle Olimpiadi: la diplomazia sportiva americana negli anni Cinquanta

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 2-3 / 2020

Negli anni Cinquanta, l’amministrazione Eisenhower diede grande importanza allo sport nella sua propaganda e nelle sue iniziative di diplomazia culturale. Per rispondere alla "offensiva culturale" sovietica, sviluppò tre tipi di iniziative: uno sforzo propagandistico per denunciare i problemi dello sport sovietico (soprattutto la sua natura professionistica e politica) e mostrare i pregi dello sport americano; tour all’estero di atleti americani; tour negli Stati Uniti di atleti di altre nazionalità. Comune a tutte queste iniziative stava un messaggio e, insieme, una contraddizione: l’assenza di interferenze del governo federale nello sport americano.

Andrea Franco

Bystree, Vyse, Sil’nee: lo sport russo e sovietico dalle origini al disgelo

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 2-3 / 2020

Il presente articolo prende in esame alcuni aspetti rilevanti della storia dello sport in Urss, risalendo fino alle lontane origini in epoca zarista, e analizza come il movimento sportivo si sviluppò in Unione Sovietica. Il saggio prende in esame l’evoluzione dell’approccio con cui il potere sovietico, nei suoi primi anni di vita, guardò allo sport, dapprima rinnegandone la dimensione agonistica, cui veniva preferito il movimento di massa, che veniva associato ad un solidarismo di matrice marxista-leninista. Nel corso degli anni successivi la politica sovietica nei confronti dello sport mutò varie volte di indirizzo: dapprima furono organizzate le Spartakiadi, le competizioni cui partecipavano i movimenti socialisti europei, mentre, nel corso della seconda metà degli anni Trenta, le grandi sfilate di ginnasti in Piazza Rossa doveva in qualche modo porre il movimento sportivo staliniano alla pari di quelli ostentati dal nazismo e dal fascismo. Solo nei primi anni Cinquanta, il movimento sovietico aderì al CIO, e quindi alle manifestazioni sportive internazionali, dando vita ad un braccio di ferro con gli Usa, nel quale la supremazia in ambito sportivo stava a significare la superiorità di un sistema ai danni di quello rivale. Il saggio analizza, poi, i valori dello sport sovietico, i miti e gli anti-miti, e il suo impatto nella cultura di massa, con una particolare attenzione in riferimento al quadriennio 1952-1956.

Alla liberazione di Vienna, la Società austro-sovietica rapidamente restaurata fu altrettanto veloce nello scoprire che la domanda di musica russa superava di gran lunga qualsiasi interesse per il comunismo sovietico. In una Vienna distrutta, gli spartiti erano un bene prezioso e le generose importazioni sovietiche furono influenti nel plasmare i primi repertori del dopoguerra. La ricezione austriaca differiva spesso dalle aspettative sovietiche, mostrando da un lato l’anticomunismo austriaco ma, allo stesso tempo, non ostacolando un riavvicinamento culturale a lungo termine tra austriaci e sovietici ("russi"). Contrariamente alle ipotesi sulla natura non verbale della musica, la narrativa non era meno importante del suono, poiché riguardava non solo la sfera emotiva, ma anche le implicazioni della musica sulle questioni della (inter / trans) nazionalità, dell’identità e alterità, i suoi canoni estetici socialmente accettati, le condizioni di produzione e consumo (percezione) e la posizione relativa del potere (savoir-pouvoir) di vari attori culturali. Imprimere il discorso/i culturale/i e l’habitus di un paese, il cui progetto di costruzione della nazione era incentrato sulla musica, ha permesso un improbabile, ma armonioso matrimonio tra due contesti politico-musicali che erano ideologicamente opposti, ma convergenti su idee comuni di capitale culturale e prestigio.