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In questo articolo il concetto di "rete di sicurezza", definita dall’autore come l’insieme delle strategie messe in atto da una comunità specifica per far fronte ai rischi sociali, è applicato all’analisi delle dinamiche di integrazione dei rifugiati so-mali e dei loro discendenti residenti in Scandinavia. In particolare, lo studio prende in esame le forme di supporto e assistenza diffuse all’interno della famiglia estesa somala o clan, al fine di portare alla luce alcune delle divergenze esistenti rispetto alla normatività culturale insita nelle politiche di integrazione scandinave. Queste differenze, quando non mediate, si traducono in esperienze di insicurezza nella diaspora somala che sono responsabili del rallentamento del processo di integra-zione. L’articolo presenta estratti da interviste con 11 donne e 11 uomini somali condotte tra il 2015 e il 2017 in Danimarca, Norvegia e Svezia.

Inserendosi nell’ambito degli studi sulle migrazioni (campo - non occorre dirlo - amplissimo), il saggio qui proposto intende portare l’attenzione su un particolaris-simo tipo di migrazione in età moderna: la migrazione "forzata" che riguardò mi-gliaia di uomini e donne, tratti in schiavitù sull’una o l’altra sponda del Mediterra-neo, scambiati come merce, venduti e trattati alla stregua di ogni altra derrata. Questo fenomeno, seppur sotto forma di un lento stillicidio, sul lungo periodo as-sunse i caratteri di una "deportazione" forzata e massiva. Secondo alcuni storici, infatti, nei tre secoli dal 1520 al 1820 furono più di un milione e duecentomila i cristiani catturati da pirati e corsari e ridotti in schiavitù solo sul versante maghre-bino (nelle città costiere di Algeri, Tunisi e Tripoli, allora formalmente vassalle dell’Impero ottomano) e forse altrettante a Istanbul. Se si considerano anche tutti i musulmani razziati da navi cristiane e ridotti in schiavitù in Europa, alcune stime suggeriscono che il numero complessivo di schiavi e captivi, su entrambi i versanti, potrebbe ascendere a oltre due milioni e mezzo. Tale fenomeno di deportazione massiccia produsse altri fenomeni collaterali, alcuni migratori in senso fisico, come lo spopolamento in vaste regioni costiere della Sardegna a partire dalla prima età moderna, altri migratori in senso "confessionale", come dimostra il gran numero di rinnegati (cristiani convertitisi all’Islam in terre musulmane), molti di essi ex schiavi (ma non tutti, come si dirà nel saggio) che intendevano in tal modo migliorare le proprie condizioni di vita e, magari, tentare la fuga per fare ritorno in patria. Ma la schiavitù mediterranea tra Cinque e Settecento ebbe soprattutto forti implicazioni economiche. Tale fenomeno, alimentato e reso possibile in grandissima parte da un’attività violenta e dai contorni legali incerti - tanto da fare parlare spesso indi-stintamente di guerra da corsa e di pirateria - determinò la nascita e lo straordinario sviluppo, tra primo Cinquecento e oltre la metà del Settecento, di un vero e proprio settore economico che la storiografia recente ha definito, con una fortunata espressione, il «commercio dei captivi». Quel traffico di esseri umani attraversò frontiere religiose, politiche e giuridiche e fu caratterizzato da un indice di rischio elevato, a causa della natura delle transazioni, che si svolgevano in un contesto di ostilità o di violenza latente. Malgrado ciò, non si trattò di un insieme di operazioni isolate e contingenti, bensì «d’un commerce pérenne et régulier». L’attività di ri-scatto degli schiavi o captivi, sua diretta conseguenza, costituì, data la natura della merce scambiata, un settore economico straordinariamente lucrativo: riscattare schiavi era un affare, che prometteva guadagni considerevoli e attirava attori da ogni parte del Mediterraneo.

I luoghi di culto delle minoranze nelle città italiane ed europee sono uno dei segni della crescente diversità, della stratificazione di appartenenze, rituali ed estetiche religiose. Inedite forme di identificazione fanno emergere nuove istanze di assi-stenza, aggregazione e socialità che, soprattutto nei centri urbani più coinvolti dai fenomeni migratori, trovano espressione e risposta nell’organizzazione religiosa e nei suoi luoghi. Il diritto alla città delle minoranze contemporanee si traduce in ri-vendicazione di bisogni connessi alla comune appartenenza etnica o religiosa ed alle pratiche, rappresentazioni e riconoscimenti che ne derivano. Lo spazio - mate-riale e simbolico - delle minoranze etno-religiose diventa, così, conteso, contestato, conquistato.

Samuele Davide Molli

Immigrant Religious Networks in Milan: Ethnic Churches as Source of Social Capital

MONDI MIGRANTI

Fascicolo: 1 / 2020

This article investigates migrants’ networking strategies in the case of religious involvement. Adopting a key sociological concept, namely social capital, it analyses in which ways migrants turn to religion in order to create and develop ties. It then moves on to discuss the implications of such strategies in terms of resources shared to support needs derived from settlement experiences. The paper draws from data collected within catholic ethnic churches in Milan, which is a different focus from the common target on Islam. A flourishing religious pluralism has indeed emerged in the city; this being a process that also involves Christian denominations. Thus, the article discusses the role of social capital, how it comes into being in relation to religious spaces, how it develops through communitarian experiences and finally how it evolves and produces pivotal resources able to meet migrants’ needs. Finally, this article intends to show how religion may represent an area of research useful for debating integration processes.

Questo articolo esplora il paesaggio cristiano in Veneto, si focalizza sull’impatto dell’immigrazione sulle congregazioni cristiane. Il primo paragrafo descrive il cor-rente dibattito sociologico sulle congregazioni, collegandolo al tema della diversità religiosa attraverso le ultime ricerche. Il secondo e il terzo paragrafo, invece, descrivono da un punto di vista quantitativo le tendenze recenti all’interno della diversità religiosa in Italia. Essi offrono le ultime stime disponibili sulle principali tra-dizioni religiose insediate nella penisola italiana, e sull’appartenenza religiosa della popolazione immigrata alle diverse chiese cristiane. Infine, il quarto paragrafo si focalizza sul caso della cristianità in Veneto. Attraverso un’indagine quantitativa, esso propone una "mappa" delle congregazioni dei tre principali rami del cristianesimo (cattolicesimo, ortodossia orientale, e mondo protestante). I risultati mostrano l’impatto dei gruppi di immigrati nel promuovere una pluralizzazione del cri-stianesimo e influenzare l’insediamento delle sue congregazioni. .

Gaia Peruzzi, Marco Bruno, Alessandra Massa

Il pretesto del velo. Pratiche identitarie di giovani donne musulmane in Italia

MONDI MIGRANTI

Fascicolo: 1 / 2020

L’indagine narrata in questo lavoro aveva lo scopo di esplorare, attraverso le pra-tiche di giovani donne musulmane, e la narrazione delle stesse, l’attribuzione dei significati culturali attribuibili al velo, e la traduzione di tali pratiche in dispositivi di display relazionale. Lo svelamento delle identità culturali nelle prassi ordinarie - incluso l’abbigliamento - è infatti un potente punto di accesso nell’esplorazione di fenomeni di mutamento culturale e sociale. I molteplici significati del velo si sono indagati attraverso interviste a un totale di ottantanove giovani donne di seconda generazione, residenti in sette città italiane (Roma, Bologna, Milano, Padova, Torino, Cagliari, Palermo). Le interviste hanno mostrato come l’agency delle donne islamiche sia frutto di scelte individuali, con un’importante componente razionale, intraprese in chiave relazionale, che danno luogo a percorsi personalizzati e flessibili, nei quali si fondono processi identitari, rivendicazioni culturali e politiche quotidiane.

Dario Dzananovic

The Catholic’s Obligations Toward Migrants

MONDI MIGRANTI

Fascicolo: 1 / 2020

Migration is a theme that pervades not only the Old Testament and New Testament, but also various texts published by the Catholic Church over the years. In an era of mass migration and response by faith communities, it is appropriate to explore how the migrant is treated in these texts. This paper provides an overview of Catholic social teaching regarding the migrant and migration. It aims to provide an understanding of what several major texts have to say about these topics, and specifically, the obligations that may be derived from them. The paper traces the migrant through the Old Testament and New Testament. Subsequently, it focuses on major ecclesiastical documents, including the Exsul Familia Nazarethana in 1952, De Pastorali Migratorum Cura in 1969, and Erga Migrantes Caritas Christi in 2004. Subsequently, it looks at Pope Francis’ recent actions and calls to action vis-à-vis migration. It concludes that, taken together, these sources suggest that all people of the world, including irregular migrants, should have equal treatment and access to basic rights.

Maurizio Ambrosini, Roberta Ricucci

Introduzione. Fedi in movimento. Luoghi, aggregazioni e identità religiose in emigrazione.

MONDI MIGRANTI

Fascicolo: 1 / 2020

Questo fascicolo di Mondi Migranti intende stimolare l’attenzione verso i feno-meni religiosi connessi all’immigrazione, partendo dalla constatazione di quanto siano rilevanti per gli interessati e di quanto influenzino i processi d’integrazione nelle società riceventi. La riflessione prende le mosse dalla constatazione che la religione non è mai soltanto religione. Coinvolge svariati risvolti che s’intrecciano con la dimensione soggettiva e con quella della vita collettiva. Anzitutto, sul piano soggettivo per un migrante la pratica religiosa rappresenta un elemento di consistenza personale. Alla dimensione soggettiva si associa quella culturale: nella pra-tica religiosa l’immigrato ritrova simboli, riti, devozioni, parole che gli sono familia-ri e in cui riconosce un significato che sostiene la sua vita, spesso travagliata, nella società in cui ora abita. Richiamando il passato, l’esperienza religiosa sostiene il presente e alimenta la speranza nel futuro. Dal senso di solidarietà deriva un’altra cruciale funzione delle comunità religiose in emigrazione: la promozione di forme di mutuo aiuto e di sostegno ai confratelli in difficoltà. Malgrado la povertà dei mezzi, le comunità degli immigrati realizzano diverse pratiche di welfare informale, con cui s’ingegnano a rispondere a diverse necessità dei partecipanti.

Marco Aime

Lampedusa: diventare confine

MONDI MIGRANTI

Fascicolo: 1 / 2020

In seguito all’arrivo delle prime imbarcazioni di migranti dall’Africa (e non solo), la piccola isola di Lampedusa è stata trasformata in una sorta di palcoscenico. L’arrivo in massa di operatori televisivi, di forze dell’ordine e di militari, ha fatto sì che in tutto il mondo si diffondesse l’immagine di questa piccola isola come "ultima" frontiera dell’Europa. Poco a poco è stato costruito un "muro" in mezzo al mare, fino a trasformare Lampedusa in una roccaforte del mondo bianco e civilizzato.

A cura della Redazione

Schede

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

Luca Scalco

Open Access e pratica umanistica: alcune riflessioni sui tempi d’utilizzo

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

Il dibattito sull’Open Access, sviluppatosi coralmente nell’ultima decina d’anni, verte principalmente su temi economici, giuridici o inerenti alla valutazione. Altre questioni restano ancora marginali; tra esse la "comodità" dell’Accesso Aperto in termini di reperibilità delle risorse scientifiche e del relativo tempo di analisi. A partire dal contesto attuale, l’articolo propone alcune riflessioni critiche sul tema e a sostegno dell’Accesso Aperto: da un lato confermando che la pubblicazione Open, o comunque disponibile gratuitamente online, garantisce tale vantaggio, dall’altro suggerendo che, allo stato attuale, esso non è ancora pienamente sfruttato. In assenza di un cambio del metodo di lavoro o di una digitalizzazione del materiale scientifico cartaceo, l’Open Access si scontra con una pratica di ricerca che utilizza linguaggi e modalità differenti, che, nel breve periodo, mitigano il vantaggio apportato da questi processi digitali e portano con sé strascichi negativi anche sul fronte della valutazione scientifica.

Fulvio Guatelli

FUP Scientific Cloud e l’editoria fatta dagli studiosi

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

L’autore sostiene che il contenuto di una pubblicazione, ovvero ciò che discutiamo, valutiamo e giudichiamo, non è più l’alfa e l’omega di una pubblicazione scientifica, il suo centro di gravità. I metadati sono infatti diventati i protagonisti della comunicazione della scienza. Le conseguenze di un cambiamento così profondo stanno gradualmente cambiando la prassi che sta dietro il mestiere di scrivere, incidono addirittura nel modo di fare ricerca, fino a mutare il significato stesso della parola libro. Un libro è sempre di più un iceberg la cui parte emersa è il suo contenuto mentre la parte immersa i suoi metadati. Il progetto "FUP Scientific Cloud" della Firenze University Press cattura questo cambiamento in atto per aumentare gli indici di disseminazione e impatto delle proprie pubblicazioni monografiche. L’autore sostiene che in un orizzonte comunicativo in cui metadati e performance divulgative di una scoperta scientifica andranno di pari passo, i metadati saranno corresponsabili del successo di un articolo scientifico.

Il testo svolge considerazioni in merito alle trasformazioni vissute nel corso dell’ultimo decennio nell’editoria accademica, con riferimento specifico alle riviste e segnatamente a quelle umanistiche. Pur con caratteri (per dimensioni e livelli di internazionalizzazione) assai differenti da quelli da quelli propri delle discipline STEM, anche nell’editoria umanistica le tecnologie dell’informazione digitale hanno significativamente mutato sia le modalità di fruizione della ricerca, sia le modalità della sua messa a disposizione. Dal punto di vista di un editore - di cui si riportano alcuni dati e riferimenti - ciò ha implicato un diffuso ridisegno dei flussi interni di lavoro e soprattutto delle competenze necessarie a dialogare con le piattaforme esterne. Rispetto a queste trasformazioni (ineludibili,) potrebbero risultare assai meno impattanti i nuovi modelli di distribuzione ad Accesso Aperto.

Edoardo Tortarolo

Italia-Germania: relazione pericolosa o affinità elettiva?

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

Sin dagli anni venti Federico Chabod si interessò e appassionò profondamente alla cultura tedesca. Il suo rapporto di adesione allo storicismo tedesco classico, in particolare, permette di allargare lo sguardo ai rapporti tra l’Italia e la Germania dal settecento alla contemporaneità. Un approccio basato sulla "istorica della ricezione" applicata a entrambe le culture contribuisce a chiarire il processo di creazione delle identità storiche. La formazione dello Stato nazionale e la sperimentazione delle forme di totalitarismo in Italia e Germania sono due questioni analizzate nel testo. Le ambiguità costitutive del rapporto tra l’Italia e la Germania divennero visibili nelle vite di due italiani: Primo Levi e Giuseppe Renzetti. Il saggio si conclude con osservazioni sulla trasformazione dei rapporti tra l’Italia e la Germania dopo la riunificazione nel 1990 e sull’instabile significato delle identità nazionali nell’età della globalizzazione.

Salvatore Mura

Il notabilato in Sardegna. Dall’Unità al primo dopoguerra

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

Questo contributo vorrebbe inserirsi in un insieme di studi dedicati al notabilato nell’Italia liberale (Banti, Camurri, Musella, Pignotti, Pombeni). Negli ultimi anni la storiografia ha rivalutato la figura del notabile, superando l’interpretazione essenzialmente negativa costruita dalle scienze sociali. Il caso della Sardegna è qui considerato tenendo conto di questa nuova tendenza storiografica. L’autore distingue, piuttosto nettamente, tra il notabile del piccolo paese, il notabile della città e il notabile parlamentare o uomo di governo con un profilo nazionale. Il notabile di paese possedeva di solito titoli di bassa nobiltà, era proprietario terriero e spesso non aveva un alto livello di istruzione. Diverso, invece, ero il notabile di città, che si era formato nelle università, aveva una cultura elevata rispetto alla media e aveva un certo prestigio anche al di là dei confini della Sardegna. Con l’avvento del movimento degli ex-combattenti, composto prevalentemente da ufficiali e soldati della prima guerra mondiale, il sistema che aveva dominato durante l’età liberale entrò in crisi.

Il presente articolo intende analizzare le vicende che portarono al ritiro delle Forze Armate inglesi dalle basi e dagli impegni strategici a Est di Suez, inserendo la riflessione entro il più ampio arco temporale che va dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla metà degli anni settanta. Siccome l’evento marcò una rottura netta rispetto al passato imperiale britannico, è quanto mai necessario vederne la genesi entro il più esteso panorama rappresentato dalla strategia e dal pensiero geopolitico britannico del tempo. Ciò che mi propongo di offrire è una analisi della decisione adottata dal governo di Wilson, inserendola entro il quadro dei rapporti interni al partito laburista, di quelli tra mondo politico e le Forze Armate, nonché entro la strategia e la geopolitica che i politici laburisti ritenevano il paese dovesse adottare in un contesto internazionale cambiato rispetto al recente e al lontano passato. A questo proposito mi avvarrò della documentazione conservata negli Archivi di Stato britannici, dalla quale emerge che, oltre alle oggettive difficoltà economiche nelle quali versava il Regno Unito, un ruolo centrale nella decisione adottata dal governo laburista l’ebbero gli errori commessi dal Segretario alla Difesa Denis Healey. Tali errori resero il ritiro irreversibile, quando gli intendimenti del governo erano di segno parzialmente diverso, volendo l’esecutivo laburista, agli inizi della sua esperienza di governo, confermare il ruolo internazionale che la presenza delle forze armate britanniche a Est di Suez assicurava.

Antonio Buttiglione

1848: sfera pubblica, movimenti popolari e borghesia radicale nelle Calabrie in rivoluzione

SOCIETÀ E STORIA

Fascicolo: 167 / 2020

L’articolo analizza il rapporto tra il movimento politico radicale e le masse popolari rurali nella sfera pubblica, nel corso della Rivoluzione del 1848, nelle province calabresi del Regno delle Due Sicilie. Le forme, i luoghi, i temi e i discorsi della comunicazione politica, sia nel periodo costituzionale, che durante la rivoluzione anti-monarchica del giugno-luglio 1848, caratterizzarono una sfera pubblica rivoluzionaria, dominata dai radicali, che espresse un messaggio eversivo e anti-monarchico. Il confronto, nel "lungo periodo" degli anni trenta - quaranta dell’ottocento, tra i gruppi politici radicali e il movimento popolare di "revindica" dei beni comuni favorì lo sviluppo di un’alleanza rivoluzionaria tra radicali e popolazioni rurali. Altri fattori locali, come la conflittualità multipla tra fazioni e forze sociali e tra le comunità e il centralismo statale determinò l’emergere della "politica rurale". La radicalizzazione delle aree rurali si espresse mediante una politicizzazione dinamica, non verticistica, nelle feste civiche, nei circoli popolari e nel movimento "comunista" del 1848. L’adesione delle popolazioni al progetto politico dei radicali si rese evidente nel giugno 1848, con l’esplosione nella sfera pubblica di pratiche e simbologie repubblicane, che conferirono legittimità alle nuove forme di potere democratiche alternative alla monarchia.

Convinto che il diario del viaggio di Algarotti a San Pietroburgo, nell’estate del 1739, possa offrire un interessante punto di osservazione sui dieci anni di governo di Anna, da più parti definiti come il vero banco di prova dell’Impero russo dopo le riforme di Pietro il Grande, nel saggio l’autore ricostruisce le vicende dell’autocrazia mentre interviene sugli equilibri di potere dello Stato russo, riconfigurando i suoi rapporti con un’«aristocrazia» e, di riflesso, con una «nobiltà» che, dopo i drammatici eventi della crisi di successione tra il gennaio e il febbraio 1730, furono costrette ad abbandonare ogni progetto di difesa dei propri spazi di intervento politico. Ma sulla scorta del Giornale, il contributo propone anche una riflessione sui metodi e i limiti del dispotismo, colto nell’atto di alterare gli assetti tradizionali dello Stato, mentre interviene sugli equilibri di potere e sui rapporti tra ceti e istituzioni.