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Sulla scia del più diffuso concetto di health literacy, l’alfabetizzazione alimentare (food literacy) sta lentamente guadagnando proseliti sia in ambito accademico che pratico. In termini generali, per alfabetizzazione alimentare si intende la capacità dell’individuo di ottenere, interpretare, comprendere e utilizzare le informazioni nutrizionali di base, allo scopo di realizzare scelte alimentari appropriate sul profilo individuale e su quello sociale. Sino a oggi, la gran parte della letteratura ha concentrato l’attenzione sulla concettualizzazione dell’alfabetizzazione alimentare, indagando in profondità i costrutti su cui essa poggia. All’opposto, pochi sforzi sono stati indirizzati alla misurazione del livello di alfabetizzazione alimentare individuale, così come all’indagine dei suoi determinanti sociodemografici e delle sue potenziali ripercussioni sulle condizioni di salute individuale e collettiva. Il presente studio - traendo spunto dagli strumenti di misurazione dell’health literacy individuale - propone un approccio euristico per la rilevazione delle competenze di alfabetizzazione alimentare in Italia. Lo strumento di rilevazione, testato su un campione di convenienza di 79 individui reclutati in diverse province italiane, presenta una discreta attendibilità e potrebbe costituire un riferimento ai fini della costruzione di più solidi e consistenti approcci di misurazione dell’alfabetizzazione alimentare. Quantunque non generalizzabili, i risultati del presente studio sono in linea con le evidenze in tema di health literacy, rimarcando la prevalenza di basse competenze di alfabetizzazione alimentare nella popolazione indagata. I casi di bassa alfabetizzazione si riscontrano prevalentemente tra gli individui con bassi livelli di istruzione e coloro che appartengono alle fasce svantaggiate della popolazione.
L’articolo si propone di valorizzare l’utilità clinica della dimensione corporea in seduta e la coerenza di tale atteggiamento analitico con alcune intuizioni epistemologiche di Jung e Bion. La psiche verrà considerata come un’unità complessa mente/corpo, dotata di molti livelli di funzionamento (sottosistemi) raggruppabili in tre grandi aree: corporea, affettiva, e di pensiero. Ognuna di queste aree si esprime con un linguaggio diverso e solo il lavoro di integrazione sincronica dei sottosistemi crea la sensazione di possedere un Sé coeso. La seduta analitica può essere vista come un incontro tra due sistemi complessi che si attivano reciprocamente, creando un campo transferale multidimensionale. Non ci sono significati nascosti che il paziente cercherebbe inconsciamente di occultare, ma livelli di esperienza non integrati tra loro. L’articolo si chiude con una vignetta clinica, che mostra un processo di integrazione parallela e sincronica di elementi sub-simbolici, processo che coinvolge tanto l’analista quanto il paziente. Tale integrazione amplia le prospettive relazionali e autoconoscitive di entrambi i soggetti.
Le migrazioni internazionali, che hanno coinvolto l’Italia come area di destinazione a partire dagli anni Settanta, hanno rimarcato le differenze economiche e sociali tra Nord e Sud del Paese, mettendo ancor più in evidenza i processi di segmentazione che caratterizzano il mercato del lavoro italiano. La diffusione di rapporti di lavoro informali, la precarietà delle attività svolte, le scarsissime possibilità di mobilità sociale, nonché la presenza di situazioni di vero e proprio sfruttamento, hanno fatto sì che molte aree del Mezzogiorno d’Italia, almeno in una prima fase, abbiano assunto prevalentemente la funzione di area di presenza temporanea o di transito dei lavoratori immigrati. Questa funzione è stata assolta sia per gli immigrati con progetti migratori a breve termine sia per coloro per i quali l’arrivo nelle regioni meridionali rappresentava una tappa intermedia in un traiettoria migratoria di più lungo periodo che aveva come destinazione finale le regioni del Centro- Nord. Se le partenze dal Sud verso il Nord degli immigrati che erano riusciti a regolarizzarsi sono state una costante negli anni - una sorta di "migrazione nella migrazione" - negli ultimi anni è emersa anche una tendenza inversa, soltanto in minima parte registrata dai dati, che ha riguardato soprattutto coloro che hanno subito processi di espulsione lavorativa, in particolare dalle piccole e medie industrie della Terza Italia e delle principali città industriali (Torino in primo luogo). La crisi economica - che ha avuto conseguenza più immediate e dirette proprio nelle aree del Centro-Nord che erano state meta delle migrazioni interne - ha prodotto una nuova mobilità interna, questa volta dal Nord verso il Sud dove la possibilità di svolgere lavori precari ancora una volta appare come un fattore di attrazione decisivo.
Se, prima di divenire sede del governo militare nel 1603, Edo (Tokyo dal 1868) contava poche migliaia di anime, nell’arco di circa un secolo si trasformò nella più grande città al mondo, con un milione di persone che vi abitavano più o meno stabilmente. L’élite militare di tutto il paese, obbligata a risiedervi a intervalli regolari e a lasciarvi in modo permanente familiari e funzionari al proprio servizio, polarizzò infatti una crescente quantità di persone e merci a Edo, che si estese rapidamente per far spazio a residenze lussuose e quartieri popolari, templi e santuari, attività commerciali e luoghi di intrattenimento. Il contributo intende considerare le opere lasciate da alcuni tra i primi europei che giunsero a Edo nei quattro decenni precedenti l’adozione di severe restrizioni ai contatti con l’estero, quando la città era ancora in costruzione, prevalentemente militare e al maschile, e solo in parte popolata da quella vivace e colorata vita dei ceti urbani che sarebbero andati ad affollare la città bassa, e che avrebbero coniato una cultura popolare straordinariamente ricca e originale. Questa narrazione multilingue ci racconta di Edo sino all’espulsione dalla città, e dal Giappone, di missionari e mercanti europei, descrivendo uno spazio urbano che il grande incendio Meireki del 1567 uno tra i più devastanti incendi nella storia della città, che causò oltre centomila vittime e da cui sopravvissero non più di venticinque edifi ci avrebbe profondamente mutato. Queste descrizioni contribuiscono a comprendere la loro percezione di questo spazio urbano situato all’estrema periferia dell’Asia, in una fase storica in cui la percezione europea del Giappone non era ancora contaminata dai discorsi razziali e dalle pratiche coloniali che avrebbero contribuito ad assegnare all’Oriente una posizione di subalternità nell’immaginario collettivo europeo, e a trasformare i giapponesi in gialli.